Gli incentivi agli studenti convengono anche alle università

- Tommaso Agasisti

Quanto più gli incentivi sono forti e ben disegnati, tanto più gli studenti si impegneranno, tanto più i risultati ottenuti saranno positivi, innescando un circolo virtuoso fatto da performance, reputazione, risorse

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In un articolo di mercoledì 30 luglio, Walter Passerini su Il Sole 24 Ore ha riaperto il tema sull’opportunità o meno di erogare incentivi economici agli studenti universitari migliori. Nello sviluppare questa riflessione, Passerini ha citato la recente proposta dell’Università di Trento, che ha aumentato le tasse per la generalità degli studenti (per un importo medio del 50%) e ha contestualmente previsto che gli studenti, alla laurea, riceveranno un rimborso variabile da 500 a 5.000 euro, sulla base di un indicatore che considera, congiuntamente, i seguenti elementi: situazione economica, risultati negli studi, rapidità nell’ottenimento della laurea (una descrizione puntuale e un commento sull’esperienza di Trento sono contenuti in un recente articolo del prof. Gianfranco Cerea apparso su lavoce.info).

Tradizionalmente, le critiche mosse ad iniziative di questo tipo (incentivi economici per gli studenti meritevoli) sono di tre tipi:
– incentivare una certa categoria di studenti solo perché più bravi è discriminatorio, in quanto essendo l’istruzione un bene pubblico, essa deve essere fruita da tutti gli studenti n modo uguale;
– il problema principale del nostro sistema universitario è l’accesso all’istruzione: permangono ancora oggi forti limiti che, nei fatti, impediscono agli studenti più poveri di accedere alle università. Pertanto, occorre prima risolvere questo problema (diritto allo studio) e, solamente dopo, occuparsi dei premi per il merito;
– studiare è il “lavoro” degli studenti: debbono farlo con impegno e profitto perché è il loro dovere, e dunque non debbono essere previsti incentivi specifici per chi ottiene risultati migliori.

In merito al primo punto, occorre ricordare che l’istruzione universitaria non è (tecnicamente) un bene pubblico, sebbene molti pensino il contrario. Senza entrare troppo nel dettaglio, basti pensare ai rendimenti privati di questo tipo di istruzione: non solo di tipo economico (in alcuni campi infatti il differenziale di salario non è molto marcato) ma anche e soprattutto di status sociale (ancora oggi, lo status dei soggetti laureati è di molto più elevato rispetto ai soggetti non laureati). Se si considera l’istruzione universitaria come bene pubblico, allora occorrerebbe finanziare l’istruzione degli individui con risorse pubbliche, come infatti avviene oggi. Questo finanziamento però è regressivo, perché tutti pagano le tasse (anche i soggetti, mediamente più poveri, i cui figli non frequentano l’università) per pagare un servizio di cui solo alcuni usufruiscono (spesso, i figli delle famiglie mediamente più ricche). È allora più equo far pagare una tassa specifica agli studenti che beneficiano dell’istruzione universitaria e dei servizi ad essa connessi, piuttosto che rendere gratuiti l’accesso e la frequenza.

Si viene così al secondo punto: che fare per quegli studenti che non sono in grado di pagare le rette? Ovviamente, è necessario predisporre strumenti affinché gli studenti «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» (art. 33 della Costituzione) possano far fronte a tali spese (oltre a quelle per le rette, anche ai costi di mantenimento quali vitto e alloggio). Questo specifico compito spetta al settore pubblico, con risorse pubbliche, per assolvere a un proprio dovere (pubblico) di garantire l’equità del sistema. Oggi, in Italia, la normativa prevede che agli studenti provenienti da famiglie in condizioni economiche svantaggiate, che ottengano risultati positivi durante gli studi, sia assegnata una borsa di studio.
A mio parere, questo sistema oggi funziona male: i criteri di merito sono troppo blandi, gli importi delle borse di studio insufficienti, l’assegnazione avviene a fondo perduto e quindi non incentiva gli studenti a impegnarsi.
Ma tutto questo è un altro discorso: non ha a che vedere con la possibilità di premiare gli studenti migliori, ma con la necessità di rispettare la Costituzione nel garantire il diritto allo studio universitario.
I soggetti che devono porsi il problema di incentivare gli studenti con maggior talento sono le singole università, che hanno un proprio problema di efficienza e di efficacia: infatti, attrarre gli studenti migliori significa migliorare le performance didattiche dell’ateneo, e quindi la sua reputazione, e di conseguenza la capacità di attrarre risorse (tasse e contributi di enti pubblici e privati) per potenziare i propri servizi e la attività di ricerca. Negli Stati Uniti, ad esempio, il sistema di aiuti agli studenti in condizioni economiche svantaggiate è gestito anzitutto dal governo federale, e dai governi nazionali in seconda battuta; mentre il sistema di premi agli studenti “eccellenti” (borse di studio, riduzioni delle tasse, ecc.) è gestito dai singoli atenei (Harvard, Stanford, UCLA competono anche nell’offerta di premi ai migliori diplomati delle scuole secondarie per convincerli a frequentare i propri corsi).

Arriviamo così all’ultimo punto: premiare gli studenti migliori è un problema di efficienza, non di equità. Pertanto per giudicare questi interventi occorre chiedersi non se sia “giusto” premiare gli studenti migliori, ma se sia “conveniente”.
Per i ragionamenti esposti nel punto precedente, la risposta è affermativa: quanto più gli incentivi sono forti e ben disegnati, tanto più gli studenti si impegneranno, tanto più i risultati ottenuti saranno positivi, e si innescherà così quel circolo virtuoso fatto da performance, reputazione, risorse.
Per questo, non bisogna aver paura di premiare il merito; e iniziative come quella dell’Università di Trento, che vanno in questa direzione, sono lodevoli e devono essere monitorate e valutate con attenzione, anche per studiarne la possibile replicabilità in altre realtà.



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