SCUOLA/ Aprea: ai docenti non serve un vecchio concorso ma un nuovo reclutamento

- Valentina Aprea

Dopo l’intervento di Max Bruschi e il dibattito che è seguito, VALENTINA APREA (Pdl, presidente VII commissione della Camera) interviene sul tema del reclutamento dei nuovi docenti

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Foto: Imagoeconomica

Scommettere sul successo formativo degli studenti e su una crescita intelligente basata su un’economia della conoscenza e dell’innovazione, come sollecita l’Europa, significa innanzitutto puntare ad una nuova professionalità dei docenti. Chi opera nel settore educativo sa bene infatti che qualsiasi riforma, anche la più ambiziosa, può risultare inefficace se a realizzarla non ci sono docenti capaci di operare i mutamenti che i cambi di paradigma richiedono. Ed è per questo che ad ogni Legislatura ricorre, con sempre maggiore urgenza, il tema della formazione iniziale ed in servizio dei docenti e soprattutto quello del reclutamento.
Come è noto, nella Legislatura in corso si è legiferato sulla formazione iniziale completando e rafforzando la formazione universitaria dei docenti che fino a qualche anno fa è stata portata avanti dalle Siss. Un intervento opportuno e di grande spessore che, una volta a regime, rilancerà, sul piano professionale, la figura del docente della scuola italiana.
Rimando al dibattito favorito da Ilsussidiario.net per gli approfondimenti sulla nuova formazione iniziale. Mi interessa sviluppare, al contrario, ciò che manca ancora alla costruzione della nuova generazione di docenti: le modalità di un reclutamento degli stessi coerente con la formazione iniziale prospettata dalle nuove norme. Reclutamento che non può certamente avvenire attraverso la modalità dei concorsi, così come, davvero inaspettatamente dal mio punto di vista, ha auspicato il consigliere Max Bruschi proprio da queste pagine.
Proporre una determinata modalità di reclutamento dei docenti implica che si abbia, prima, un’idea del profilo professionale, visto che reclutare vuol dire, in primo luogo, accertarsi che il candidato all’insegnamento disponga delle competenze-chiave necessarie per l’esercizio della sua professione. In giro per il mondo sono stati compilati o dai governi o da associazioni professionali di docenti molti cataloghi delle competenze-chiave, che costituiscono, ad opinione degli estensori, le tessere essenziali e necessarie del profilo professionale. Così il National Board for Professional Teaching Standards, Nbpts (Associazione professionale indipendente americana) ne elenca cinque, il ministero francese dell’Educazione ben dieci, l’Unione europea più o meno lo stesso numero, altri numeri forniscono gli Svizzeri, i Giapponesi, i Finlandesi ecc. La Conferenza del febbraio 2005 dedicata dal ministero dell’Istruzione italiano ai dati Ocse-Pisa ne elencava tre. Si può sensatamente sostenere che questa oscillazione dipenda più dalla decisione di entrare molto o poco nei dettagli che dalla sostanza.

Il core della professione si può sintetizzare agevolmente nelle cinque competenze-chiave del Nbpts: 1. possesso del sapere disciplinare e neuro-psico-pedagogico; 2. capacità di mediazione didattica; 3. doti e abilità di relazione con i ragazzi e con l’ambiente; 4. capacità di far parte di una comunità tecnico-professionale; 5. capacità di autoriflessione e autocomprensione professionale e di autocollocazione nel mondo.
“Competenze-chiave” significa che se ne manca anche solo una, il profilo professionale del candidato non è completo; in questo caso il candidato perciò non è idoneo alla professione. L’acquisizione delle competenze-chiave per insegnare avviene attraverso itinerari diversi, e l’accertamento del possesso delle medesime da parte del candidato si realizza con procedure e strumenti coerenti con l’oggetto.
La prima competenza è quella della conoscenza della disciplina, della didattica della disciplina e delle scienze necessarie per comprendere natura e dinamiche evolutive delle persone sedute nei banchi. È l’università che la fornisce, e pertanto è l’università che ne certifica il possesso attraverso esami e laurea. Quanto alle competenze numero 2, 3 e 4, si acquisiscono sul campo, cioè nelle scuole, attraverso forme di tirocinio e di praticantato. È, del resto, quanto prevede il nuovo Regolamento per la formazione del personale docente. La n. 5 la forniscono processi di formazione, di aggiornamento culturale, di autoformazione e, soprattutto, l’esperienza concreta di uomo, di cittadino e di professionista.
Che poi la procedura di riconoscimento finale della laurea magistrale abbia finito per consegnare alle università un ruolo debordante nel giudizio finale è noto. Tuttavia, si spera che il buon senso prevalga, al di là delle procedure formali, e che le università tengano conto del giudizio che proviene dal campo di esercizio e di acquisizione, quello appunto delle scuole. Il possesso delle competenze 2-3-4 è accertato dal tutor o insegnante esperto – che segue passo passo l’esperienza scolastica del candidato – attraverso l’osservazione diretta, i colloqui, i giudizi dei colleghi, dei genitori, dei ragazzi. La laurea magistrale è la risultante dei giudizi delle università e delle scuole.

L’ipotesi di tornare al concorso come modalità di selezione del personale docente, che fu a suo tempo caldeggiata dal ministro Fioroni – che si fece affidare una delega – e mai realizzata, presenta non poche controindicazioni, tutte peraltro, che sconfessano le scelte fin qui operate dal ministro Gelmini.
La prima è che il concorso è in grado di accertare, attraverso prove scritte e orali, eventualmente solo il possesso della prima competenza. E lì si ferma. Chi ha fatto a suo tempo i concorsi di abilitazione e di ruolo può testimoniarlo direttamente. Il concorso conferma che si conoscono i contenuti disciplinari da insegnare, ma nulla dice circa l’effettiva capacità didattica, relazionale, ecc. posseduta dal candidato. Sostenere che il concorso garantirebbe il reclutamento di qualità suona pertanto affermazione audace e improvvida assai. A meno che…
A meno che si abbia in mente l’antico insegnante gentiliano, di cui si ha una confessata nostalgia, e che è stato l’insegnante della nostra adolescenza (donde, forse, la nostalgia!). Vi sono poi tutte le altre controindicazioni, che riguardano i tempi biblici di svolgimento di mega-concorsi, l’ingestibilità organizzativa, e soprattutto il carattere di quasi-sanatorie, se vengono “riservati”.
È giunto, al contrario,  il momento di puntare su una moderna e riconosciuta professionalità dei docenti che deve essere costruita attraverso la formazione iniziale universitaria e successivamente valutata, ricondotta al merito, sostenuta e premiata dalle scuole autonome che devono poter responsabilmente entrare nel circuito della gestione delle risorse umane (oggi gestita burocraticamente e centralmente attraverso punteggi e contenziosi) per garantire quel valore aggiunto che solo docenti preparati e qualificati sanno dare ad ogni singola scuola.
Ovviamente, sappiamo bene che le nuove norme non potranno ignorare i diritti acquisiti dei docenti precari o dei docenti non abilitati in servizio nelle scuole, ma proprio per questo, accanto alle assunzioni programmate o da autorizzare, è opportuno prevedere altri e più professionali canali di reclutamento per  i docenti che si formeranno secondo i nuovi percorsi universitari. Penso ad Albi regionali per gli abilitati post-formazione universitaria e a procedure di assunzione da parte di reti di scuole, in grado di valutare per ogni scuola il docente migliore.

Sappiamo che non sarà facile, ma abbiamo il dovere di provare a formulare ipotesi innovative e più internazionali, prima di ricadere nella trappola delle formule già sperimentate e ampiamente fallimentari, ma soprattutto non più coerenti con le selezioni già previste nelle diverse fasi della  prolungata preparazione universitaria per l’accesso all’abilitazione.
he il ministro Gelmini sia attenta a nuove modalità di reclutamento è noto, visto che in più occasioni pubbliche ha fatto riferimento esplicito alla volontà di superare i vecchi schemi burocratici ed introdurre sistemi basati sul merito che prevedano valutazione continua e possibilità di carriera.
Credo, dunque, che il dibattito sul reclutamento debba abbandonare la sbrigativa formula del concorso e concentrarsi su come introdurre anche nel nostro Paese modalità maggiormente in sintonia con l’autodeterminazione delle scuole autonome e che si coniughi con una nuova e riconosciuta professionalità dei docenti, nel senso di realizzare una comparazione bilaterale fra l’intero percorso di studi, di ricerca e professionale del docente aspirante e la proposta formativa di ciascuna scuola.
In questa direzione intendo spendermi sia come esponente della maggioranza, ma soprattutto come Presidente della Commissione Cultura della Camera.

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