EDOARDO BENNATO/ Il rock del burattino senza fili ha incendiato il Meeting di Rimini

- Paolo Vites

Edoardo Bennato nonostante l’età si conferma il più grande rocker italiano

Edoardo Bennato
Edoardo Bennato (ph. Daniele Barraco)

73 anni suonati ma lo scopro solo a concerto finito, quando me lo fa notare un amico. A parte la tintura dei capelli degna di un Giuseppe Conte (che credo però abbia circa vent’anni di meno) e le inevitabili rughe sul viso, è in forma perfetta, senza un chilo di troppo e soprattutto regge due ore di spettacolo tiratissimo senza perdere un colpo e con la voce perfettamente intatta. Ok, Edoardo Bennato si prende qualche pausa quando lascia spazio ai suoi due straordinari chitarristi, spazio anche largo che però non crediamo sia solo per tirare un po’ il fiato, ma perché su palco ci sono i due migliori chitarristi di rock blues italiani viventi. E cioè Giuseppe Scarpato e Gennaro Porcelli che si alternano alla slide e alla Gibson con potenza devastante, ma di grandissima classe, senza sbavarsi addosso come fanno di solito i chitarristi italiani. E’ l’unica band italiana a suonare purissimo rock blues a livello americano con buona pace di certi rocker che riempiono gli stadi. Ma Edoardo Bennato è sempre stato il più rock e il più americano dei nostri cantautori italiani della generazione anni 70, sin da quando cominciò prevalentemente acustico, con l’armonica tagliente alla Bob Dylan e riferimenti inappuntabili ai vari Chuck Berry, Elvis, Bo Diddley.
Il concerto al Meeting di Rimini, circa 1500 spettatori (e pensare che nel 1978 fu il primo artista in assoluto a riempire lo stadio di San Siro, ma i tempi purtroppo sono cambiati, in peggio ovviamente) caldissimi comincia proprio nella vecchia chiave da bunker: chitarra dodici corde, kazoo, tamburello suonato col piede con un medley che preannuncia l’energia che scoppierà poco dopo. Abbi dubbi, Sono solo canzonette, il gatto e la volpe. Poi arriva la band, con la potenza “mostruosa” del bravissimo batterista ed è rock’n’roll senza quartiere fino alla fine: Il paese dei balocchi, Meno male che adesso non c’è Nerone sono potenza deflagrante. Cantautore è invece un blues cadenzato, dal taglio secco. E’ rock senza quartieri, da A Napoli è ‘a musica a Vendo Bagnoli, a Il rock di Capitan Uncino fino a In prigione in prigione.

Lunghe jam dei due chitarristi e l’armonica blues di Bennato e gli interventi della sezione ritmica alzano il tiro dello spettacolo. Naturalmente c’è spazio anche per le sue splendide ballate come L’isola che non c’è, Venderò e soprattutto una fenomenale Un giorno credi in crescendo con la band che lo porta sulle stelle insieme al pubblico. Piacciono anche le recenti La calunnia è un venticello dedicata a Enzo Tortora e Mia Martini, vittime di calunnie assassine, e Pronti a salpare, sul dramma dei migranti, così come il brano appena pubblicato Ho fatto un selfie. Quello che impressiona poi è l’assoluta attualità di testi scritti 40 anni fa, quella critica corrosiva a una politica fatta di menzogna e truffa, oggi più attuali che mai. Inutile dire a chi si adattano adesso Il gatto e la volpe e Mangiafuoco tanto è evidente. Edoardo parla molto, monologhi in cui sottolinea la contemporaneità del mondo di Collodi che lui aveva già colto negli anni 70 con il celebre Burattino senza fili. “Il mio rock per scuotere un’Italiota senza fili” commenta lui, che si schernisce dicendo “sono solo un saltimbanco”. C’è ancora bisogno di Edoardo Bennato oggi.



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