SCUOLA/ Trasformiamo lo stanco rituale delle elezioni collegiali in un’opportunità di autonomia

- Gianni Mereghetti

È tempo di elezioni, e il Ministero lo ha ricordato con una circolare laconica, facendo trasparire la stanchezza per una scadenza di cui non si capisce più il valore. Ma GIANNI MEREGHETTI invita comunque a prendere sul serio questo evento per trasformarlo in occasione di vere riforme

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È tempo di elezioni per il mondo della scuola, si va al rinnovo degli organi collegiali, sia delle rappresentanze annuali come per gli studenti nei Consigli di Istituto o quelle biennali come sempre per gli studenti nelle Consulte Studentesche, sia dei Consigli di Circolo o di Istituto che hanno concluso il loro mandato per cui necessitano della rielezione di tutte le componenti. È tempo di elezioni, e il Ministero lo ha ricordato con una circolare laconica, facendo trasparire la stanchezza per una scadenza di cui non si capisce il valore, visto il fallimento ormai più che evidente della partecipazione scolastica. Lo stato attuale degli Organi Collegiali ricorda il “niente di nuovo sul Fronte Occidentale”, bollettino di una guerra portata avanti stancamente perché di fatto conclusa, ma che i suoi morti li continuava a fare, tanto che sporgersi attratti dalla bellezza di una farfalla a Paul Bäumer costò la vita.

Così è per Consigli di Circolo e di Istituto, così è per la Consulta Studentesca, organismi che si trascinano a fatica dentro una scuola che di fatto funziona senza considerarli più di tanto e avendoli ormai ridotti a luoghi in cui si ratifica ciò che da altre parti si decide. Però come per Paul Baumer si è giocata una partita decisiva mentre nulla apparentemente accadeva, così in questi spazi di partecipazione, se è vero che contano sempre di meno, è altrettanto vero che lì vi si gioca la stessa partita che sta impegnando tutto il mondo della scuola, e non una partita qualunque, ma una che può decidere il futuro della scuola. È la partita tra chi vuole affidare l’educazione e l’istruzione alla istituzione-scuola e tra chi invece vuole diventarne soggetto, lottando per la libertà propria e la libertà di tutti.

Questa è infatti la questione seria della scuola italiana, non innanzitutto se l’autonomia sarà varata, perché ci può essere un’autonomia ancor più statalista dello stesso stato, ma se la vita della scuola sarà assorbita totalmente nell’istituzione o se l’istituzione farà finalmente quel passo indietro a liberare i soggetti reali della scuola, insegnanti, genitori e studenti che ogni giorno sono impegnati nell’avventura umana dell’educazione.

 

La libertà, è questo ciò di cui ha bisogno la scuola italiana, la libertà di ogni soggetto, che sola potrà garantire che l’autonomia non venga ridotta, come ora rischia di esserlo, ad un buon decentramento.

Gli organismi di partecipazione scolastica sono quelli che più hanno subito la mentalità statalista tanto da esserne spesso occupati: quante volte insegnanti, genitori e studenti hanno pensato che impegnandosi in essi avrebbero potuto dirigere la scuola con maggior incisività, quante volte hanno pensato di far diventare i vari Consigli o le Consulte i protagonisti della scuola, esautorando i soggetti reali, quelli che sono ogni giorno impegnati con l’educazione.

La scadenza elettorale cui andiamo incontro non è vero quindi che non sia nulla di nuovo, non è nemmeno vero che sia la noia di un dovere da assolvere in attesa delle nuove forme di organizzazione della scuola. Anzi questa scadenza è di capitale importanza, una sorta di test in attesa della riforma. Dalla campagna elettorale di questo mese e dal voto si capirà dove il mondo della scuola vorrà andare, se verso un più razionale statalismo o se verso una reale libertà di educazione. Per questo chi entra ogni giorno in classe perché sia l’umano a segnare le ore di lezione, non può non prendere sul serio queste elezioni, non può non esserci, semplicemente per affermare che la scuola è di chi la fa, per cui nessun Consiglio o Consulta può sostituirsi alla libertà di studenti, insegnanti, genitori, ma deve semplicemente servirla.

 

(Gianni Mereghetti)

 

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