SCUOLA/ Marcia indietro: i numeri “bocciano” la formazione generalista

- Tiziana Pedrizzi

Si è incominciato a mettere in discussione la positività a priori dell’estensione della formazione generalista. TIZIANA PEDRIZZI spiega l’esperienza, riguardante molti Paesi, che induce a favorire maggiori percorsi formativi indirizzati direttamente alla professione

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Obiettivo dell’OCSE è orientare i governi ad elevare il livello di istruzione della popolazione, rinforzando e qualificando i sistemi scolastici. Sottesa sta la dottrina del Capitale Umano, che, in sintesi, collega strettamente il livello di sviluppo economico-sociale di un Paese con quello della scolarizzazione dei suoi cittadini. L’Unione Europea l’ha abbracciata pienamente: tutte le sue politiche e i suoi obiettivi di sistema risentono di questa impostazione.

Nei Rapporti annuali dell’OCSE, intitolati Education at a Glance, viene calcolato accuratamente il vantaggio, sia in termini di salario sia di qualità di vita, che i laureati hanno, ad esempio, sui diplomati. Da questo punto di vista gli italiani (maschi) non stanno affatto male, poiché il valore attuale netto privato di una laurea sarebbe massimo in Stati Uniti, Italia e Portogallo.

Negli ultimi tempi però quella correlazione positiva tra sviluppo e alta scolarizzazione sembra essere messa in discussione sia dai fatti sia nella teoria.

Intanto, si è cominciato a dubitare che all’innalzamento del livello formale di istruzione corrispondesse un reale innalzamento dell’alfabetizzazione. Il ricorso alle valutazioni standardizzate esterne di OCSE-PISA è stata la prima conseguenza di quel dubbio.

Perciò si è incominciato a mettere in discussione la positività a priori dell’estensione della formazione generalista (vedi il dibattito sull’innalzamento dell’obbligo e del biennio unico), a partire dai Paesi dove l’esperienza al riguardo è stata più significativa. Si è già scritto su questo giornale della rivalorizzazione della formazione professionale in Finlandia, Svezia e Francia.

Le rilevazioni empiriche hanno condotto a mettere in discussione gli assiomi della teoria del capitale umano, perché alcune di esse non verificano questa teoria. Classico il caso dei Paesi del blocco ex-comunista, in cui il livello di scolarizzazione mediamente elevato non trova riscontro nel reddito delle persone e nel Prodotto interno lordo: altissima percentuale di laureati, ma PIL sottozero.

 

C’è da domandarsi, in effetti, dove stia la causa e dove l’effetto: la scolarizzazione di massa italiana degli anni Settanta viene dopo e non prima dello sviluppo economico degli anni Cinquanta e Sessanta.

Se poi i titoli di studio di alto livello cesseranno di essere beni scarsi, continueranno ad avere lo stesso valore?

I teorici della descolarizzazione sono esistiti anche nel passato. E non erano solo dei reazionari ossessionati dal potenziale effetto destabilizzante e socialmente eversivo della diffusione della cultura fra le masse. È esistita anche una corrente di sinistra, timorosa di un controllo ideologico del potere capitalista o della proliferazione di potenti burocrazie statali oppressive della libertà individuale nonché molto costose. Esponente di questa corrente fu Ivan Illich con il suo Deschooling society del 1969. Soprattutto a livello europeo, studiosi accreditati che si occupano di sociologia e di economia dell’istruzione vanno riflettendo sulla possibilità che nelle società avanzate si stia verificando un eccesso di scolarizzazione, appunto l’Overschooling.

Una rappresentante significativa di queste posizioni è la sociologa francese Marie Duru Bellat che sostiene alcune tesi dirompenti per le nostre orecchie, abituate solo ad armonie politically correct.

La corsa ai diplomi sarebbe patrocinata da un dispositivo congiunto di economisti, pedagogisti e sindacalisti che ne trarrebbero ciascuno la propria parte di vantaggi. Al di là di un certo limite lo sviluppo della scolarità non sarebbe utile. Duru Bellat sostiene che la stessa OCSE, nel rapporto Education at a Glance del 2006, arriva alla conclusione che nei Paesi esaminati, al di sopra di una media di 7,5 anni di scuola, gli effetti positivi sulla crescita economica diminuiscono.

Dal punto di vista dell’equità sociale lo sviluppo attuale, che vede una media di scolarizzazione nei paesi avanzati di circa 12 anni, sarebbe addirittura controproducente. L’inflazione scolastica favorirebbe infatti la riproduzione sociale, perché studi più lunghi, impegnativi e selettivi andrebbero a vantaggio soprattutto delle famiglie benestanti, che hanno una maggiore consapevolezza del valore degli studi e maggiore capacità di finanziarli. Studi lunghi, che assumerebbero pertanto una funzione di indicatore di appartenenza alle élites più che di reale ed utile strumento di apprendimento.

 

 

In Italia la serietà e la pesantezza degli studi sono inferiori – se si prende in considerazione l’insieme del nostro Paese – a quelle francesi, ma gli effetti di riproduzione e di immobilità sociale sono identici, pure a fronte di una scolarità in via di prolungamento.

Che riflessione trarre per l’Italia? Indubbiamente il nostro Paese ha ancora il problema di utilizzare pienamente la scuola come elemento di umanizzazione e di civilizzazione.

A questo fine ha fin qui percorso la strada dell’istruzionalizzazione forzata; solo negli ultimi anni ha cercato di rivalorizzare la formazione per il lavoro. Lo sforzo ancora pienamente in corso di elevare la scolarizzazione secondaria rischia però di incanalarsi su binari morti: spesso la scolarizzazione è scarsamente utile, sia per l’individuo sia per il sistema, perché troppo superficiale e scarsamente raccordata con i bisogni reali del mercato del lavoro. Lo sviluppo smodato di una licealità “leggera” ne è un pesante indizio.

I dubbi sull’Overschooling possono forse servire a noi italiani per alimentare una fede meno incondizionata nelle capacità salvifiche della istruzione in quanto tale, per riservare una maggiore attenzione alla sua effettiva fruibilità e per una maggiore attenzione positiva verso strade diversificate più direttamente legate al lavoro.

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