SCUOLA/ Il “merito” di Profumo? Un trucco per dare nuovi soldi al sud

- Giovanni Cominelli

Il cosiddetto “Decreto merito” andrebbe in Consiglio dei Ministri domani, mercoledì. Ma si può premiare il merito senza un sistema omogeneo di valutazione? GIOVANNI COMINELLI

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Immagine d'archivio

Il cosiddetto “Decreto merito”, più volte rinviato, più volte modificato nella forma giuridica (Ddl o decreto?) e nei contenuti, che il Consiglio dei Ministri approverebbe mercoledì 6 giugno, prevede che ogni istituto scolastico superiore dalla prossima stagione sceglierà lo “studente dell’anno” tra chi avrà i voti più alti alla maturità, a partire da 100, tenendo conto della media degli ultimi tre anni, dell’impegno sociale e del reddito familiare. Egli godrà anche di una riduzione almeno del 30% delle tasse per l’iscrizione al primo anno di università e una borsa di studio aggiuntiva. Con la card “Iomerito” otterrà sconti per musei e trasporti.

Nel corso dell’anno scolastico i primi tre piazzati alla fase nazionale delle Olimpiadi per materie scolastiche saranno iscritti (gratuitamente) a “master class” estivi nella disciplina affrontata. Quanto alle università, saranno dati premi per docenti e ricercatori universitari, “in numero non superiore al 20%”, secondo criteri stabiliti con regolamento di ateneo. I professori a tempo pieno dovranno garantire 100 ore di didattica frontale ogni stagione, 80 ore chi è a tempo definito. Gli studenti che hanno ottenuto i crediti formativi universitari previsti e con votazione media non inferiore a 28/30 potranno sostenere l’esame di laurea con un anno di anticipo. Gli studenti dei corsi di dottorato di ricerca potranno conseguire il relativo diploma con un anno di anticipo, previo giudizio del collegio dei docenti. Possibile l’iscrizione in due università di pari livello (due triennali, due specialistiche, due master).

Gli atenei forniranno un elenco del 5% dei laureati più bravi: saranno pubblicati sul sito del ministero dell’Istruzione e avranno una corsia privilegiata verso il lavoro, grazie a incentivi fiscali per i datori di lavoro per due stagioni (meno tasse sul reddito fino al 30% per chi li assume a tempo indeterminato entro tre anni dalla conquista della laurea). Il portfolio dello studente potrà essere consultabile dalle aziende e renderà pubbliche la conoscenza delle lingue straniere, le competenze musicali e informatiche, le esperienze di associazionismo, volontariato e sportive.

Le università migliori aderiranno a un’organizzazione internazionale del baccellierato, rete di istituti d’eccellenza. Il Decreto prevede, inoltre, incentivi per l’internazionalizzazione degli atenei, conferma il numero chiuso di alcune facoltà, introduce il test diagnostico per le matricole di ogni Facoltà, conferma l’abilitazione nazionale dei docenti, modifica in senso “esterno” e “internazionale” le Commissioni per i concorsi universitari, promuove iniziative premianti per l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica, istituisce il Premio nazionale delle Arti.

Tutte queste misure, raccolte sotto la nebulosa ideologica del “merito”, hanno incontrato resistenze di vario tipo. Francesca Puglisi, responsabile Pd del settore, ha solennemente dichiarato che c’è ben altro da fare. Il “benaltrismo” è la nota corrente filosofica dei conservatori. Sulla stessa lunghezza, o meglio “cortezza” d’onda l’ex ministro Fioroni: la scuola deve essere di tutti, non per un’élite! 

La mossa del ministro tecnico ha ripreso una parola d’ordine del centro destra – più agitata come petardo ideologico fumigante che effettivamente praticata – con ciò turbando le fetide acque impaludate di una società e di un’amministrazione pubblica immobili, corporative e corrotte, in cui si avanza non per forza di talenti propri e riconosciuti, ma per spinte di appartenenza di clan, di partito, di sindacato, di movimento, laico o religioso che sia.

“Nebulosa del merito”, perché dentro vi si nascondono esigenze diverse: quella dell’aiuto alla scoperta e alla valorizzazione dei talenti, che la scuola precocemente seppellisce; quella della premialità per i meritevoli, soprattutto se privi di mezzi; quella della politica della qualità; quella della valutazione di studenti, docenti, facoltà, dipartimenti, atenei; quella di riforme, che si attendono invano da decenni.

Da questo punto di vista il “Decreto merito” è un piccolo “decreto-omnibus”. Delle promesse che il Decreto fa, alcune sono realistiche, altre di difficile realizzazione e spesso demagogiche. Premiare lo studente che abbia conseguito agli esami di stato il 100 e lode sarebbe una buona idea, solo se il sistema di valutazione interna nazionale fosse omogeneo su scala nazionale. Peccato che le indagini Invalsi e Ocse-Pisa abbiano evidenziato che in alcune aree del Sud e in alcuni indirizzi di scuole e in parecchie università la manica dei voti sia troppo larga.

Premiare, in questo caso, significherebbe distribuire soldi agli “opportunisti”, per dirla eufemisticamente. In generale, senza un sistema articolato e pervasivo di accountability, tutti questi premi diventano pura dispersione di denaro pubblico, e non verso i migliori. E perché non ricordare, in questi tempi di fisco amaro, che “i poveri di mezzi” spesso ne hanno moltissimi, ma le dichiarazioni delle tasse delle famiglie non ne parlano?

Se il Decreto dovesse spingere a costruire parametri nazionali seri e sistemi rigorosi di accertamento del loro eventuale raggiungimento da parte dei singoli – studenti e docenti – svolgerebbe una preziosa funzione di motore di spinta. D’altronde, non ci si può illudere che il sistema cambi con piccole iniezioni di premialismo, se non venga rifondato sulla personalizzazione dei percorsi, sul core curriculum, ecc… ecc…

Discorsi mille volte ripetuti e sempre condivisi, ma finora inevasi. 



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