SCUOLA/ Un preside: cari colleghi, la vocazione degli studenti non abita nella nostra testa

- Innocente Pessina

INNOCENTE PESSINA invita gli educatori ad abbandonare i comodi salotti della riflessione pedagogica e raccontare «quello che cerchiamo di fare nella dura quotidianità delle nostre scuole»

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(Immagine d'archivio)

Caro direttore,

dobbiamo fare un passo in avanti. Con coraggio. Dobbiamo lasciare il comodo salotto dei pensieri, della riflessione pedagogica, del confronto tra scuole filosofiche, del “si dovrebbe”, per uscire allo scoperto e giocarci la nostra credibilità di presidi, insegnanti ed educatori, raccontando quello che cerchiamo di fare nella dura quotidianità delle nostre scuole. Sono mesi che discutiamo di come promuovere l’eccellenza, di come la politica scolastica si sia data un nuovo orizzonte, di come ci si dovrebbe muovere per valorizzarla, ma pochi si sono impegnati a raccontare come tutto questo viene vissuto, realizzato o semplicemente tentato nelle varie realtà scolastiche. È troppo facile, anche utile per carità, parlare di queste cose, un po’ meno provare a realizzarle. Qui ed ora.

Cosa vuol dire promuovere l’eccellenza in una scuola primaria o in una scuola superiore? A Milano o in un paesino della Val Trompia? Quali strumenti devi mettere in campo, per fare emergere il meglio di ogni studente? Quali risorse? A queste domande dobbiamo rispondere se vogliamo essere utili a tutti  e non fare solo accademia. Non vale poi prendere a pretesto le difficoltà, le emergenze del momento, perché sappiamo che queste non finiranno mai anche quando ci saranno momenti meno difficili e politiche più illuminate. Dunque: cosa facciamo concretamente tutti i giorni per incentivare l’eccellenza?

Provo a raccontare un paio di episodi realmente successi in un liceo milanese. Il primo, probabilmente banale, mi ha comunque incuriosito e vorrei condividerlo con i lettori. Conferma come la presenza appassionata e significativa di un insegnante è determinante. Capita che un ex studente torni a trovarmi. Lo ricordavo brillante, impegnato e soprattutto amante della buone lettere. Insomma lo studente che si appassiona alla letteratura, alla filosofia, alla storia, al teatro. Ricordo di averlo visto con i miei occhi leggere Re Lear appoggiato ad una palo in attesa del tram (!). Dopo gli opportuni convenevoli, gli chiedo quale facoltà universitaria avesse scelto e, con mia grande sorpresa, mi dice di essersi iscritto alla facoltà di fisica. Ma come? Non avevi una grande passione per le materie letterarie? Sì anche, ma aveva scoperto la bellezza ed il fascino della fisica con la “profe” dell’ultimo anno. L’incontro con lei e il suo insegnamento competente, appassionato, autorevole e contagioso era stato capace di far emergere un interesse e un piacere che fino a quel momento era stato solo latente. Neppure lui sapeva di avere una simile passione. L’insegnante era riuscita a renderlo cosciente di questa sua parte nascosta. Immagino che tutti noi, nel rivedere il nostro lungo cammino scolastico, possiamo confermare come, prima o poi, un buon insegnante sia riuscito a fare la differenza. E se abbiamo fatto certe scelte e percorso certe strade molto spesso lo dobbiamo a quel lontano maestro che è riuscito a toccare certe nostre corde e a tirar fuori il meglio di noi. È riuscito quindi a valorizzare la nostra eccellenza.

Il secondo episodio è molto recente. L’altro giorno, mentre mi avviavo di buon mattino a rispondere alla posta e ad impostare le varie attività della giornata, un collaboratore scolastico (il bidello dei nostri tempi, per chi non si è ancora abituato alle riforme epocali) mi avverte che una mamma, senza appuntamento, chiede di potermi parlare. Accetto e vengo a sapere che la signora, in chiaro stato ansioso, non riusciva a convincere la figlia quasi diciottenne ad entrare a scuola. La studentessa era barricata in macchina e il suo disagio non le permetteva neppure di uscire dal mezzo. Domanda: come si deve porre la scuola in questi casi? Cosa vuol dire eccellenza per lei?

Questo episodio e mille altri, di sofferenze, di disabilità di emarginazione e di disagi variamente assortiti, scardinano ogni programma, ogni metodologia prestabilita, ogni regolamento e ti provocano nel tuo profondo e nel tuo modo di fare scuola. Ti costringono a fermarti, a buttare all’aria i tuoi bei programmi della giornata e ad occuparti totalmente di lei. La realtà di quel momento la devi affrontare mettendo in campo tutta la competenza, l’esperienza e la sensibilità necessarie. La studentessa deve almeno intuire che, in questo momento di difficoltà, tu e la scuola siete accanto a lei, pronti ad ascoltarla e a sostenerla. Il programma e gli obiettivi disciplinari sono ora meno importanti. Solo quando avrà recuperato la serenità necessaria e avrà scoperto che la scuola è sinceramente interessata a lei e non al fantomatico programma, potrà correre nuovamente verso la sua piena realizzazione come persona e studentessa. A quel punto e solo a quel punto, si potrà parlare di eccellenza, la sua.
 

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