SCUOLA/ Il rettore: così si insegna (e si impara) nelle scuole dei gesuiti

- La Redazione

FRANCESCO TATA S.I. e ERALDO CACCHIONE S.I. dell’Istituto Massimo di Roma spiegano la proposta educativa dei gesuiti. La ratio studiorum? Aggiornata, è ancora valida  

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L’Istituto Leone XIII di Milano, quello Sociale di Torino. L’Ignatianum di Messina e il Centro educativo ignaziano di Palermo. Sono solo alcune delle scuole che da decenni vengono animate dalla Compagnia del Gesù. Quest’anno, l’8 dicembre, l’Istituto Massimiliano Massimo di Roma, da oltre un secolo tra le scuole più prestigiose della capitale, celebra il cinquantesimo anniversario del suo trasferimento nella nuova sede dell’Eur. Lo fa con la benevola attenzione del Vaticano, attraverso il vicario di Roma, Agostino Vallini che celebrerà l’eucarestia dell’Immacolata, e delle autorità cittadine: il sindaco Alemanno presenzierà la cerimonia della posa simbolica della prima pietra.

 Una buona occasione per fare il punto sulla proposta umana ed educativa dei gesuiti. Che si impernia ancora sulla ratio studiorum messa a punto dalla Compagnia agli albori del XVII secolo. «Un modello valido ancora oggi», ci spiega padre Francesco Tata, che del Massimo è il Rettore. «La ratio studiorum è una metodologia che prescinde dai contenuti, prestando piuttosto attenzione alla dinamica educativa dell’acquisizione, rielaborazione e riproposizione. Quella dell’antica università parigina della Sorbona, per intenderci. È dunque soprattutto un aiuto ad una dinamica di crescita umana. Certo, va poi adattata alle dinamiche odierne».

«Non abbiamo più un’informazione topdown», spiega padre Eraldo Cacchione, da anni tra i principali animatori di una comunità scolastica che va dalla scuola per l’infanzia ai licei classico e scientifico. «Non ci interessa tanto un travaso di informazioni dal docente allo studente: tutto viene focalizzato su chi deve ricevere. Abbiamo come scopo una formazione a tutto tondo. Non solo colpire e formare l’intelletto ma anche i sentimenti e le emozioni più profonde». Una dinamica non semplice, che padre Cacchione riassume in questo modo: «Il paradigma parte dal contesto, passa all’esperienza e produce un’azione che poi viene valutata. L’attenzione è sul fattore umano, sulla coscienza individuale di chi apprende. La parte intellettuale è la riflessione che si fa sull’esperienza, perché un contenuto non è mai appreso se non si è in grado di rappresentarlo».

Una dinamica educativa che è stata oggetto, e in parte lo è ancora, di critiche feroci: privilegerebbe la dimensione umanistica a discapito del sapere scientifico, oltre ad essere tacciata di classismo, di puntare esclusivamente alle classi più elevate della società. Padre Eraldo si presta serenamente ad una autocritica costruttiva: «Il modello fino al 1773, anno di soppressione della Compagnia, ha funzionato bene, in continuo rapporto e aggiornamento con la realtà. Quando poi la Compagnia è rinata, nel 1814, quel modello è stato riproposto in maniera manierista. La stessa Compagnia era reazionaria in quel periodo. Solo a partire dagli anni ’60 del ’900 ci si è scrollati quell’impostazione. Prima le grandi rivoluzioni scientifiche non sono state immediatamente recepite, dando vita ad un modello eccessivamente classicistico e classista.
  

Alla fine degli anni ’60 padre Arrupe, il generale dei gesuiti, ha dato mandato di riscrivere la ratio studiorum, aggiornandola ai tempi. Si sono integrate i grandi cambiamenti scientifici e la dimensione sociale nella nostra proposta educativa». Un processo estremamente lento e complesso, in particolar modo nel nostro Paese. «In Italia questo aggiornamento è stato lento», ammette padre Cacchione, «è tutt’oggi ancora in corso, ci stiamo lavorando faticosamente e alacremente». Lo conferma padre Tata: «Stiamo proprio adesso ragionando su come applicare questo modello nelle scuole italiane», e ammette la difficoltà e la sfida: «È un mondo da scoprire e fare capire».

Il rettore affronta serenamente, senza difese d’ufficio, l’accusa di fornire un’educazione classista: «Il punto di partenza è il fatto che Ignazio diceva che nella scelta delle attività apostoliche bisogna privilegiare gli “agenti moltiplicatori”. Bisogna capire chi sono questi agenti. Un tempo ricchezza, governo e risorse erano accentrate su alcune persone. Era facile individuarle, e intervenire, non per privilegiarle, ma perché potessero mettere a servizio di tutti quell’educazione ricevuta. Oggi è più difficile individuare l’agente moltiplicatore. Il desiderio è quello di formare persone che possano influire nella società, trasmettere il più possibile quello che hanno imparato». Proprio per la complessità della società odierna, i gesuiti guardano con attenzione al mondo della politica, di chi deve prende scelte in materia educativa: «A noi piacerebbe molto trovare vie per poter aprire a una selezione non per censo e non per merito», ammette padre Tata.

I tempi che cambiano sono la grande sfida che hanno di fronte i gesuiti oggi. «L’origine dell’apostolato era sociale, non elitaria», racconta padre Eraldo. «All’epoca non potevi scegliere i tuoi studenti, studiava chi era ricco, punto. Eppure le scuole gesuitiche nascono come gratuite. Questa cosa nel tempo si è smarrita, occorre con pazienza riscoprirla».
Una riscoperta che parte dai banchi, dall’avventura quotidiana della scuola: «Nel concreto integriamo attività co-curricolari caratterizzanti: formazione ai Sacramenti, formazione spirituale e sociale attraverso esperienze di volontariato, ritiri per gradi e tipologie differenti, formazione spirituale per ex alunni, famiglie e docenti che seguono una formazione ignaziana. Sui curricula invece ci sono progetti che integrano il curriculum tradizionale: le simulazioni delle sedute Onu e Ue, la seconda e terza lingua curricolare e certificabile. Ci sono poi una serie di progetti integrativi con scuole di giornalismo, di business, di videoproduzione. E un continuo scambio culturale con scuole dei gesuiti nel mondo».

La riforma delle scuole superiori voluta dalla Gelmini aiuta la scuola che hanno in mente i gesuiti? «Le risponderò con le cose che vanno bene e quelle che vanno male», dice padre Cacchione, che snocciola un nutrito elenco: «Bene che salvaguarda la tradizione dell’insegnamento dei licei, che permettono una preparazione media superiore a quella estera. Bene che potenzia la preparazione tecnico-scientifica e linguistica. Bene la personalizzazione dei piani di studio nel triennio. Male che ci siano ancora troppe ore di lezione frontale perché c’è un eccessivo numero delle discipline, che rischia di andare a detrimento dell’approfondimento. Si cerca di tenere dentro tutto senza fare una sintesi». Concorda padre Tata: «C’è un’eccessiva frantumazione del sapere, che è stata affrontata con poco coraggio. Per il resto la direzione è quella giusta».

E potessero essere nei panni del ministro, non hanno dubbi su quale provvedimento adotterebbero: «Metterei negli obiettivi da certificare competenze morali e sociali a partire da un’etica condivisa», risponde deciso padre Cacchione. «Altrimenti la scuola rimane relegata a una dimensione esclusivamente intellettuale, e non umana». «Troverei ulteriore tempo per integrare e assimilare», rilancia padre Tata. «Perché l’integrazione vera rende liberi, sprigiona energie a tutto campo».

(Pietro Salvatori)

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