SCUOLA/ Cari prof, così avete “ucciso” la vostra autorità

- Giovanni Gobber

GIOVANNI GOBBER spiega perché oggi l’autorità è percepita esclusivamente nella sua forma impositiva, mentre è venuta meno la capacità di dare un senso all’obbedienza

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Foto Imagoeconomica

Autorità è parola dai molti sensi. Per l’origine, continua auctoritas latina, che indicava capacità di far crescere, dunque “prestigio, stima”: veniva da auctor, che denotava “chi fa crescere, chi è fondatore”. Alla base vi era il verbo augere, ossia “aumentare”. Nel dizionario etimologico di Ernout e Meillet, augere gode della massima attenzione, poiché ha sviluppato un gran numero di derivati, fra i quali spicca il nome degli augures, i sacerdoti che scrutavano i fenomeni naturali, come il volo degli uccelli, e formulavano una previsione, detta augurium, perché si auspicava favorevole. Gli antichi avevano bisogno di auxilium, cioè di un aiuto che “accresce le forze”. In questo ambito si colloca l’esperienza della auctoritas: la parola ha valenza positiva e attesta la fiducia nel futuro, che è visto come crescita, sviluppo ed è promessa di un bene.

In epoca moderna, per un caso di metonimia (che trasferisce la parola da un elemento a un altro nello stesso dominio), autorità si è estesa dalla capacità all’individuo che ha la capacità. Si è così chiamata autorità anche la persona che riveste un’alta carica pubblica (una posizione che conferisce il potere di “far crescere”, di “costruire”). Si tratta di un uso di matrice francese, che risale al tardo Settecento. Un passaggio ulteriore ha tolto il rapporto con gli individui: autorità è così giunta a designare il potere legale di gestire i comportamenti sociali. Il nesso con l’antico verbo augere e con il prestigio goduto dagli auctores è ormai opaco. Peraltro, questo legame si coglie ancora, pur lievemente, nell’aggettivo autorevole e nel nome autorevolezza. L’elemento –evole è una continuazione del latino –abilis: auctorabilis designava chi è capace di essere auctor.

Come si può notare, l’odierna autorevolezza è vicina, per il senso, all’antica auctoritas: è un prestigio morale, una stima che si diffonde nella comunità e non dipende da un’imposizione, ma da una condivisione. Era l’autorità dotata di un fondamento ragionevole: era riconosciuta perché se ne vedevano gli effetti.

Altri tempi, altri costumi. Nel mondo moderno si è lacerato il legame tra morale e ragione.

Per conseguenza, autorità denota soprattutto ciò che attua imposizioni. Il bene futuro non è considerato. L’accento cade sull’obbligo nel presente. L’educazione non sa che fare di questa autorità: imponendo di ubbidire non si “fa crescere”; al più, si comprime, si reprime.

La crisi dell’autorità nel mondo odierno è forse legata al divorzio con l’autorevolezza. La ribellione sorge là dove autorità indica solo imposizione, obbligo incapace di mostrare un bene futuro che dia senso all’ubbidienza. Invece, là dove opera un individuo o un esempio autorevole, si avverte il bisogno di ubbidire. Non si sente un obbligo, ma un bisogno di seguire chi ha autorità. Una disciplina assai rigida è ben diffusa nella pratica sportiva: chi si sottopone ad allenamenti duri e monotoni trova una ragione in quel che fa – ed è la ricompensa del successo futuro. Lo stesso vale per chi affronta “sessioni” sfibranti in palestra, mentre fatica a prepararsi per una sessione di esame.

L’autorità dipende dal bene che può suscitare. Se non si vede un bene futuro, non si trova motivo per seguire chi chiama all’ubbidienza. Molti individui – per lo più giovani d’età – rifiutano l’autorità per questo motivo. Altri individui – meno giovani dei primi – non accettano il rifiuto dell’autorità. Costoro peraltro mancano di autorevolezza, non hanno cioè la capacità di mostrare il bene futuro. Vi è pure chi ha contribuito, in passato, a distruggere il principio di un’autorità fondata su un bene dal fondamento ragionevole, e ora si lamenta perché l’autorità non è più seguita.

Resta la possibilità di costruire rapporti umani costruiti nell’incontro con persone in carne e ossa, capaci di “far crescere”, cioè di educare ad avere speranza nel futuro. Occorre tornare “a crescere”, dicono in tanti. A tale scopo, non servono personaggi “sobri”, austeri, paladini del rigore, dispensatori di prediche vuote. Per crescere bisogna generare umanità. E questo è possibile partendo dalla carità guidata dalla fede. Il futuro non è solo dei soliti Übermenschen, cui tutto è permesso e nessun divieto appare fondato.

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