SCUOLA/ Graduatorie degli istituti in Europa: la terza via italiana è la migliore?

- Tiziana Pedrizzi

TIZIANA PEDRIZZI mette a confronto le modalità di valutazione e graduatorie delle scuole adottate nei maggiori paesi europei. Quella italiana sembra essere una “terza via” i cui criteri sono ancora da mettere alla prova

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Il metodo campionario di indagine sugli apprendimenti dei nostri ragazzi consente di farsi un’idea precisa sugli andamenti a livello di sistema nelle diverse aree di competenza, nelle diverse aree territoriali e nelle diverse classi di età.

Ma l’intervento di Agasisti sui risultati Invalsi poneva il problema della loro pubblicizzazione.

Sembra venuto il momento di affrontare la questione, ora che i dati sugli apprendimenti degli studenti italiani cominciano ad essere visibili e che, dall’anno prossimo, l’indagine interesserà tutte le scuole, tutte le classi del livello indagato fino alla terza media, e, dall’anno successivo, anche i livelli indagati di scuola superiore.

Finora, a partire dagli esordi del Progetto Pilota dell’Invalsi, all’inizio del decennio, l’Italia ha fatto la scelta di una restituzione riservata alle scuole. Queste sono libere di utilizzare i dati ai fini di miglioramento interno, a fini di pubblicità o anche – è successo nel passato – di chiuderli nel cassetto. Ma non è l’unica scelta possibile.

Ce lo dice un interessante Documento della Commissione Europea, uscito nel settembre 2009 a cura di Eurydice, l’Agenzia europea che si occupa delle analisi comparate fra i diversi sistemi educativi europei su temi di interesse.

«Le valutazioni standardizzate degli allievi in Europa: obiettivi, organizzazione ed utilizzazione dei risultati» è un’indagine che studiosi, esperti e appassionati di scuola attendevano da tempo e che curiosamente pare essere stata – lo si dice nell’introduzione – patrocinata dalla presidenza Ceca, per il buon motivo che la Repubblica Ceca è uno dei pochissimi paesi europei a non attuare indagini di questo tipo, insieme a Galles, Grecia, Liechtenstein e comunità belga di lingua tedesca. L’Italia si è salvata per un pelo dallo stare in tale cattiva compagnia.

Fra i tanti elementi analizzati vi è quello della “pubblicazione dei risultati dei test per scuola” (§3.2.2).

La strada imboccata da tempo e per prima dalla Gran Bretagna è quella di graduatorie pubblicate a livello centrale. La stessa scelta l’hanno fatta in modi differenziati Danimarca, Ungheria, Polonia, Islanda, Svezia, Paesi Bassi; una modalità diffusa è quello dell’obbligo di pubblicare i dati medi relativi ai risultati nel libretto di presentazione della scuola come in Estonia.

 

Altri Paesi invece hanno imboccato la strada di una restituzione riservata alle scuole, che si presume possano usare i dati ai fini del miglioramento. Si tratta, secondo Eurydice, della gran parte dei paesi europei. A questo gruppo si sono iscritti negli ultimi anni anche i transfughi Irlanda e Scozia, che erano partiti con la Gran Bretagna, ma l’hanno abbandonata trovando forme più sfumate ed indirette di pubblicizzazione

Del resto anche la mitica Finlandia sembrerebbe aver accantonato, dopo un lungo dibattito, l’ipotesi più hard degli inglesi.

Anche l’oggetto della pubblicizzazione è diverso: per esempio, mentre in Svezia si pubblicano i dati grezzi, in Islanda si punta sulla misurazione del valore aggiunto ed in Gran Bretagna sui due tipi di informazione combinati, alla fine del sesto anno di scolarità.

Torniamo all’Italia. Nel caso volesse seguire l’esempio della Gran Bretagna, ci sarebbero delle controindicazioni. È giusto mettere sullo stesso piano chi parte da livelli tanto diversi? Le misure di valore aggiunto hanno oggi un livello di affidabilità scientifica accettabile? E se tutti i genitori non si informano? E se le scuole prendono contromisure escludendo attraverso meccanismi diversi i meno bravi dall’indagine?

 

 

Se invece volesse praticare rigorosamente la secretazione dei dati concernenti le singole scuole, gli interrogativi non mancherebbero: se i dati vengono imboscati? Se le scuole non pensano neppure a cercare di migliorare, perché sostengono che la valutazione non è scientifica ed equa? Quando l’indagine sarà estesa alle scuole superiori, ci si accorgerà che queste ipotesi sono tutt’altro che campate per aria.

Nel frattempo nel Rapporto Eurydice l’Italia viene classificata in una terza categoria, quella descritta come “autonomia delle scuole”. Il che significa che riprenderà la tendenza già iniziata negli ultimi due anni del Progetto Pilota di una pubblicizzazione spontanea a macchia di leopardo. Le scuole migliori diffonderanno i loro buoni risultati per attirare iscritti e le altre saranno obbligate dagli utenti curiosi a svelare l’arcano delle loro performance. Basterà?

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