SCUOLA/ Cfp e apprendistato, due “sconfitte” che chiedono spiegazioni

- Dario Nicoli

Oltre 100mila richieste di lavoro rimangono inevase per mancanza di persone con qualifiche e diplomi professionali. Qualche considerazione bisognerà pur farla. DARIO NICOLI

meccanici_lavoro_squadraR400
Mondo globale, velocità e informazioni (Infophoto)

Mentre tutti parlano di sviluppo ed occupazione, già oggi, in piena recessione, oltre 100.000 richieste di lavoro rimangono inevase per mancanza di persone con qualifiche e diplomi professionali. Diverse figure sono introvabili: operai edili specializzati, riparatori di impianti, saldatori e carpentieri, fabbri, chimici, cuochi e addetti alla ristorazione,sarti, falegnami, venditori…In area Ocse, un terzo dei giovani che completano l’obbligo possiede questi titoli; in Italia, se sommiamo al 17% degli istituti professionali il 5% della formazione professionale e l’1% dell’apprendistato, arriviamo al 23%: c’è un deficit di oltre il 10% di iscritti che non riescono neppure a coprire il fabbisogno attuale. Con gli attuali iscritti dell’intero comparto professionalizzante, vi è già la certezza che una parte crescente delle richieste di lavoro che aumenteranno dal 2013 sarà inevasa, e le aziende non potranno corrispondere alle esigenze di mercato per assenza di lavoratori preparati, soprattutto di giovani. 

Il problema riguarda in particolare la formazione professionale, che negli ultimi anni è stata chiusa in diverse regioni meridionali e che sta subendo tagli consistenti anche nel Nord, dove è più radicata. Le Regioni dimostrano in tal modo di non essere in grado di gestire le competenze che la legge costituzionale del 2011 ha loro affidato. Mentre si insiste sul rilancio dell’apprendistato, senza un’idea obiettiva del peso che tale strumento potrà avere, nel silenzio generale, si sta progressivamente soffocando una realtà – quella della formazione professionale per i giovani – fortemente radicata sul territorio, dotata di un metodo centrato sull’ “imparare facendo”, dove i ragazzi apprendono un lavoro e metà di loro è già occupata a 6 mesi dalla fine del corso. 

I Centri di formazione professionale devono rimandare indietro metà dei giovani che fanno domanda di iscrizione, e ciò avviene in spregio del diritto formativo dei cittadini. Altri vengono addirittura chiusi. Intanto la dispersione scolastica è alle stelle, e gli elevati passaggi tra percorsi differenti indicano che una parte dei giovani è disorientata. 

Questi contenuti hanno costituito la premessa iniziale del Seminario dell’Università Cattolica di Brescia con il Cnos-fap (Centri di formazione professionale Salesiani), tenutosi il 14 novembre, dove si è approfondito il tema dell’“intelligenza delle mani” ovvero dell’educazione al lavoro. 

Luigi Pati ha messo in evidenza la variegata utenza che frequenta i Cfp e la fragilità relazionale che sempre di più le loro famiglie manifestano. Queste spesso rivelano un vissuto conflittuale, che i genitori tendono ad evitare rinunciando all’esercizio dell’autorità e disimpegnandosi dal compito educativo. 

Il Centro, di conseguenza, è chiamato a svolgere un compito promozionale nei confronti delle famiglie, affinché possano essere coinvolte nel percorso formativo dei propri figli, trasformando la loro fragilità in elementi di forza. Questo si aggiunge alla sua missione, finalizzata a trarre dal lavoro la possibilità di “ben vivere” come cittadini. Il lavoro deve essere presentato ai giovani non sotto il profilo strumentale, un mezzo per ottenere il denaro che consente di fare ciò che si desidera, ma come una dimensione fondamentale dell’esistenza, un’occasione indispensabile per realizzare se stessi. 

Il tema dell’identità e dell’educazione professionale è stato trattato da Domenico Simeone, il quale ha ricordato che, se nel passato il lavoro era una carta di identità per tutta la vita, oggi ciò non è possibile a causa dell’incertezza e dei numerosi cambiamenti che segnano i percorsi di carriera. Occorre quindi educare i giovani a gestire il cambiamento, tenendo conto che spesso si tratta delle fasce meno protette della popolazione. Non insegnare solo a resistere, ma ad avere un atteggiamento proattivo. Ciò avviene se i ragazzi sono incoraggiati a fare esperienze di realtà che rafforzino in loro l’idea di potercela fare: si tratta di una “speranza appresa” che consente di affrontare i cambiamenti e le scelte che questi comportano. In questo modo, si formano identità professionali in grado di mantenersi nel tempo, capaci di apprendere in modo permanente.    

Pierluigi Malavasi ha proposto che l’educazione professionale dei Cfp sia fondata su un’etica amica della persona che risponde alle esigenze morali più profonde. Questa si basa sulla preoccupazione per lo stato del pianeta: ecologia umana ed ecologia dell’ambiente. Valori etici e scelte economiche sono congiunti in modo inestricabile così da legare l’educazione al lavoro alla responsabilità di processi dai quali dipende la salvaguardia del creato. La progettazione educativa sostenibile designa una cultura della speranza e un’ecologia della pace; avvalora un orientamento equo e solidale alla produzione e al consumo, promuove l’acquisizione di competenze professionali connesse con l’ambiente.

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori