SCUOLA/ Toccafondi (Pdl): governo battuto? Siamo pronti a una legge col Pd

Il governo è stato battuto su un ordine del giorno del Pd relativo ai fondi dell’8 per mille allo Stato. GABRIELE TOCCAFONDI commenta il significato del voto per l’esecutivo e per la scuola

29.09.2011 - int. Gabriele Toccafondi
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Foto Imagoeconomica

Il governo è stato battuto per 24 voti su un ordine del giorno del Pd riguardante la ripartizione dei fondi dell’8 per mille destinati allo Stato. Non è un buon segno per la salute politica dell’esecutivo, che ogni giorno – o quasi – finisce in minoranza. L’Odg, a firma Antonino Russo, impegnava il governo a rimetter mano alla legge 20 maggio 1985, n.222, in modo tale da inserire tra i destinatari dell’8 per mille esplicitamente indicati nelle dichiarazioni dei contribuenti anche la “scuola pubblica”. Una quota da destinare soprattutto al mantenimento degli edifici, alla messa insicurezza secondo gli adeguamenti normativi.

«È vero, il governo è stato battuto» spiega a Ilsussidiario.net Gabriele Toccafondi, deputato del Pdl «ma rendiamoci conto che si trattava solo di un ordine del giorno, cioè di un atto che sollecita l’operato del governo in una certa direzione. Al lato pratico, cioè gli spazi (e dunque i destinatari) che il contribuente potrà firmare in dichiarazione, rispetto a ieri naturalmente non cambia nulla. Ma se la direzione è quella della piena parità tra scuola statale e non statale, noi siamo sempre disponibili». Perché allora il governo era contrario all’emendamento? «Per un principio generale» replica Toccafondi. «Perché più vai a specificare che cosa lo Stato deve fare con quei soldi, più si amplia la platea di soggetti possibili destinatari. Perché le scuole sì e le organizzazioni non governative no? Di necessità ce ne sono tante, ora è lo Stato a decidere a chi darli. Potrebbe essere, per esempio, che in una certa situazione i beni culturali necessitino di fondi immediati più di altri ambiti».

Nell’ordine del giorno Russo c’è però l’inserimento tra ai destinatari della scuola pubblica. Dunque statale e non statale, e si sa che soprattutto quest’ultima è in grave sofferenza. Molte scuole, in altre parole, stanno chiudendo per mancanza di fondi. «Lo sappiamo bene. Quello che ci ha fatto piacere è che dai banchi del Pd alcuni deputati si siano alzati dicendo che doveva essere chiaro che con “scuola pubblica” si intendono scuole statali e non statali. La cosa ci fa piacere, perché su molti esponenti dell’opposizione non metterei la mano sul fuoco… Questa volta invece si è levato qualche timido applauso. Bene: allora firmiamo insieme una proposta di legge per arrivare alla parità reale, non solo quella giuridica ma anche quella economica. Se quello del Pd è un segnale serio, noi siamo pronti».

Chiediamo a Toccafondi cosa pensa del documento che tutte le sigle della scuola paritaria (Agesc, Fidae, Msc-Fidae, Fism Anisei, Foe-Cdo) hanno mandato al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e ai ministri Tremonti e Gelmini. Quelle scuole fanno parte a pieno titolo del sistema nazionale di istruzione, come stabilito dalla legge 62/2000, ma si sono viste decurtate i fondi necessari per sopravvivere, mentre fanno risparmiare allo Stato 6 miliardi l’anno.

«Arriverà un comunicato con la firma di una cinquantina di parlamentari del Pdl, con in testa l’on. Maurizio Lupi e me, in cui diciamo: adesso basta, quei soldi devono arrivare» spiega Toccafondi. «Le associazioni hanno ragione. Chiedono solo quello che gli spetta. Ricordo che i 245 milioni di reintegro sono entrati in finanziaria grazie al nostro emendamento in Commissione. È una quota pari quasi al 50% del contributo annuale». È lo stesso parlamentare fiorentino a spiegare l’inghippo. «Quei soldi sono in cassa, ma non sono ancora stati dati per un problema burocratico e non di volontà politica». Un problema burocratico, dice, onorevole? «Guardi, l’ultima cosa che vogliamo è veder chiudere le scuole paritarie sotto il nostro governo. I tempi sono scaduti. Doveva essere tutto fatto entro il 22 settembre, ma l’ultimo passaggio prima dell’assegnazione non è potuto avvenire perché manca una firma del ministro Tremonti».

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