SCUOLA/ Il mito del “farsi da sé” fa più male che bene. Anche a scuola…

- Luigi Ballerini

Bisogna sfatare il mito del selfmade-man, accusa LUIGI BALLERINI: il talento è ciò che, messo nelle mani dell’altro, ritorna incrementato. Solo così la scuola genera passioni da coltivare

scuola_studenti_pcR400 Foto: Imagoeconomica

Si usa spesso il lemma talento con una certa dose di confusione. A partire dalla sua definizione. Talento viene definito dal Devoto-Oli come una “capacità intellettuale non comune associata a genialità od estro vivace”. Per di più assistiamo a una tentazione narcisistica ed autoreferenziale insita nel termine. Si tratterebbe di una qualità che grazie alla coltivazione personale dell’individuo, tramite applicazione, concentrazione e perseveranza, possa portarlo ad eccellere in qualche campo del sapere pratico o intellettuale. Quindi i talenti innanzitutto si avrebbero in partenza, e poi si potenzierebbero grazie alla tenacia e all’applicazione anche ostinata del soggetto, affidandosi al suo sforzo per dare sempre di più.

Il passaggio dal genio, dotato dalla natura di particolari talenti, al gene è oggigiorno facilitato dalla popolarità delle neuroscienze che sono strenuamente alla caccia di meccanismi molecolari, per non dire nucleotidici, alla base delle predisposizioni del soggetto. E’ la new version, più tecnica e meno ingenua, di un tema caro a molti, quello della “marcia in più”: il fideismo circa l’esistenza di soggetti particolarmente dotati dalla natura capaci di imprese, in qualsiasi campo, che la gente comune non può far altro che ammirare e, più o meno segretamente, invidiare.

Estendere queste teorie al bambino a scuola significa reputare che esistano davvero dei piccoli dotati in partenza accanto ad altri più sfortunati, i primi destinati ad eccellere ed i secondi a soccombere nelle schiere della dispersione scolastica. Ovviamente ne risulterebbe la necessità di percorsi differenziati per gli uni e per gli altri con la conseguente difficoltà di definirli dentro una farisaica logica di par condicio (visto che viene presupposta proprio una condicio niente affatto pari ab origine).

Un tale presupposto di partenza, se escludiamo i casi di evidenti deficit organici che limitano alcune capacità del soggetto, è invece falso oltre che pericoloso per le sue conseguenze.  Innanzitutto ogni bambino nasce col talento del suo pensiero, anche il più organicamente svantaggiato.

E’ la cura e la difesa di questa dotazione che viene chiesta all’adulto, insegnante incluso. Questa dote ha inoltre una caratteristica precisa: necessita dell’apporto degli altri per poter crescere e consolidarsi, non si dà infatti il caso di auto-sviluppo. Iniziativa, volontà, impegno, riuscita non sono che esiti della riuscita del pensiero.

Ecco allora avvicinarci alla pensabilità di una diversa definizione di talento. Il talento diventa ciò che di mio metto a disposizione di un altro perché lui se ne faccia qualcosa e poi me lo restituisca incrementato, con un di più che non c’era prima. L’invito a far fruttare i talenti va proprio in questa direzione, secondo il detto evangelico “a chi ha sarà dato”. Ciò che ho, messo nelle mani di un altro, mi verrà restituito con incremento e beneficio per entrambi; allo stesso modo se quel che possiedo verrà fatto oggetto di pretesa sugli altri e non verrà messo a fattor comune con un compagno affidabile, nel tempo si dissiperà senza frutto. Dentro quest’ottica, quindi, i talenti si sollecitano, non si auto-generano, e si incrementano in partnership, non si ipertrofizzano nell’impegno solipsistico.

Occorre che la scuola tratti i bambini e i ragazzi partendo dalla certezza di essere uno dei luoghi, forse il privilegiato, capaci di suscitare interessi da cogliere, generare passioni da coltivare, incentivare pensieri nuovi che indichino al soggetto strade percorribili per la sua soddisfazione nella realtà. Un luogo dove se un giovane appare davvero povero di talenti si attivi l’iniziativa dell’adulto a proporre un’offerta positiva, piuttosto che un’immediata diagnosi e classificazione. E un luogo in cui se un giovane appare molto dotato si presti attenzione a non attivare percorsi che generino un mostro di presunzione e supponenza, capace magari di prestazioni softwaristiche, ma inetto nel proprio moto con l’universo degli altri.

E’ anche dallo scambio reciproco fra bambini, senza differenziarli troppo in termini di prestazioni, che nasce un arricchimento di tipo incrementale e non distributivo. Ed è da un collega al momento più ricco di iniziativa che uno meno intraprendente può trarre voglia e idee che da solo magari non verrebbero. Anche per quanto riguarda i talenti, non esistono i self-made-man. C’è sempre qualcuno da ringraziare. Tanto più quanto più si ha successo.







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