SCUOLA/ Tagliagambe: caro Bertagna, non è il pc a “spegnere” il fascino dell’esperienza…

- Silvano Tagliagambe

Cuore e mani da “nativi digitali” sono all’origine del disinteresse delle nuove generazioni per l’esperienza concreta? Il commento di SILVANO TAGLIAGAMBE

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Foto: Imagoeconomica

Da Hume in poi sappiamo bene che l’uomo ha l’incoercibile tendenza a trasformare il post hoc (la successione regolare di eventi) in un propter hoc (un nesso causale in virtù del quale l’antecedente produce il verificarsi del conseguente). Se teniamo conto di questo aspetto l’articolo di Bertagna Chi mostrerà ai “nativi digitali” la realtà che non hanno mai visto? si presta a una duplice lettura.

La prima, piuttosto banale e scontata, è basata sul principio di successione o di sincronicità. Da questo punto di vista ci si limiterebbe a dire che esiste una coesistenza tra l’impetuoso sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che esalta l’interattività e il multitasking, l’attitudine a compiere più operazioni contemporaneamente, e comincia a sfornare generazioni “che hanno la testa, il cuore e le mani da «nativi digitali»”, e l’impoverimento dell’ esperienza quotidiana e degli interessi di questi bambini e ragazzi, dimostrata dal fatto che “non impieghino le mani e una penna per scrivere in corsivo; non solo non allevino animali, ma non li abbiano mai visti di persona; che usino le mani per il mouse, ma non come tenaglie, pinze, cacciaviti, succhielli, lamiere, percussori ecc. per risolvere problemi in situazioni reali di vita; (…) che lavorino con ipertesti, ma non abbiano mai letto (o ascoltato) dall’inizio alla fine un romanzo, e abbandonino perciò I ragazzi della via Pal perché nella seconda pagina Boka ruba un oggetto che nessuno sa più che cosa sia (un calamaio) e I fratelli Karamazov perché «troppo lunghi» e così via”. Chi potrebbe non convenire su questa diagnosi e quindi condividere la conclusione che “non c’è scienza possibile di niente insomma senza esperienza”?

La seconda lettura, un tantino più subdola, perché non proposta esplicitamente dall’autore, ma in qualche modo indotta e suggerita almeno in seguito all’incidenza del «principio di Hume», tende a stabilire un rapporto di causa-effetto tra i due ordini di circostanze così diligentemente allineate. Da questo punto di vista il fatto di avere “la testa, il cuore e le mani da «nativi digitali»” sarebbe all’origine del disinteresse per l’esperienza concreta, per la lettura, per la scrittura, e del conseguente impoverimento della capacità di «pensare» di più e più in profondità, della meditazione, della riflessione, dell’attitudine critica, e che più ne ha più ne metta. E in questo caso ci sarebbe molto da dire e da ridire.

Per convincersi della parzialità e dell’opinabilità di una simile spiegazione è sufficiente leggere con attenzione i due ultimi contributi di Giovanni Cominelli: Perché non riusciamo ad essere cinesi senza la Cina e Senza una nuova ragione il nostro io sprofonderà nella società liquida. Qui si va direttamente al nocciolo della questione: perché i ragazzi dei paesi “ricchi” non desiderano più, non hanno più interesse e amore per la realtà e per la conoscenza e si limitano a consumare, mentre invece i figli dei paesi in via di sviluppo e più poveri continuano ad avere viva questa tensione e questo bisogno di esperienza, di ragione e di sentimento? E giustamente si avverte che “se il logos perde il contatto con la realtà in divenire, allora cadono la volontà, l’ethos, il desiderio”.

Anziché andare a caccia delle streghe e impegnarsi nella ricerca di un’improbabile colpevole di questo impoverimento Cominelli indica realisticamente come procedere: “occorre tenere intrecciate tutte le dimensioni delle politiche dell’educazione e dell’istruzione”. Il che significa che “occorre fare una riforma radicale del sistema educativo, così che sia in grado di costruire i fondamenti di una nuova civiltà”. Per fortuna c’è ancora (e scrive) qualcuno che non ricorre a ricette semplici per affrontare problemi complessi, che non esalta le virtù taumaturgiche di questo o quell’intervento «a spizzico» e che si rammenta di una splendida quanto potente metafora di Wittgenstein: “…nel tessere un filo, intrecciamo fibra con fibra. E la robustezza del filo non è data dal fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza, ma dal sovrapporsi di molte fibre l’una sull’altra”. Se noi slegassimo le fibre o le mettessimo addirittura l’una contro l’altra (tecnologie contro scrittura e lettura, simulazione contro esperienza concreta e vissuta, conoscenze contro competenze, approccio disciplinare contro interdisciplinarità e via esemplificando) non avremmo più la forza della corda e alla fine nemmeno la corda (se non per impiccarci, come molti tendono a fare con beata innocenza, riducendo una battaglia di civiltà a una vana predicazione ideologica).

Noi oggi, ci troviamo in una condizione di cecità provocata dai lampi dei mutamenti improvvisi e degli choc decisivi già individuati e prefigurati dal Rapporto Cresson del 1966: la globalizzazione, lo sviluppo tecnico-scientifico, la Rete. Siamo quindi di fronte a un bivio: soccombere alla cecità e brancolare nel buio, come oggi sono ridotti a fare in troppi, o cercare, come suggerisce Wilfred Bion “un raggio di intensa oscurità all’interno, in modo che qualcosa sinora passato inosservato alla luce abbagliante dell’illuminazione possa luccicare ancor più in quella oscurità”.

Fuor di metafora ciò significa che anziché accecarci ancora di più, sommando ai bagliori di fronte ai quali già ci pone il mondo la luce illusoria delle false evidenze e delle pseudo-spiegazioni, dobbiamo cominciare (o meglio, ricominciare) a ricercare con pazienza e umiltà, e soprattutto senza l’insopportabile sicumera e l’arroganza dispensate da molti a piene mani, indizi e tracce finora non considerati, sforzandoci di imbastire punto dopo punto spiegazioni non precotte e predigerite agli inediti fenomeni e processi in corso, dai quali dipende il futuro di noi tutti.

 



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