SCUOLA/ Chiosso: no al metodo Usa, per valutare i prof servono le famiglie

- int. Giorgio Chiosso

Negli Usa, per uno strano scherzi della trasparenza, Il Department of education ha reso pubbliche le valutazioni interne di 18mila docenti di New York. Il commento di GIORGIO CHIOSSO

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New York

Nel 2006, il Department of Education di New York, per migliorare la qualità delle scuole pubbliche, ideò un nuovo paradigma valutativo fondato sul cosiddetto value-added. L’idea era semplice: i risultati ottenuti dagli studenti in matematica e inglese, tra la quarta elementare e la terza media, si sarebbero paragonati a quelli degli anni venturi, tenendo in considerazione anche fattori quali l’estrazione sociale delle famiglie di provenienza. Eventuali cambiamenti nei profitti avrebbero riflesso le capacità dei singoli docenti o degli istituti, consentendo di modificare opportunamente ciò che non andava nei metodi di insegnamento. Lo strumento serviva a migliorare gli studenti. Si è trasformato, invece, in un boomerang per i professori quando i media hanno deciso di avvalersi del Freedom of Informaction Act per ottenere la pubblicazione dei giudizi interni su 18mila docenti di 140 istituti. Così sul banco degli imputati, invece degli studenti, sono finiti i docenti. Al di là delle polemiche, abbiamo chiesto a Giorgio Chiosso se sia giusto compilare le pagelle dei docenti.

Quale sarebbe il metodo di valutazione più corretto ed efficace?

Esistono tre diverse esperienze realizzate in varie parti del mondo. Le prime due sono di tipo “proceduralista” e “quantitativista”. La prima consiste nel misurare il rendimento di una classe o di un istituto in un certo periodo, registrandone l’incremento sul fronte degli apprendimenti; la seconda si basa sul giudizio tra pari. Gli stessi docenti si valutano reciprocamente, secondo varie modalità, con comparazioni interne all’istituto o tra gruppi d’istituti; la terza si avvale, oltre che del giudizio dei docenti, di quello degli utenti, ovvero delle famiglie (e, in qualche caso, specie nelle superiori, di quello degli studenti). Quest’ultimo, mi sembra il metodo più efficace e realistico.

Perché?

Mette in gioco la pluralità dei soggetti che sono all’interno di una scuola. I metodi quantitativi – i primi due -, invece, nonostante la loro pretesa scientificità, presentano una serie di variabili non controllabili. Ecco perché preferisco l’ultimo.

In Italia qual è il metodo maggiormente applicato?

Nella scuola italiana non viene applicato nessun di questi. C’è la rilevazione degli apprendimenti attraverso l’Invalsi. Da noi inoltre è abbastanza diffusa quella che viene chiamata autovalutazione di istituto, cioè sono i singoli istituti che, senza input obbligatori da parte di nessuno ,valutano però il gradimento – e non tanto l’efficacia. E qui occorrerebbe distinguere, perché ci può essere una scuola molto gradita, ma mediocre. 

Esiste un criterio esaustivo per poter valutare l’insegnante secondo l’insieme dei fattori che lo rendono tale e non alla stregua di un qualsiasi prodotto?

Valutare i loro risultati sarebbe questione, già di per sé, difficile e complicata, ma realisticamente fattibile. Valutarli radicalmente, in quanto professionisti, non solo sarebbe poco praticabile (a chi spetterebbe del resto tale valutazione? Al Miur? All’istituto?) ma neanche particolarmente utile. In sostanza: la verifica dell’adeguatezza del docente si compie rispetto a quanto ci si aspetta da lui. E da lui, ci si aspetta che lo studente impari.

Perché, nel nostro Paese, si è tanto restii a valutare? Crede che i sindacati abbiano fatto un certo ostruzionismo per evitare la perdita di rendite di posizione?

I sindacati, di norma, non sono mai stati per nulla favorevoli alla valutazione. Si dicono tali nelle dichiarazioni di principio (e, a volte, neanche in quelle) ma nell’applicazione pratica in cui questi meccanismi si realizzano sono recalcitranti. Temono che ne derivino sanzioni, differenziazioni stipendiali, disparità di trattamento con forme premiali. Tuttavia, l’arretratezza nella valutazione non può essere imputata solamente a loro.

A chi, allora?

Alla rapidità dello sviluppo scolastico, ad una certa incapacità di gestire la politiche di formazione del personale, alla trasformazione della scuola da luogo di educazione in parcheggio per gli intellettuali senza lavoro. Si tratta di responsabilità non addebitabili ad un solo soggetto.

Quali miglioramenti porterebbe innovare efficacemente?

Non credo che l’aumento di stipendio, i premi o le sanzioni per gli insegnanti cambino, di per sé, la scuola. Tuttavia, delle forme efficaci di incentivo ci consentirebbero, quantomeno, di individuare i migliori. E i peggiori.  

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