SCUOLA/ Fuori a 18 anni? Con i prof “vecchi” e i Regolamenti Gelmini, ora è possibile

- Giovanni Cominelli

Per Guido Tabellini, rettore della Bocconi, gli studenti italiani finiscono la scuola troppo tardi. E arrivano in ritardo e sul mercato del lavoro. È così? Il commento di GIOVANNI COMINELLI

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Foto: Imagoeconomica

Il Corriere della Sera di ieri mette in prima pagina la provocazione del rettore dell’Università Bocconi prof. Guido Tabellini di accorciare a quattro anni la durata dei Licei e, si dovrebbe arguire, anche dei Tecnici e dei Professionali. La ratio è quella di mettere in asse l’età di uscita dei nostri ragazzi dalle scuole superiori con quella dei loro coetanei europei, non proprio tutti per la verità.

Una ricerca dell’Isfol di qualche anno documentava la lunga e abnorme durata della transizione dei ragazzi italiani dalla scuola al lavoro: 11 anni. I giovani in Italia sono collocati tra i 15 e i 34 anni. Escono tardi (questo, ad evitare equivoci, è solo un avverbio di tempo!) da scuola, tardi dall’Università, tardi da casa, tardi entrano nel mercato del lavoro e delle professioni, tardi fanno famiglia, tardi fanno figli. L’uscita a 19 anni dalla scuola media superiore non è certo l’unica causa del loro essere “in ritardo su tutto”, ma certo è il primo e decisivo anello di una lunga catena.

Dietro la proposta dell’uscita a 18 anni stanno, tuttavia, opzioni diverse circa la riorganizzazione necessaria dei cicli di studi. Mentre affiora ad intermittenza nell’universo degli opinion leaders e dei policy maker, il problema sta da almeno trent’anni sulle cattedre della scuola militante: “non ne possono più!”, questa è la diagnosi universale che gli insegnanti rilasciano della condizione di ragazzi diciannovenni, costretti sugli stretti banchi dove stanno dai 15 anni.

Cinque anni di Liceo – che, a detta di un dirigente citato dal Corriere, “tutti ci invidiano”, ma che, a quanto pare, nessuno intende imitare in Europa e nel mondo – sono troppi, i ragazzi arrivano alla fine estenuati e stufi. Al numero di anni si deve aggiungere quello delle ore: a 7 e 8 anni gli alunni italiani stanno in classe 990 ore (media Ocse 790, media Ue 802); tra i 9 e gli 11 anni diventano 1.023 ore (media Ocse 835 e media Ue 847); tra i 12 e i 14 anni le ore davanti agli insegnanti diventano 1.089 (media Ocse 926 e Ue 928). Tra i 7 e i 14 anni i nostri ragazzi passano sui banchi oltre 8mila ore (la media Ocse è 6.862). Eppure, i risultati, comparati sul piano internazionale, sono tutt’altro che brillanti, come è arcinoto.

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La provocazione di Tabellini è, in realtà, la stessa contenuta nel ddl n. 4416 del 18-12-1997, primi firmatari Silvio Berlusconi, Giuseppe Pisanu, Valentina Aprea e l’intero Gruppo parlamentare di Forza Italia. Essa ipotizzava 3 anni di scuola dell’infanzia, 4 anni di scuola di primo grado, 4 anni di scuola di secondo grado, 4 anni di scuola di terzo grado, con sottodivisioni in cicli biennali. Non erano niente altro che i 4 blocchi dell’istruzione della maggior parte dei Paesi europei. La proposta fu solennemente ripresentata dal ministro Letizia Moratti agli Stati generali dell’istruzione nel dicembre del 2001. Trovò l’opposizione netta dei sindacati.

 

Oggi il segretario della Cgil-Scuola si dichiara favorevole. È un vecchio gioco: dichiarare possibile ciò che si sa non essere all’ordine del giorno (di questa legislatura) e bollare come impossibile quando arriva per davvero sui tavoli della discussione. Fu Adriano De Maio, all’epoca rettore del Politecnico, a bocciarla “dall’interno” degli Stati generali: il Liceo doveva essere di 5 anni. Letizia Moratti, registrando le resistenze del licealismo conservatore interne al centro-destra e al centro-sinistra, che riteneva intangibili i 13 anni di istruzione, ripiegò sul tentativo estremo di anticipare a 5 anni il ciclo di primo grado e a 2 anni la scuola dell’infanzia. In tal caso, si mantenevano i 5 anni di Liceo e si rispettava il tabù dei 13 anni.

 

Anche questa proposta fu bocciata. Restò sul campo, alla fine, l’ipotesi dei 2 anni e mezzo per l’inizio della scuola dell’infanzia e dei 5 anni e mezzo per quello della scuola di base. E, soprattutto, si sviluppò, come esito del fallimento della proposta, un tentativo, almeno in parte riuscito, di alleggerire l’ultimo anno di Liceo e di renderlo più aperto e più specialistico (si veda, per esempio, l’introduzione del Clil) e perciò più orientato verso le Facoltà universitarie.

 

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Ma già Luigi Berlinguer aveva proposto di abbassare a 18 anni di età e a 12 anni di durata il tempo di istruzione, articolando il percorso in due cicli, invece che tre: 7 anni di scuola di base, 5 anni di ciclo superiore. Il tutto fu messo nella legge n. 30 del 10 febbraio del 2000. La sua proposta manteneva i 5 anni dei Licei (denominazione assunta da tutti i tre gli indirizzi della scuola media superiore), ma faceva saltare la vecchia scuola media, aggiungendone i primi 2 anni alla scuola di base e 1 anno al ciclo superiore. La proposta Berlinguer incontrò un’opposizione virulenta dei sindacati della scuola media ed ebbe contro anche il centro-destra, perché l’andata a regime della riorganizzazione avrebbe creato, a un certo punto, una “gobba” difficilmente governabile sul piano economico e gestionale.

 

Che il rettore della Bocconi rilanci una simile provocazione è decisamente positivo, benché in forte ritardo. Nel frattempo sono stati approvati i Regolamenti Gelmini, che hanno incominciato a ridurre le ore, a razionalizzare gli indirizzi. Su questa linea è possibile e necessario continuare. C’è almeno una condizione favorevole, oltre alla presa di posizione recente della Cgil: il rapido e ingente turnover che si annuncia per gli insegnanti, la cui età media è arrivata ai 52 anni. Questo renderebbe meno traumatica la diminuzione di cattedre che la riduzione di un anno di scuola comporterebbe.

 

 

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