INCHIESTA/ L’Ue ci ha fatto “suicidare”, ecco le prove

- Ugo Arrigo

Ieri l’Istat ha pubblicato i dati trimestrali delle Amministrazioni pubbliche al secondo trimestre 2013. UGO ARRIGO li analizza per capire come vanno i conti pubblici italiani

scuola_ministero_bandiereR400
Infophoto

Come vanno i conti pubblici italiani? Ieri l’Istat ha pubblicato i dati trimestrali delle Amministrazioni pubbliche al secondo trimestre 2013 ed è dunque opportuno riproporre la domanda precedente per provare ad aggiornare le risposte che abbiamo dato nei mesi scorsi. I dati trimestrali Istat sono molto interessanti e in grado di comunicarci parecchie informazioni, ma solo a condizione di saperli interpretare e di non farsi condizionare dalle apparenze. In primo luogo, poiché le entrate e uscite pubbliche sono soggette a fenomeni rilevanti di stagionalità, è sempre opportuno aggregare i dati di quattro trimestri consecutivi. Questo ci permette di aver sempre di fronte a noi un bilancio dell’aggregato delle Amministrazioni pubbliche calcolato su 12 mesi: i 12 mesi terminanti a giugno 2013 confrontati con i 12 mesi terminanti a marzo 2013 e così via, andando a ritroso nel tempo. Un secondo accorgimento, che ci è consigliato dalla persistente fase recessiva della nostra economia, ci suggerisce di guardare ai dati delle entrate e delle uscite pubbliche nei loro valori assoluti anziché rapportati al Pil che, lo ricordiamo, è in diminuzione anche in termini nominali e rende conseguentemente non troppo significativi i rapporti. Il terzo e ultimo accorgimento consiste nel considerare e valutare le singole grandezze relative alle entrate e uscite anziché i loro saldi. In sostanza, mentre in base alla tradizione che si è consolidata dopo il trattato di Maastricht dovremmo guardare i saldi di finanza pubblica in rapporto al Pil, facciamo l’esatto contrario: guardiamo le grandezze che determinano i saldi e le osserviamo in valore assoluto anziché in rapporto al Pil. In questo modo riusciamo a tracciare un quadro di finanza pubblica molto più ricco di informazioni.

Seguendo questo metodo, il grafico a fondo pagina riporta la dinamica delle tre grandezze principali di finanza pubblica: le entrate totali della Pa, le uscite totali della Pa e quelle totali al netto delle spesa per interessi (che è dunque ricavabile per differenza tra le due), cioè la spesa pubblica cosiddetta primaria.

Dal Grafico 1, che copre tutti gli ultimi anni a partire dal 2007, dunque prima che si manifestassero i segnali della prima recessione, emergono diverse cose interessanti:

1 – In primo luogo il fatto che la spesa pubblica primaria e totale fosse in crescita piuttosto rapida quando siamo entrati nella recessione del 2008. Che fosse dovuto all’anno elettorale?

2 – L’arrivo delle recessione a metà 2008 vede un proseguimento della crescita della spesa e un calo delle entrate totali: la spesa cresce di una trentina di miliardi, ma altrettanto si era verificato prima, mentre le entrate calano di una ventina di miliardi. L’effetto complessivo della prima ondata recessiva è dunque di una cinquantina di miliardi sul disavanzo pubblico.

3 – A partire dalla fine del 2009 la spesa pubblica italiana, sia primaria che totale, è drasticamente stabilizzata, mentre le entrate, con la fine della recessione, riprendono fisiologicamente seppure lentamente a crescere. Il disavanzo si stabilizza a poco più di 60 miliardi.

4 – A questo punto non vi era più bisogno di fare granché sulla finanza pubblica: avendo stabilizzato la spesa bastava aspettare pazientemente che un po’ di crescita facesse riprendere il gettito.

Grafico 1 – Le principali grandezze di finanza pubblica (dati cumulati di 4 trimestri espressi in miliardi di euro)

5 – A metà del 2011, con le entrate in lieve crescita e la spesa stabilizzata, la finanza pubblica italiana risultava la migliore da diverso tempo a questa parte, e sicuramente dall’inizio della recessione.

6 – Purtroppo sappiamo come andò: l’instabilità politica diede l’avvio ai timori dei mercati che portarono all’esplosione dello spread sui tassi d’interesse. Nella seconda metà del 2011, i due governi in carica, per tranquillizzare i mercati, fecero manovre di finanza pubblica per oltre 80 miliardi su base triennale e per oltre 5 punti di Pil.

7 – Il nostro grafico mostra qualcosa di quelle manovre? Direi ben poco, pur essendo ormai passati due anni. La spesa primaria si è ridotta su base annua di pochi miliardi ma li ha ripersi negli ultimi due trimestri. Le entrate totale sono aumentate di circa 30 miliardi su base annua, meno di quanto si sarebbe verificato con i 70 miliardi di Pil nominale in più che si è invece perso con la recessione. Senza le manovre 2011, non solo l’economia reale ora starebbe meglio, ma anche la finanza pubblica.

8 – Comunque nell’anno terminante a fine giugno 2013 il disavanzo si è attestato a 43 miliardi di euro, con circa 5 miliardi di miglioramento rispetto al trimestre precedente. Si tratta di un valore inferiore al 3% del Pil e dunque di buon auspicio per la chiusura in regola dell’intero anno.

Il Grafico 2 evidenzia invece le tre principali voci di entrata: le imposte dirette, le indirette e i contributi sociali.

Come si può osservare i contributi sociali sul lavoro sono stazionari dall’inizio della recessione di cinque anni fa. Questo è preoccupante, perché ci dice che la massa salariale non riesce più a crescere, e dunque come potrebbe sostenere i consumi? Invece, le altre due componenti sono parecchio aumentate, ma principalmente dopo le manovre del 2011: circa 30 miliardi le imposte dirette e circa 20 le indirette. Tuttavia, negli ultimi due trimestri il gettito delle indirette è stato in calo per 3 miliardi su base annua quale conseguenza del calo dei consumi.

Esaminiamo infine le principali voci di spesa. Le due più importanti, che sono la spesa previdenziale e assistenziale da un lato e gli stipendi pubblici dall’altro, sono riportate nel Grafico 3.

Da esso si evince come la spesa per stipendi pubblici sia stata stabilizzata ormai da un quinquennio su circa 170 miliardi annui e come dal 2011 risulti persino in riduzione, attestandosi ora a 165. Invece, la spesa previdenziale è tutt’altro che stabilizzata, dato che nel quinquennio è cresciuta di ben 60 miliardi, con un incremento complessivo superiore al 22%.

Esaminiamo infine le altre principali voci di spesa (Grafico 4).

 

Grafico 2 – Le tre principali voci di entrata (dati cumulati di 4 trimestri espressi in miliardi di euro)

 

 

Grafico 3 – Le due maggiori voci di spesa pubblica (dati cumulati di 4 trimestri espressi in milardi di euro)

 

 

Grafico 4 – Le altre maggiori voci di spesa pubblica (dati cumulati di 4 trimestri espressi in miliardi di euro)

 

Anche in questo caso le notizie dal punto di vista della spesa sono positive:

1 – La spesa per acquisti di beni e servizi è stabile su 90 miliardi annui dal 2009;

2 – Le altre uscite correnti, dopo essere state fermate a 100 miliardi annui nel 2010, sono ora scese a 95;

3 – La spesa per investimenti è stata drasticamente ridotta di una quindicina di miliardi su base annua (e questa non è necessariamente una buona notizia).

Conclusioni:

1 – Tutte le voci di spesa pubblica sono sotto controllo, in quanto stabilizzate o in diminuzione, tranne la spesa pensionistica che richiede evidentemente nuovi interventi.

2 – Poiché la crescita della spesa pubblica era stata fermata (da Tremonti, bisogna riconoscerglielo), per ridurre il disavanzo non era necessario fare proprio nulla. Bastava solo sedersi sulla riva del fiume e aspettare che passasse un po’ di crescita portando con sé maggior gettito ad aliquote assolutamente invarianti.

Perché allora è stata fatta nel 2011 una manovra assurda che avrebbe dovuto abbattere il disavanzo di 4 punti e invece ha abbattuto il Pil reale di 4 punti? Solo per tacitare mercati eccessivamente irrequieti e partner e leader europei che di finanza pubblica sembrano proprio non capirne? Ma in questo modo abbiamo sparato alla nostra economia.

 

(4 – continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Economia libera