SCUOLA/ A chi piace veramente l’esame delle medie?

- La Redazione

MARIA ROSA ALTILIO affronta il tema dell’esame delle medie, trasformatosi nel tempo in una prova ormai più pesante della maturità

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“Gli esami sono difficili anche per i più preparati, perché il più grande somaro al mondo può fare più domande di quante l’uomo più saggio non sappia rispondere” (Charles Caleb Colton)

 

Con questo aforisma si vuol porre l’attenzione sulla validità e l’obiettività della valutazione durante gli esami, che non sempre rispondente pienamente alla complessità di ciascuno.

Occorre innanzitutto fare un passo indietro e rispolverare la Riforma Gentile del 1923, con la quale venne introdotto il concetto di “obbligo scolastico” fino a 14 anni. La scuola elementare durava cinque anni ed era suddivisa in due periodi: il grado inferiore (1°, 2°, 3° anno di corso) e il grado superiore (4°, 5° anno di corso). Ogni grado si concludeva con un esame: alla fine della terza classe l’esame di compimento inferiore e alla fine della quinta l’esame di compimento superiore. Sono gli esami di scuola elementare regolare. Successivamente si sarebbe dovuto frequentare un “Corso triennale di integramento”. La maggior parte degli alunni abbandonava gli studi dopo aver conseguito la “licenza di terza elementare”.

Alla riforma Gentile seguirono altre riforme fino al 1948, quando la Costituzione confermò l’obbligo fino a 14 anni. Nel 1955 la scuola elementare era di 5 anni suddivisi in due cicli, con esami in seconda e in quinta. Con l’introduzione della Scuola Media Unica, nel 1962, i ragazzi furono obbligati a frequentare la scuola fino a 14 anni. Con la riforma dei programmi del 1979, la scuola media “concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva”, la cui finalità era quella di rispondere al principio democratico di elevare il livello di educazione e di istruzione personale di ciascun alunno, adeguandosi all’età e alla psicologia di ognuno (nella diversità delle situazioni personali, dei ritmi dello sviluppo psico-fisico e dei livelli di maturazione).

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Compito fondamentale della scuola era dunque quello di programmare interventi, anche individualizzati, in modo da rimuovere gli effetti negativi dei condizionamenti sociali, di superare le situazioni di svantaggio culturale e di favorire il massimo sviluppo di ciascuno e di tutti.

 

Tutto questo potrebbe apparire in netta contraddizione con le vigenti disposizioni in materia d’esame poiché, obbligando tutti gli alunni a sostenere le stesse prove, emanate a livello centrale, senza tener conto delle esigenze e delle situazioni delle singole scuole e dei programmi effettivamente svolti in ciascuna classe, sembra non considerare adeguatamente le diversità territoriali, sociali e culturali.

 

Si potrebbe anacronisticamente parlare di un viaggio a ritroso se pensiamo che, dopo i Decreti Delegati, con la partecipazione della Comunità alla gestione scolastica e grazie al decentramento amministrativo, si è favorito un maggiore avvicinamento della scuola al cittadino; tale processo ha raggiunto il massimo compimento con l’autonomia scolastica. In regime di autonomia, infatti, le scuole hanno la facoltà di stabilire, accanto agli obiettivi nazionali, dei curricoli personalizzati, da scuola a scuola, a seconda del contesto e delle esigenze dell’utenza stessa.

 

L’introduzione di alcune forme di valutazione, tra cui quelle stabilite dall’Invalsi o dall’Ocse Pisa, servono a monitorare il grado di preparazione degli alunni in un contesto nazionale e internazionale. È in questo contesto che rientrano a pieno titolo le prove nazionali previste per le valutazioni intermedie e per gli esami di Stato; purtroppo però queste forme di monitoraggio non sempre sono ben viste dagli insegnanti, i quali si sentono essi stessi valutati nel loro operato.

 

Di qui poi i diversi tentativi in qualche scuola di “inquinare” le prove, cercando di aiutare i ragazzi in difficoltà, ma compromettendo i risultati e il fine ultimo delle prove stesse, e cioè quello di individuare i punti deboli di ciascuna scuola e cercare di intervenire per rimuovere le negatività, promuovendone l’eccellenza con opportuni interventi. In quest’ottica, anche le prove nazionali del nuovo esame di stato hanno la loro importanza e una giusta finalità, che non vuol essere certamente punitiva.

 

Tuttavia la differenza tra l’esame di ieri e quello attuale non è poca. Fino a qualche anno fa le prove scritte erano soltanto tre: italiano, lingua straniera e matematica con l’aggiunta del colloquio orale, la cui formulazione veniva affidata alle singole scuole autonome, in pieno rispetto del decentramento amministrativo, organizzativo e didattico delle singole scuole.

 

Ciascuna commissione, suddivisa in sottocommissioni sulla base delle risultanze dell’esame, degli atti dello scrutinio finale e di ogni altro elemento a sua disposizione, formulava un giudizio complessivo sul livello globale di maturazione raggiunto da ogni candidato. Tale giudizio, se positivo, si concludeva con l’attribuzione del giudizio sintetico di “ottimo”, “distinto”, “buono” e “sufficiente”. Se negativo, con la dichiarazione di “non licenziato”.

 

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Oggi, invece, le cose si svolgono in modo completamente diverso. Le prove scritte sono ben sei: il tema di italiano, la prova di matematica, delle due lingue straniere e i due test predisposti dall’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione del sistema d’istruzione), decisi a livello nazionale e uguali per tutte le scuole italiane, così come avviene per l’ esame della maturità. La prova nazionale consiste in quesiti a scelta multipla e a risposta aperta. L’obiettivo è quello valutare i livelli generali e specifici di apprendimento conseguiti dagli studenti e confrontabili a livello nazionale.

 

La novità quest’anno è che il risultato della prova ha concorso alla valutazione finale dello studente mentre l’anno scorso poteva essere considerata o no, a discrezione degli insegnanti. Questo ha complicato non poco la situazione degli alunni, i quali già per l’ammissione all’esame di Stato di terza media dovevano aver conseguito la sufficienza in tutte le materie, condotta compresa. La valutazione finale dell’esame non viene più attuata con un giudizio, ma con voti espressi in decimi.

 

Gli studenti che ottengono il punteggio dieci decimi potranno anche ricevere la lode, ma ciò è risultato quasi impossibile, secondo i calcoli in percentuale e le medie aritmetiche dei voti di ammissione e delle prove, che hanno visto impazzire centinaia di docenti catapultati in una complicata forma di valutazione, con l’ausilio indispensabile di calcolatrici e computer, al fine di allontanare possibili margini di errori.

 

Ma l’amaro in bocca rimane per i docenti che sono costretti da aridi calcoli ad arrotondare per difetto o per eccesso i voti, avvicinando alunni “lontani” e allontanandone altri ”vicini” e compromettendo spesso i risultati di un intero triennio di scuola.

 

Il test nazionale, inoltre, deve essere effettuato con un protocollo rigido di esecuzione stabilito dal ministero: un alunno per banco, cellulari, vocabolari e calcolatrici off-limits, professori vigilantes (assolutamente non di italiano e matematica), nonché l’assoluto divieto dei suggerimenti. Il fatto di “caricare” il test di un peso eccessivo sulla valutazione finale perché fa media come tutte le altre prove, automaticamente ha abbassato anche il voto finale dei più preparati che, in sede d’esame, per svariati motivi (emozione, tempo a disposizione, discrepanze tra il programma effettivamente svolto e quanto chiede il test), non sono riusciti a dimostrare la loro bravura e inorridendo spesso davanti al “quattro” con cui sono stati valutati dall’Invalsi, il cui voto è il risultato matematico delle risposte inserite: altro lavoraccio per i malcapitati docenti coinvolti.

 

Dunque un ragazzo eccellente ma emotivo può avere un voto più basso a causa di questo scritto. Secondo alcuni invece, soprattutto al Nord, la prova è risultata utile e ben strutturata. Ho la percezione che l’esame di terza media stia diventando più pesante della maturità stessa.

 

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Quanto ai voti: il 10 sarà ormai un miraggio. Infatti il giudizio finale scaturisce dalla media aritmetica del risultato di ammissione, di ciascuna prova e dell’orale. Un’impresa arrivare al massimo, anche se la commissione ha un piccolo margine per arrotondare il voto, perché occorrerebbe meritare 10 in tutte le prove. Per questa ragione all’esame di maturità, dove il voto si ottiene sommando sette numeri (il credito degli ultimi tre anni, tre prove scritte e un esame orale), è previsto un bonus di 5 punti che alla scuola media manca. Così, il numero dei ragazzini eccellenti subirà un tracollo e si allontanerà dalla percentuale dell’anno scorso, quando il 17,2% si era diplomato con l’ottimo.

 

Insomma per molti l’oggettivazione delle prove Invalsi, che fa media con gli scritti e il colloquio orale, rappresenta una forte discriminazione a svantaggio di quelle scuole che sopravvivono in territori depressi. Facendo ciò si potrebbe mettere in crisi la scuola pubblica decentrata e autonoma.

Concludo con la nota più dolente di tutta la questione: il ruolo dei docenti.

 

Questo tipo di valutazione, in sede d’esame, ha determinato lo sconforto di molti docenti, estenuati dalle moltissime ore trascorse a correggere gli intricati test Invalsi. Il complicato lavoro di correzione e l’attribuzione dei punteggi, la cui somma andava riportata in decimi, sarebbe stato semplice se effettuato con una macchina a lettore ottico e non attraverso una correzione manuale su test a caratteri molto piccoli, per un totale di due-tremila risposte da verificare come giuste, sbagliate e non valide.

 

Insomma i docenti sono stati utilizzati per svolgere un lavoro che non compete loro, una tipologia di lavoro che in altri contesti viene svolto dalle macchine. È come un ritorno all’arte amanuense, nobilissima al suo sorgere, ma del tutto fuori luogo nell’epoca ipertecnologica in cui viviamo. Tutto questo, unitamente a uno stipendio sempre meno adeguato al costo della vita che demotiva gli insegnanti (in molti rischiano il burnout), ai tagli di ore di lezione e di disposizione, va a discapito degli alunni che si trovano in classi sempre più sovraffollate.

 

Ma il dubbio maggiore sorge nel momento in cui ci si chiede se questi test e le continue innovazioni cui viene sottoposta la scuola, possano contribuire davvero al miglioramento dei livelli di apprendimento degli alunni in una società multietnica e globale che tende sempre più a valorizzare la diversità culturali e le intelligenze multiple.

 

(Maria Rosa Altilio, insegnante alle scuole medie)

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