SCUOLA/ Tfa, e se (come in Francia) pagassimo chi lo fa?

- Francesco Magni

Nelle scorse settimane il ministro dell’istruzione francese Vincent Peillon ha annunciato l’avvio del nuovo piano di reclutamento dei docenti per la scuola francese. FRANCESCO MAGNI

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Nelle scorse settimane il ministro dell’istruzione francese Vincent Peillon, con una lunga lettera, ha annunciato l’avvio del nuovo piano di reclutamento dei docenti per la scuola francese. Una vera e propria campagna, dal titolo Ambition enseigner – L’insegnamento: un’ambizione per se stessi, un’ambizione per la Francia. La campagna punta ad attrarre i giovani laureati alla professione dell’insegnante, tant’è che sul sito del ministero ci sono diversi manifesti con slogan più o meno riusciti (Chi vuole insegnare ad insegnare? – Chi vuole la riuscita di tutti?). AAA insegnanti cercasi. Eh sì, può sembrare davvero strano visto che nel nostro Paese, solo qualche giorno fa, oltre 32mila aspiranti docenti si sono contesi a suon di quiz una cattedra nella scuola italiana. In Francia, invece, gli ultimi concorsi hanno visto più posti disponibili che partecipanti. Più di 750 posti sono rimasti liberi e le materie più “scoperte” sono proprio quelle di base: francese, inglese, matematica.

I tagli all’istruzione compiuti negli anni passati hanno accentuato la penuria dei docenti, costringendo poi in un secondo momento ad una improvvisata campagna di assunzioni con contratti a tempo determinato.

Il ministro Peillon, nel presentare la sua riforma ha dichiarato: «La Francia deve stringersi intorno alla propria scuola. Lo deve ai suoi figli. È la condizione del suo rilancio e la chiave del suo futuro». Il piano verte sostanzialmente su due punti: assunzione di 60mila nuovi docenti (come promesso durante la campagna elettorale dal presidente François Hollande) e rilancio della formazione (soprattuto iniziale) dei docenti. Quest’ultimo punto, almeno sulla carta, sembra avere molto in comune con il percorso italiano di abilitazioni all’insegnamento mediante Tfa (Tirocinio formativo attivo) al suo debutto proprio in questi mesi, ma anche delle piccole – ma sostanziali – differenze: infatti, mentre qui da noi i corsi di tirocinio costano più di 2mila euro, in Francia i cartelloni promettono una “formazione remunerata”.

Il comunicato inizia affermando che “voler diventare un insegnante è voler educare, è voler innalzare ogni bambino della Repubblica alla condizione dell’uomo e del cittadino. Poiché questa è un’ambizione nobile e bella, tutti coloro che vi aspirano devono avere i mezzi adeguati per realizzarla”.

Il Governo ha l’intenzione di assumere più di 40mila insegnanti per il 2013 e il 2014, mentre nel corso dell’intero mandato l’obiettivo è l’assunzione di 60mila nuovi insegnanti, che si tradurrà, visti i pensionamenti, in più di 140mila assunzioni.

Il nuovo percorso di Formazione iniziale degli insegnanti si svolgerà in stretto collegamento con le università, sia presso le scuole per l’insegnamento (Espe – Écoles Supérieures du Professorat et de l’Éducation) sia in stage direttamente in classe con gli studenti.

Ogni Espe dovrà essere preventivamente accreditato presso il ministero della Pubblica Istruzione e il ministero dell’Istruzione Superiore e della Ricerca: le procedure per l’accreditamento avranno inizio nel mese di gennaio 2013. Queste scuole sono pensate per essere la “punta di diamante” della riforma dell’istruzione targata Hollande.

Questo periodo di formazione sarà pagato («perché è inaccettabile che i giovani che desiderano diventare insegnanti debbano abbandonare questa carriera perché non hanno i soldi per intraprenderla») e incomincerà a partire dal mese di settembre 2013. 

Tutto questo a partire dalla considerazione che «l’insegnamento è una professione impegnativa, una professione che si impara». Inoltre «tutti gli studi dimostrano che i progressi degli studenti dipendono in misura significativa dalla qualità della formazione ricevuta dal professore cui sono affidati».

Insomma, si può condividere o meno le scelte adottate (alcune delle quali sicuramente discutibili), ma – al netto di una certa napoleonica “pomposità” delle dichiarazioni – bisogna comunque riconoscere come un fattore positivo la grande attenzione data alla scuola dai “cugini” francesi. Che in questo caso sembra tradursi anche in un cospicuo investimento di risorse economiche.

 

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