SCUOLA/ Misurare gli apprendimenti col “valore aggiunto”: se non ora, quando?

- Tiziana Pedrizzi

Un recente lavoro Invalsi può essere il prototipo di un progetto realistico: calcolare le performances di territori e scuole arrivando al Valore Aggiunto. Il commento di TIZIANA PEDRIZZI

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Immagine d'archivio

Dal dibattito sulla valutazione degli insegnanti e da quello sulla pubblicizzazione dei risultati Invalsi è salito agli onori del mondo il termine “Valore Aggiunto” (VA).

Nel primo caso, nella vulgata adatta a noi profani, esso indica il contributo che un insegnante dà agli apprendimenti degli allievi a paragone con altri coeteris paribus, cioè a pari condizioni di contesto. Nel secondo caso, invece, si tratta del contributo della scuola; solo la sua misurazione  permetterebbe di dare legittimità ad eventuali valutazioni formali o informali delle scuole, basate anche sugli esiti degli allievi in alcune discipline fondamentali.

L’oggetto della discussione è generalmente avvolta in tenebre da iniziati, tanto più fitte in un Paese come il nostro, in cui l’analfabetismo matematico-scientifico continua ad essere motivo di vanto anche per le più giovani generazioni. Provo, da profana volonterosa, a dire alcune cose nel merito, comprensibili anche ai non addetti ai lavori.

Innanzitutto, leggendo un po’ di ricerche nella loro parte accessibile, si ha l’impressione che, mentre sul VA delle scuole ci sono buone speranze, quello procurabile dagli insegnanti è ancora un po’ in alto mare. C’è da tenere conto del fatto che si tratta di terreni di ricerca molto nuovi, assolutamente assenti fino a 50 anni fa e che hanno potuto decollare solo grazie allo sviluppo dell’informatica.

Anche negli Stati Uniti, che con la legge No Child Left Behind hanno attuato misurazioni molto stringenti sul progresso annuale dovuto dalle scuole, ricerche recenti presentate nel sito di Norberto Bottani sembrano affermare che il VA degli insegnanti cambia di anno in anno e che non avrebbe una correlazione diretta con la loro preparazione. Difficile da misurare, insomma, per il momento, perché a livello micro intervengono molti fattori che non si riesce a misurare. Sul VA delle scuole, invece, la situazione sembra migliore.

Faccio riferimento qui a tre ricerche italiane, pubblicate nel 2010, che offrono alcune piste possibili. Esse prendono in considerazione i dati di una sola annualità, perciò non sono “longitudinali”. Misurare i progressi di uno stesso studente nel tempo sarà possibile solo prossimamente, quando le indagini lo avranno seguito per più di un segmento annuale del suo percorso scolastico.

 

La prima (1) vede fra i suoi autori il presidente Invalsi Piero Cipollone. Viene ipotizzata la possibilità di misurare il VA degli Istituti superiori che avevano volontariamente partecipato alle rilevazioni Invalsi nel 2005, comparando il loro diverso posizionamento nelle graduatorie dei ragazzi di 1^ e di 3^, che furono le classi allora indagate. Un miglioramento nelle posizioni indicherebbe una buona performance, il contrario per un peggioramento. Questa metodologia si basa evidentemente sull’ipotesi che le caratteristiche fondamentali della “materia prima” (i ragazzi) non cambino nel corso di 3 anni. I risultati: i Licei registrano il maggiore VA solo in italiano, le scuole del Sud registrano un minore VA soprattutto nelle materie scientifiche, un elevato turnover degli insegnanti influisce negativamente soprattutto in matematica.

 

Una seconda ricerca (2) prende invece come punto di riferimento il giudizio di uscita della Scuola media, che è relativamente attendibile all’interno di un territorio omogeneo, ed utilizza i risultati Pisa 2006. Comparando i risultati in Pisa 2006 matematica degli studenti campionati veneti e comparandoli con il giudizio di uscita della 3^ Media, si ottiene una graduatoria delle scuole che è diversa da quella in valori assoluti. I risultati: le posizioni delle scuole mutano, si avvicinano e sono “miste” per indirizzi, le graduatorie cambiano per disciplina, ma solo agli estremi le differenze sono statisticamente significative.

Da ultimo, un recente prodotto Invalsi (3), che potrebbe essere il prototipo dei lavori futuri effettuabili a livello territoriale (Regioni, Province ) fino ad arrivare alla singola scuola. Dal 2011 viene compilato dagli studenti di 5^ Elementare e 1^ Media – e dal 2012 questa richiesta si estenderà alla 2^ Superiore – un Questionario Studenti e dai loro Istituti una Scheda Scuola con domande volte ad indagare i fattori che nella letteratura internazionale e nazionale risultano essere interessanti per la determinazione del livello degli apprendimenti.

 

Incrociando i risultati degli studenti con i dati di contesto ed individuali che è possibile catturare attraverso questi due strumenti, l’ipotesi è quella di eliminare il loro effetto e pertanto di calcolare le  performances depurate dei diversi territori e delle diverse scuole e dunque i diversi VA.  Dalla ricerca si deduce che i risultati del Sud, depurati di questi fattori, raggiungono quelli del Nord-Est ed Nord-Ovest, mentre il Sud-Isole e il Centro mantengono le loro precedenti posizioni pessime o mediocri.

 

Forse dunque i presupposti per muovere qualche passo istituzionale in questa direzione cominciano ad esserci. Ha ragione Aldo Tropea ad augurarsi una responsabile assunzione di decisioni nel merito.

 

 

 

(1) Banca d’Italia Eurosistema – Cipollone, Montanaro e Sestito, Misure di VA per le scuole superiori italiane: i problemi esistenti e alcune prime evidenze marzo 2010.

(2) A Martini, R. Ricci, Un esperimento di misurazione del Valore Aggiunto sulla base dei dati PISA 2006 del Veneto, Rivista di economia e statistica del territorio 2010.

(3) Campodifiori, Figura, Papini, Ricci, Un indicatore del SES degli allievi della 5° primaria in Italia.

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