SCUOLA/ La nuova “alleanza” tra nativi digitali e prof può cambiare la scuola

- Annamaria Poggi

Le nuove tecnologie, parte dell’esperienza di ognuno, non possono restare fuori dalla scuola. Ai docenti – spiega ANNAMARIA POGGI – l’intelligenza di declinarle in funzione della classe

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È ormai quasi retorico dire che le tecnologie digitali hanno trasformato il modo di comunicare, organizzare la vita, gestire informazioni e lavorare, perché tutti ormai lo constatiamo quotidianamente. La tecnologia è ovunque, e la sua repentina evoluzione, amplificata dal proliferare di sempre nuovi devices e applicazioni, consente di essere sempre connessi con la Rete in qualunque posto ci si trovi. Le parole chiave, oggi, sono connettività e portabilità.
Se però è vero che la tecnologia è ovunque e ha trasformato la nostra vita, così non è per la scuola che è rimasta pressoché impermeabile al fenomeno. Eppure proprio le conseguenze della pervasività delle tecnologie nella vita dei più giovani chiedono all’istituzione scolastica, e ai suoi insegnanti, di interrogarsi su come interpretare la propria missione educativa. La scuola si trova di fronte a importanti questioni che mettono in discussione alcuni capisaldi fondamentali, non ultime le teorie psicopedagogiche fino ad ora in voga nella scuola e la funzione democratica del sistema scolastico.
Quanto al primo aspetto basti far cenno a come la diffusione delle tecnologie mal si coniughi con una impostazione frontale della didattica, ridefinendo i contorni del rapporto docente-studente e, più in fondo, l’idea di “scuola” intesa come luogo fisico privilegiato per la trasmissione del sapere e l’insegnamento e la costruzione delle conoscenze. L’insegnante non è più l’unico depositario del sapere. I giovani sono i veri esperti delle tecnologie: ne sanno molto di più dei loro genitori e dei loro insegnanti. A salire in cattedra in questo caso potrebbero essere proprio loro, i nativi digitali.
Inoltre il secondo digital divide – che non riguarda più il solo accesso ma le differenze d’uso – richiama la scuola a interpretare tra le altre anche una funzione di tipo democratico. Alla scuola, quindi, luogo deputato alla formazione di “cittadini” del mondo, viene chiesto di essere “ascensore” sociale capace di offrire eque opportunità per tutti. La domanda che ci poniamo è se studenti provenienti da ceti sociali più poveri possono colmare divario culturale e opportunità di successo attraverso una scuola maggiormente digitalizzata, affinché la diffusione delle tecnologie non li releghi ancor più – secondo la logica di una profezia autoavverantesi – in una vita infelice e poco soddisfacente.

È a queste domande che cerca di rispondere il volume Un giorno di scuola nel 2020. Un cambiamento è possibile? della Fondazione per la Scuola, che contiene contributi originali di esperti autorevoli sul tema. Il volume fa il punto sulle evidenze scientifiche più recenti e mette in luce alcune consapevolezze – imprescindibili – da cui partire, perché la scuola sia più rispondente agli obiettivi e alle esigenze di apprendimento degli studenti, personalizzante, maggiormente focalizzata a sostenere le potenzialità di tutti i ragazzi.
Ma quali sono, allora, gli effetti delle tecnologie sul micro-sistema della relazione educativa? Chi sono, davvero, gli studenti che varcano oggi la soglia delle nostre scuole? Come hanno risposto scuole e insegnanti a queste ondate di cambiamento?
La ricerca scientifica ci consegna un quadro molto complesso. L’universo dei nativi digitali è sfaccettato e multiforme. Usando termini come net generation, digital natives, generazione post-1982, si rischia di dare corpo ad un modello stereotipato di studente, di fatto senza età, senza sesso, senza preferenze e valori. Gli esiti delle indagini sui New Millennium Learners (NML) del Ceri-Ocse mettono in luce questa disomogeneità. Innanzitutto esistono significative differenze di genere: se i ragazzi usano più frequentemente il computer, le ragazze lo utilizzano per elaborare testi, inviare sms ed e-mail, animare blog. Anche provenire da un contesto socioeconomico più favorevole determina sia un accesso maggiore alle tecnologie, sia un utilizzo amplificato e più proficuo.
Le tecnologie, poi, possono incidere sui processi cognitivi sottesi agli apprendimenti. È il caso dei contenuti a forte impatto emotivo che interferiscono sulla capacità di ricordare, mentre non esistono prove certe sugli effetti delle TIC sui risultati d’apprendimento che, invece, sembrano maggiormente connessi a un loro uso strategico. Infine va detto, come fa osservare Prensky (2010), uno dei maggiori esperti del settore, che gli studenti hanno vissuti e rappresentazioni mentali rispetto alle tecnologie che condizionano il loro approccio con la scuola e con l’apprendimento: in particolare, non tollerano più lezioni frontali e vogliono creare materiali con gli strumenti del loro tempo.

Per quanto riguarda le reazioni dei sistemi educativi e degli insegnanti, non si può negare il fatto che esista una resistenza generalizzata all’impiego delle tecnologie a scuola (Bottani, 2010), motivata fondamentalmente dalla difficoltà di assumere un diverso paradigma pedagogico-didattico che non consideri il docente come unico depositario delle conoscenze da trasmettere. Già in passato, altri media hanno sollecitato un ampio dibattito – e le conseguenti resistenze – rispetto al loro utilizzo nelle aule scolastiche e sulla possibile influenza negativa sui processi di apprendimento. Nel caso delle TIC c’è, però, una distinzione fondamentale da fare. Nessun altro media, prima d’ora, ha modificato la velocità e il modo con cui si elaborano le informazioni come hanno invece fatto le tecnologie digitali. Contemporaneamente, è la generazione post 1982 – come descritta poco sopra – a frequentare le nostre scuole oggi.
Due sono almeno le conseguenze. Da un lato, la profonda distanza tra quello che gli studenti vivono a scuola e le loro esperienze di tutti i giorni non può che contribuire ad alimentare un crescente senso di estraneità nei giovani alle proposte della scuola, con tutte le implicazioni che questo profondo gap generazionale e culturale può comportare. Senza però una relazione educativa significativa, in cui lo studente si sente riconosciuto pienamente, anche gli apprendimenti risultano più faticosi.
Secondariamente, vista la poliedricità dell’universo dei nativi digitali ciascuno studente svilupperà conoscenze, abilità e competenze diverse connesse all’impiego delle TIC. È alla scuola, allora, che spetta il compito di comprendere queste differenze per meglio personalizzare i propri interventi anche in una prospettiva “democratica”, finalizzata a contenere quella “seconda forma di digital divide” strettamente connessa con il capitale culturale, economico e sociale degli studenti.
Gli insegnanti, dal canto loro, sono un po’ in difficoltà, anche se non tutti. Infatti, nonostante la diffusa impermeabilizzazione della scuola alle tecnologie, non si può fare a meno di osservare che ci sono docenti che hanno intrapreso la strada dell’innovazione (e non solo quella segnata dall’utilizzo delle tecnologie nella didattica, ovviamente). Ed è su questi che si deve puntare e scommettere, perché le loro non rimangano esperienze isolate. In questa prospettiva, punti di osservazione a nostro avviso interessanti sono il livello di maturità digitale delle pratiche didattiche e l’investimento in formazione per gli insegnanti.

Parlare di un uso “maturo”, quindi strategico ed efficace, delle tecnologie significa abbandonare la strada del determinismo digitale: per fare innovazione non sono cioè sufficienti né una generale predisposizione degli insegnanti, né la sola “presenza” della tecnologia. Infatti, servono competenze specifiche da parte dei docenti e la disponibilità di contenuti digitali.
L’introduzione delle TIC in classe significa certamente una diversa organizzazione dello spazio e del tempo scolastico, ma soprattutto implica un cambiamento di strategia. In special modo implica un radicale mutamento di mentalità dell’amministrazione scolastica a tutti i livelli, dal governo politico (che non può pretendere di continuare a guardare alle scuole come a sue diramazioni periferiche) al governo tecnico (per cui i dirigenti scolastici devono, ad esempio, iniziare a ridisegnare la scuola come spazio fisico nella sua interlocuzione con il mondo). Ai docenti, tuttavia, spetta il compito più difficile e cioè reinventare dalle basi la loro professione avendo in mente però che le tecnologie sono uno strumento in mano agli attori del processo educativo. Esse possono certamente contribuire a “fare nuovo” l’ambiente classe e la relazione educativa, ma perché l’ingresso dei new media nelle classi non si limiti ad essere un’operazione di “maquillage”, sono ancora una volta i docenti a doversi mettere in gioco con le loro competenze e professionalità. Solo il docente che – pur differenziandosi – conosce i suoi studenti e i loro linguaggi instaura una relazione significativa e riesce, quindi, a ottenere importanti risultati di apprendimento.
Non c’è tecnologia, per quanto avanzata, che possa sostituirsi al docente e alle sue capacità di relazione. Analogamente, è l’intelligenza umana che impiega le tecnologie in modo funzionale alla costruzione di un ambiente classe più motivante, accogliente, coinvolgente sia dal punto di vista fisico, che relazionale.

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