SCUOLA/ Chiosso: tecnici vs. licei, la crisi “guida” le famiglie

- int. Giorgio Chiosso

Il Miur ha reso noti i dati delle iscrizioni al primo anno delle scuole secondarie di II grado: i licei battono in ritirata. Che significato dare a questo dato? Risponde GIORGIO CHIOSSO

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Foto: InfoPhoto

Nel mezzo della crisi, gli istituti tecnici e i professionali scavalcano i licei. Il Miur ha reso noti i dati delle iscrizioni al primo anno delle scuole secondarie di II grado, dai quali si può vedere che le percentuali della Lombardia, pubblicate nei giorni scorsi, riguardavano in realtà una tendenza in atto a livello nazionale. Il 52 per cento degli studenti che andranno alle superiori l’anno prossimo varcheranno la soglia di un istituto tecnico (31,5%, 30,4% nel 2011) o di un istituto professionale (20,6%, 19,7% nel 2011). I licei scendono invece dal 49,9% del 2011 al 47,9% del prossimo anno. E tra i licei, è il classico a soffrire di più: perde quasi un punto, passando dal 7,52% al 6,66.
Intanto, nell’università, sempre più studenti decidono di fermarsi alla laurea di I livello, rinunciando al biennio magistrale per «assaggiare» subito il mercato del lavoro. Non solo: aumentano gli studenti che all’università rinunciano del tutto. Con Giorgio Chiosso, pedagogista e docente nell’Università di Torino, abbiamo tentato di capire che cosa sta cambiando.

Professore, l’istruzione tecnica e quella professionale sono in aumento, i licei arretrano. Come interpreta questo calo dell’istruzione liceale?

Per cominciare, sarei cauto. Innanzitutto, perché sono variazioni relativamente modeste: non parlerei di sorpasso storico, come si legge da qualche parte, ma di lievi inversioni di tendenza. Occorrerà vedere cosa accadrà nei prossimi anni. Seconda considerazione, sono dati nazionali: per capire meglio bisognerebbe disaggregarli secondo le quattro macroaree del Paese, e non solo.

In altri termini…

Per sposarli come cambio di tendenza vero e proprio, c’è tempo. Detto questo, restano significativi e qualche conclusione è comunque d’obbligo. Una prima spiegazione viene naturale: una parte delle famiglie è in difficoltà economica e non se la sente di sobbarcarsi un grande sacrifico a fronte di un esito incerto. Meglio, quindi, un diploma tecnico di uno liceale. La cosa più interessante è che sarebbe un ritorno a quello che si pensava negli anni 60 e 70. Il boom degli istituti tecnici fu anche dato dal fatto che garantivano un minimo di mobilità sociale entro limiti accettabili di sicurezza lavorativa.

Aumentano però i licei cosiddetti «leggeri», gli scientifici senza latino e con iniezioni di materie tecniche.

Questa è un secondo elemento da considerare: la ricerca di una scuola meno impegnativa. Nel contesto dell’opzione liceale, i licei «light» erodono una parte degli iscritti ai licei vecchio stampo; e infatti il classico è il liceo più penalizzato.

Può aver pesato, nella ritirata dei licei, anche l’insistenza sulla cultura imprenditoriale?

In misura limitata. Il battage da parte di Confindustria o del ministero sull’importanza dell’istruzione tecnica per lo sviluppo economico dell’Italia non ha secondo me un esito decisivo, perché le famiglie sono più pragmatiche. Nel caso dei professionali, è certamente vero che quella formazione dà più facilmente e rapidamente accesso ad un’attività lavorativa; e gli italiani lo sanno.

Fino ad oggi la scelta delle superiori rispecchiava un certo status sociale. Cosa cambierà?

È indubbio. Più le difficoltà economiche pesano sulle famiglie, più la provenienza sociale incide sulla scelta. I dati dicono che nei licei c’è storicamente una prevalenza di famiglie di reddito medio alto e nei professionali una prevalenza di famiglie a basso reddito. Un discorso a parte va fatto per l’ingresso degli alunni immigrati nelle scuole superiori. Questi giovani, che fanno parte di una struttura sociale debole, accedono preferenzialmente ai professionali, in misura minore ai tecnici e scarsissima nei licei. Questa tendenza alla stratificazione è storica ed è probabile che con la crisi si accentuerà.

I dati sulla scelta della scuola secondaria sembrano confermare quanto accade all’università. Le triennali consentono di occuparsi con più facilità, anche se a parità di impiego e di retribuzione con chi ha un diploma; al tempo stesso, gli immatricolati sono in calo: dal 56% del 2005 al 47% del 2011…

Certamente le tendenze generali dicono che è più facile occuparsi se si ha un titolo di studio o di laurea, però il problema sta nella qualità ottenuta con il nuovo corso di studi, che non è mediamente all’altezza della vecchia laurea quadriennale. Sono in molti oggi a pensare che la laurea prometta molto ma in pratica dia relativamente poco. Inoltre c’è una altro mutamento che mi pare interessante e che sta a mio avviso modificando profondamente il profilo degli studenti.

A cosa si riferisce?

Al fatto che sempre più studenti universitari affiancano allo studio un’attività lavorativa. È importante per due ragioni: da una lato sta a significare che le famiglie da sole non ce la fanno, dall’altro è sintomo di quella che chiamerei «ansia da occupazione»: i giovani sentono che non c’è lavoro, che l’università non lo garantisce automaticamente oppure lo assicura ma molto al di sotto delle aspettative, leggono che il precariato dura fino a 35 anni. Per questo decidono di cercare un lavoro da conciliare con lo studio; lo vedono come un modo di tastare il terreno, di esplorare il mondo nel quale si troveranno da lì a pochi anni. Dal punto di vista sociale è un fenomeno completamente diverso da quello dello studente lavoratore classico.

Secondo lei quali politiche dovrebbero suggerire dati come quelli delle iscrizioni? In altri termini, si potrebbe dire: cambiamo, snellendoli, tutti i vecchi licei per avvicinarli di più alle richieste.

Eviterei di fare ritocchi. Siamo reduci da un riassetto che non ha innovato molto e non è nemmeno entrato a regime, perché le indicazioni nazionali per i licei e l’istruzione tecnica e professionale devono ancora produrre i loro effetti. Il problema è piuttosto un altro, ed è l’occasione che ci siamo lasciati sfuggire nel 2003.

L’anno della riforma Moratti?

Sì. Quella legge prevedeva la costituzione di un unico sistema di istruzione e formazione che avesse però due gambe, una liceale e l’altra tecnico-professionale – come si diceva allora – entrambe di pari dignità. Lo Stato si sarebbe fatto carico della parte liceale, le regioni di quella tecnico professionale.

E dove starebbe l’occasione persa?

Ci avrebbe permesso di superare il cosiddetto modello gentiliano, che nel bene e nel male ha garantito la qualità della nostra scuola per decenni, ma che non poteva resistere indefinitamente alla prova del tempo. A mio modo di vedere, una doppia scuola della cultura – una di tipo prettamente liceale e l’altra centrata sul lavoro – non era una brutta idea. Ho detto cultura del lavoro, e non mero «addestramento» ad esso. Aver visto nella cultura professionale, e in parte anche in quella tecnica un «fare»  subalterno, è stato sempre un nostro errore culturale. La radice comune poteva e doveva essere la pari dignità dell’educazione al ragionamento, che si può sviluppare sia traducendo Tucidide dal greco, sia facendo una rilevazione topografica.

Un’occasione persa, ha detto. Si può riacciuffare?

Purtroppo, allo stato mi sembra improbabile.



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