SCUOLA/ Un prof: caro ministro, il ’68 è finito e insegnare non è un ripiego

- Gianni Mereghetti

Le due maggiori sfide che la gestione di Profumo si trova davanti rischiano di essere bloccate dal centralismo burocratico. Occorre invece fare presto. Il commento di GIANNI MEREGHETTI

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Mentre la Regione Lombardia sta introducendo nuove procedure per l’assunzione degli insegnanti valorizzando l’autonomia delle scuole, e questo può riferirsi solo alle scuole per cui la Regione può procedere, quelle professionali, il ministro Profumo si sta arrendendo (ci contiamo) all’urgenza che viene dal mondo della scuola, quella di aprire ai giovani la possibilità di abilitarsi e di accedere ai posti di insegnamento vacanti, ma non sembra in grado di introdurre nuove modalità di reclutamento degli insegnanti, anzi sembra indirizzato a ripercorrere la strada dei vecchi concorsi. Ma questo sarebbe far rivivere un pachiderma che di fatto è morto e defunto, che è solo archeologia, oltre che essere del tutto inefficace perché i concorsi sono stati quanto di più opinabile la scuola abbia messo in opera per reclutare gli insegnanti, e che quelli reclutati siano stati i migliori è del tutto discutibile. Il concorso stesso è un’idea di reclutamento che può andar bene per tutto, ma non per l’educazione in quanto un genitore deve conoscere colui o colei a cui affida il figlio, esattamente come una scuola deve conoscere colui o colei a cui affida la realizzazione del suo progetto educativo. Ciò da cui il concorso nella sua pretesa di imparzialità prescinde è la conoscenza, proprio ciò da cui in campo educativo non si dovrebbe prescindere. 

Il ministro Profumo deve riuscire a mettere insieme due fattori che oggi sono più che mai decisivi perché la scuola sappia essere all’altezza della domanda di istruzione e di educazione che ogni giorno si incontra dentro le aule, a contatto con gli studenti.

In primo luogo sta il fattore che Profumo ha colto: molti giovani oggi vogliono insegnare e vogliono fare questa scelta per una ritrovata vocazione all’insegnamento. È questo un fattore nuovo, estremamente significativo, che denota una sensibilità del mondo giovanile per l’educazione. Era da anni che questo non succedeva, che insegnare era un ripiego. Oggi è una scelta che tanti giovani fanno per realizzarsi, per compiere le proprie aspirazioni. Dopo il boom del ’68, anni in cui insegnare era diventata o una scelta ideale o una opzione ideologica, sono venuti gli anni ottanta che hanno fatto diventare l’insegnamento una delle professioni più declassate, tanto che per un giovane essa diventava l’extrema ratio, l’ultima possibilità dopo averle tentate di tutti i tipi; oggi invece si assiste ad una significativa ripresa di interesse, i giovani scelgono di intraprendere la strada dell’insegnamento e lo fanno ben sapendo che non è una professione che la società o l’opinione pubblica valorizzino. 

Per questo è urgente che il ministro proceda dando a questi giovani la possibilità di abilitarsi. E lo faccia presto! È dal 2008 che un giovane non può accedere ad una scuola che lo abiliti all’insegnamento, il che rappresenta una grave ingiustizia, un diritto viene gravemente leso, il diritto ad essere messo nelle condizioni minime per poter insegnare. Vi è ormai una generazione di insegnanti ferma ai blocchi di partenza, con governi inadempienti che non sanno trovare i finanziamenti necessari per abilitare chi lo chiede. È una vergogna questo fastidioso chiacchiericcio nei corridoi del potere senza nulla di concreto, parole e parole senza nessun provvedimento. 

In secondo luogo sta la necessità di trovare nuovi sistemi di reclutamento, senza ripetere il meccanismo appesantito e inefficace dei concorsoni. Da questo punto di vista il ministro Profumo dovrebbe guardare con attenzione al suggerimento che viene dalla Regione Lombardia: sono le scuole il soggetto che può scegliere i professori più adeguati al progetto educativo che una scuola vuol realizzare. Si rendano le scuole autonome, le si metta nella condizione di poter reclutare gli insegnanti. Sarebbe interessante procedere in questo direzione, una direzione che non è null’altro che la realizzazione dell’autonomia.  

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