SCUOLA/ Tre domande scomode alla Gelmini sull’esame di terza media

- Raffaela Paggi

Il ministro Gelmini ha espresso di recente la volontà di riformare la prova conclusiva della secondaria di primo grado. Ma, afferma RAFFAELA PAGGI, restano ancora molti nodi irrisolti

scuola_mano_matitaR400
Immagine d'archivio

È innegabile la valenza educativa di un esame alla fine di un ciclo scolastico se in esso lo studente è convocato a valorizzare il percorso formativo effettuato, a comunicare e a giudicare quanto appreso nelle diverse discipline incrementando così la sua conoscenza e la sua autocoscienza. In ordine a tali finalità va senza dubbio ripensata la forma dell’esame al termine della terza media.

È stata recentemente espressa dal ministro Gelmini la volontà di semplificare una prova che è diventata mastodontica, senza perdere in qualità e serietà, affidando ai test dell’Invalsi il compito di accertare gli apprendimenti di matematica e probabilmente anche di inglese, e lasciando ai singoli istituti la formulazione dello scritto di italiano e  del colloquio orale. Sicuramente pregevole il tentativo di rendere meno ridondante l’esame, ma rimangono irrisolte alcune questioni sulle quali vale la pena riflettere.

Quali tipologie di prove e per testare il raggiungimento di cosa? L’esame finale intende valutare il raggiungimento di competenze quali la capacità di interazione dialogica e di comunicazione nella propria lingua e in una o due lingue straniere, la padronanza di linguaggi non verbali, la conoscenza degli elementi fondamentali della nostra cultura umanistica e scientifica (solo per citare alcuni dei “traguardi per lo sviluppo delle competenze” descritti nelle Indicazioni per il curricolo)? O vuole testare a campione il raggiungimento di obiettivi specifici di apprendimento (numerosissimi negli elenchi suddivisi per discipline delle indicazioni nazionali)? Oppure…? Occorre definire con precisione gli scopi che l’esame si prefigge, per scegliere con oculatezza quali prove somministrare. Un nota bene: chi si occupa di prove strutturate è ben consapevole del diverso valore a fini statistici dei risultati di un test senza finalità valutativa e anonimo rispetto ad un test affrontato durante un esame, nominale e determinante per la valutazione. Andrà dunque meglio definito il ruolo delle prove Invalsi somministrate durante l’anno scolastico e quelle da svolgersi durante l’esame  finale. Hanno scopi ben diversi: le prime valutano il sistema, le seconde il singolo studente.

Quale il valore del voto di fine primo ciclo? Considerando che la scuola dell’obbligo non finisce con la terza media, che nessuno prenderà mai in considerazione il voto dell’esame ai fini di un inserimento o in un istituto scolastico superiore (le iscrizioni negli istituti superiori a giugno sono già chiuse da mesi) o tanto meno in ambito lavorativo, che senso ha tale voto se non il riconoscimento di un percorso effettuato in una certa classe, con certi docenti, in un certo istituto dallo studente, utile innanzitutto allo studente per conoscere e capire sé stesso? Perché allora tanto accanimento nell’imporre la media matematica tra voto di ammissione e risultati di prove diversissime per la sua determinazione senza possibilità di qualsivoglia forma di bonus? Forse in nome dell’oggettività? Ma è davvero possibile un simile grado di oggettività nella valutazione? Addirittura: è davvero auspicabile? Gli studenti normalmente vengono valutati tenendo conto degli standard della classe, il ministero non impone dettagliati obiettivi di apprendimento anno per anno, ma solo traguardi da raggiungere con percorsi didattici personalizzati, in molti testi di legge si richiama all’attenzione alla singola persona, con particolarissime deroghe per gli studenti in situazione di handicap o affetti da disturbi dell’apprendimento. Siamo nella scuola dell’obbligo. Come mai solo all’esame ci si preoccupa dell’oggettività della valutazione?

Chi esamina? Un’ultima riflessione andrebbe fatta sulla composizione della commissione esaminatrice, attualmente formata da un presidente esterno e dall’intero consiglio di classe. A che pro la presenza di un esterno nella commissione? Per garantire formalmente il corretto svolgimento delle prove? In che misura la presenza del presidente di commissione garantisce un’uniformità di valutazione sul territorio nazionale, quando gli estensori delle prove sono in parte i docenti del consiglio di classe, in parte gli esperti dell’Invalsi, gli esaminatori del colloquio orale sono i docenti interni, i correttori e i valutatori delle prove sono sempre gli stessi docenti? Forse basterebbe responsabilizzare il dirigente scolastico circa il corretto svolgimento delle prove per risparmiare parecchio denaro pubblico senza perdere in qualità e rigore.

Auspicando sia ancora possibile un dialogo tra il legislatore, gli esperti e i protagonisti della scuola (dirigenti e docenti) in vista della riformulazione dell’esame finale, si è voluto qui sottolineare l’urgenza di una riconquista dell’alto valore culturale ed educativo della scuola, che impone di affrontare ogni particolare (tra cui la revisione dell’esame finale) coscienti dello scopo dell’intero percorso formativo. Perché l’esame è solo la punta dell’iceberg.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori