SCUOLA/ A lezione di ragione: scacco al nichilismo in 3 mosse

- Francesco Valenti

Si terrà sabato 10 marzo il convegno Il tempo della ragione: verifica della tradizione e coscienza critica, organizzato dall’Associazione Il Rischio Educativo. FRANCESCO VALENTI

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(Immagine d'archivio)

La verifica di un giudizio – Il Convegno dal titolo Il tempo della ragione: verifica della tradizione e coscienza critica, che l’Associazione Culturale Il Rischio Educativo e la Fondazione per la Sussidiarietà hanno promosso per sabato 10 marzo all’Università Cattolica di Milano, sviluppa alcune questioni fondamentali della costruzione di un’immagine di scuola. Esso prosegue un lavoro di diversi anni, animato dal tentativo di approfondire le osservazioni e i giudizi presenti nel Rischio educativo di Luigi Giussani, e di verificare la loro pertinenza con l’attuale situazione educativa e scolastica. Questo approfondimento è avvenuto da parte di numerose comunità di ricerca e reti di scuole che, sistematicamente, si sono ritrovate a giudicare la propria esperienza e chiarire il senso del proprio lavoro, al fine, così, di migliorarlo.

Alcune parole fondamentali – Ragione, verifica, tradizione, coscienza critica sono parole che sembrano provenire da un mondo lontano, impegnati come siamo a sviluppare piani progettuali scolastici che poco o nulla le tengono in conto; ma, forse, questa nostra pianificazione, a causa proprio della sua distanza da quelle parole, è tanto annunciata quanto gattopardescamente inetta a migliorare granché della situazione. Tali parole riportano, invece, la questione della scuola a quella fondamentale, che è la dinamica educativa, intesa come l’assunzione, da parte di un adulto, del compito di introdurre un giovane alla conoscenza e all’ampiezza della realtà, nelle tre sue accezioni, quella dell’alterità del dato, delle cose particolari e di sé, sino all’intuizione del significato.

A scuola, questo compito si realizza, anzitutto, dentro le attività e le discipline e, perciò, per quanto ci si allontana da quel dualismo tra valori e contenuti che rende inefficace ogni lezione. Perciò è sempre indispensabile rendere attiva l’educazione, facendola interagire con l’esperienza reale di ogni ora scolastica e mostrando con continuità i nessi tra la disciplina e la persona. È questo, tra le altre cose, anche l’obiettivo richiesto alla verifica personale della tradizione, elemento indispensabile di ogni percorso critico consapevole.

La dinamica educativa si deve, poi, poter estendere anche all’organizzazione della scuola, sia nella fase di direzione complessiva di un istituto che in quella della politiche scolastiche. L’equivoco, dunque, è stato e rischia di essere ancora quello di pensare all’educazione come alternativa all’istruzione (e viceversa), oppure alla scuola locale, magari paritaria, come a un quartiere isolato e perbene.

In questo senso, il compito della scuola (paritaria o statale) consiste nel dare a tutti una coscienza critica, senza cadere nella deriva di una totalità preconcetta o di una condivisione acritica.

Le domande di una ricerca consapevole – In questa direzione, per favorire un’attenzione propositiva, il Convegno è stato preparato  attraverso alcune domande inviate ai circa duemila iscritti. Eccole: Come scuola, avvertite che questo è il tempo della ragione? E in che termini o con quali difficoltà? Qual è il peso dato alla tradizione nella vostra scuola? Come la tradizione si riflette e si sviluppa nella didattica, nell’insegnamento, nelle attività? Chi studia nella vostra scuola diventa capace di giudizio critico, secondo l’età? Da che cosa capite che questo avviene?

A tali questioni, numerose sono state le risposte. Ne vorrei citare alcune nelle righe che seguono, anche per mostrare con quanta coscienza critica – mi sia permessa questa ripresa delle parole del Convegno – alcuni insegnanti e scuole sanno articolare la propria riflessione sul lavoro che svolgono, sugli allievi che crescono e sulle condizioni complessive del sistema in cui operano.

 

Ragione e autocoscienza – Scrive Lorenzo Bergamaschi: “Questo è davvero il tempo della ragione, che identifico nei ragazzi con una domanda di senso che la scuola non deve sopprimere. La domanda di senso dei ragazzi è connaturata alla loro ragione, ma spesso i ragazzi (ma persino gli adulti) non ne sono consapevoli. Quale allora il dovere della scuola? Non certo insegnare a ragionare, come saremmo tentati di fare, perché questa non è riducibile a una tecnica. Lo scopo della scuola è ridestare nei ragazzi il loro valore di autocoscienza, che i ragazzi imparino a dire  io con tutto il furore etimologico greco del termine”. Similmente Daniele Gomarasca afferma che “si capisce che il lavoro che stiamo facendo funziona bene se troviamo un incremento dell’uso della ragione dei ragazzi e dell’uso della nostra ragione come docenti, nell’intelligenza più approfondita e più appassionata di un dato disciplinare”.

Rosario Mazzeo sostiene, nel suo contributo, che “forse le domande e la curiosità dei ragazzi scemano perché non trovano una risposta vera. Le risposte che noi insegnanti diamo agli alunni sono risposte per tacitare o rilanciare il desiderio della ragione? Inoltre, forse c’è un modo di consegnare la tradizione, ciò che vale per noi, che sostituisce i ragazzi invece che muoverli a una verifica personale. Non siamo testimoni ma esperti, guardiamo il funzionamento non la totalità”. 

Secondo gli insegnanti della scuola Mandelli, tutte le domande dei ragazzi “possiedono una ragionevolezza ultima, che per lo meno nel suo aspetto di provocazione siamo chiamati a cogliere. È come se ci stessero domandando: «Cosa c’è oltre? Mi dica cosa c’è oltre. Perché se la grammatica è solo grammatica, se l’epica è solo epica, piace o non piace e prima o poi stanca, ultimamente non risponde a quello che desidero, e, se anche lo facesse, lo farebbe come fa un pallino, una fissazione». 

Una simile domanda è segno che i ragazzi esigono una ragione piena ed è sfida a che essa si documenti sempre in quello che facciamo, anche nel particolare più apparentemente arido. Quando ci capita di uscire veramente contenti da una lezione, non appesantiti e quasi sorpresi, perché lo siamo? A che cosa si deve la nostra contentezza? All’essere riusciti a spiegare quanto ci eravamo prefissi? Al successo del nostro exploit? No, siamo contenti di una lezione quando affiora in un ragazzo l’intuizione che quello che insegniamo illumina, anche solo per un frammento, il significato della vita, è parte della strada e non una deviazione; quando è evidente che il particolare che abbiamo trattato in quella singola lezione ci ha spalancato e li ha spalancati a una comprensione più ampia di se stessi e delle cose che stanno a cuore”.

Con tali osservazioni si apre la prospettiva di un insegnamento autenticamente critico.

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