SCUOLA/ I quattro pilastri che aspettano le riforme di Renzi

- Giovanni Cominelli

La politica del governo Renzi non si è ancora misurata realmente con le questioni chiave della scuola. GIOVANNI COMINELLI commenta l’intervista al sottosegretario Roberto Reggi

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L’intervista di Roberto Reggi a ilsussidiario.net fornisce qualche anticipo sulla linea che il governo intende seguire sulle questioni della scuola, dopo gli annunci di attenzione rilasciati ripetutamente da Renzi. Tutti sanno che quando Blair si presentò per la prima volta come candidato al governo, il suo programma fu: istruzione, istruzione, istruzione. Qualcosa del genere ha provato a dire anche Renzi. Da questo punto di vista, tuttavia, l’intervista di Reggi resta reticente su alcuni punti decisivi. Sarà forse perché il ministro in carica ha messo in piedi l’ennesimo cantiere sulla scuola, come hanno fatto o dichiarato di voler fare quasi tutti i ministri che l’hanno preceduta. Il rischio di questi “cantieri” o “consulte” o “stati generali” o “consultazioni on line” è che fungano da tavoli di concertazione sindacali e partitici e da alibi per non andare fino in fondo nello scontro inevitabile con l’amministrazione e con i sindacati e sindacatini del personale, che in questi anni hanno aumentato il proprio potere cogestivo e di interdizione, a fronte delle debolezze di visione della politica.

Sono quattro i piloni portanti del sistema di istruzione nazionale, che si stanno sfaldando e che debbono perciò essere ricostruiti, soprattutto da chi non voglia fare solo della propaganda velleitaria sulle riforme:

1. Quale e quanto “sapere di civiltà” l’attuale generazione adulta decide di “passare” alle generazioni più giovani. L’elaborazione intellettuale al riguardo si è condensata attorno alle quattro aree, già definite sul finire della gestione Fioroni, sulla scorta delle otto competenze-chiave europee. Esse sono: lingua/lingue; matematica; scienze; storia della/delle civiltà (economica, politica, sociale, letteraria, filosofica, religiosa, artistica, eccetera);

2. Gli ordinamenti/curriculum: quanti anni a scuola (fino a 18 anni o a 19?), quale partizione (5+3+5? 7+5? 5+3+4?), quali indirizzi (licei, tecnici, professionali? Oppure dei piani di studio personalizzati, costruiti secondo il criterio esterno e vincolante delle competenze-chiave e quello interno delle preferenze/tendenze/vocazioni?); lezioni parcellizzate o dipartimenti; 

3. Le politiche del personale docente, dirigente e tecnico-amministrativo: formazioni iniziale, reclutamento, carriere, valutazione, eccetera;

4. Gli assetti istituzionali del sistema: autonomia didattica, organizzativa, finanziaria (quanta?), riduzione ai minimi del ministero, authority del curriculum e della valutazione, paritarie… 

Se queste sono le forche caudine, sotto cui i decisori politici e sindacali devono passare, e se i pilastri non si possono ricostruire in sequenza, ma solo in contemporaneità (si tratta infatti di un sistema!), allora si può solo constatare che la politica del governo Renzi non si è ancora misurata efficacemente con le questioni, neppure a livello di visione e di programmi enunciati. Certo, i tetti delle scuole sono importantissimi. Ma non è una buona ragione per incominciare, ancora una volta, dal… tetto! Le fondamenta sono altra cosa.

È, intanto, da apprezzare che si parli di carriera degli insegnanti e che si preveda che lo scatto di stipendio non avvenga più per anzianità, ma per verifica di crescita professionale. Ma il punto irrisolto e tuttavia decisivo è come avvenga la formazione delle nuove leve. Solo la scuola reale ha l’esperienza e le competenze intellettuali per giudicare, attraverso il praticantato, quale degli aspiranti all’insegnamento, accreditato delle conoscenze disciplinari da parte dell’università, sia effettivamente in grado di fare didattica, di avere relazioni educative con gli alunni e di lavorare con i colleghi. Il mestiere dell’insegnante è quello dell’artigiano; la scuola è la sua bottega, dove lui fa l’apprendista dell’apprendimento. Se, viceversa, si intendesse continuare con i concorsi per insegnanti e dirigenti, allora vorrebbe solo dire che si continua a considerare la scuola un’unità amministrativa, presso la quale lavorano degli impiegati, burocraticamente reclutati. Il ministero dell’Istruzione ha storicamente funzionato come ministero del lavoro intellettuale. Come ammortizzatore sociale, appunto! Se si vuole cambiare questa filosofia, occorre partire dalla radice: e questa è la formazione iniziale/reclutamento gestita dalle scuole o reti di scuole, non dal ministero. 

Il che ci porta alla questione dell’autonomia. L’obiezione di Reggi alla domanda fatta dall’intervistatore circa il raggio di un’autonomia finanziaria radicale per le scuole – il modello creerebbe “enormi diseguaglianze” in certe zone del Paese – è quella classica della sinistra e della Cgil dal 1990 in avanti, quando il ministro Mattarella propose il binomio autonomia/valutazione come nuovo scenario istituzionale e amministrativo delle scuole. Se si generano diseguaglianze, toccherà allo Stato “compensare” ex-post, sulla base di standard obbiettivi; intervenire a priori per impedire a chi ha capacità, risorse, intelligenza di “correre”, significa solo essere ancora una volta subalterni del pensiero unico burocratico-amministrativo, di cui l’amministrazione e i sindacati, in primo luogo la Cgil e i Cobas, sono antichi corifei. 

A quanto pare, le idee del governo sull’autonomia sono tutt’altro che chiare e distinte. Una legge quadro? Certo che è necessaria, in primo luogo per abolire la giungla di decine di migliaia di leggi, decreti, regolamenti, circolari, che dal 1859 ha avvolto didattica, insegnanti, dirigenti. Basta un solo articolo: tutte le leggi precedenti sono abolite! E poi per predisporre un quadro di autonomia totale delle istituzioni scolastiche, che sono “soltanto” l’espressione istituzionale della società civile e dei territori sui quali insistono, non si possono ridurre a pezzi decentrati dello Stato. Ovviamente dentro alcuni vincoli nazionali cogenti, ma essenziali, di cittadinanza. Nel quadro delle quattro aree didattiche, occorre dare libertà alle scuole. Oggi è al 20 per cento. Dovrebbe salire al 60! Sarà l’authority per il curriculum/valutazione a giudicare ex-post se le autonomie hanno offerto ciò che promettevano. 

L’autonomia radicale farebbe cadere la differenza tra scuole pubbliche statali e scuole pubbliche paritarie. Stabilito il principio che ad ogni ragazzo spettano i 7.500 euro annui, le famiglie hanno il diritto di spenderli presso la scuola, i cui standard di offerta siano garantiti dall’authority nazionale del curriculum e della valutazione, che ritengono insindacabilmente più adeguata. 

Mentre su altre questioni il governo Renzi si muove con decisione e fuori da ogni logica di concertazione e potere di veto dei sindacati, sulla scuola le sue idee appaiono ancora molto tradizionali. La questione nazionale della scuola non è riducibile solo a quella degli insegnanti. L’essenza sta altrove: di cosa hanno bisogno sul piano intellettuale e educativo i nostri ragazzi? Di qui occorre partire per ridisegnare il vestito attorno a ciascuno di loro e pertanto nuovi insegnanti e nuove istituzioni. La dispersione è un fenomeno gravissimo; ma le sue origini non stanno nella povertà economico-sociale-culturale dei territori che circondano le scuole; sta nelle scuole stesse e nell’intero sistema, che nel corso degli ultimi quindici anni hanno tolto di torno due milioni e cinquecentomila alunni. Li hanno espulsi, a causa della noia, del disinteresse, del rifiuto che la nostra organizzazione tayloristica della didattica suscita nei ragazzi. Essa spezza la loro curiosità, la loro volontà di ricerca, il loro cammino verso il mondo. Non siamo più in grado di “passare” la nostra civiltà, la lingua, la storia, la cultura. 

Per chi versa lacrime sulla dispersione, ma si rifiuta ostinatamente di cambiare il sistema, si può solo organizzare il tour dei sepolcri imbiancati. Perché la dispersione è l’effetto finale di inadempienze, di resistenze conservatrici, di pigrizie intellettuali, di corporativismi. Un esempio ne è la politica dell’uniformità salariale voluta dai sindacati: vi pago in tanti, vi pago poco, non valuto ciò che fate. Fate finta di lavorare, io faccio finta di pagarvi: questa la filosofia. Ingiusta, perché ci sono moltissimi insegnanti che, invece, non fanno finta di lavorare. Lo Stato fa finta sempre. Questo il patto scellerato, siglato tra politica, amministrazione, sindacati sulle pelle di milioni di ragazzi e di famiglie e di decine di migliaia di insegnanti capaci e motivati. È certo intollerabile che un commesso della Camera abbia uno stipendio più alto di un dirigente e di un insegnante, così come, in generale, è uno scandalo intollerabile la giungla retributiva da terzo mondo che interessa tutta l’amministrazione pubblica, a partire dagli alti magistrati e dagli alti funzionari delle tecnostrutture pubbliche e dei ministeri. Così come, per parlare solo della scuola, è stupido pagare un insegnante elementare meno di uno delle medie o delle superiori. La rivendicazione di uno standard europeo degli stipendi degli insegnanti è sacrosanta. Con un’avvertenza, che i comportamenti e le performances debbono essere europei. Nel pacchetto ci devono stare valutazione, carriere, selezione rigorosa fin dagli anni dell’università, fatta dalle scuole e non dalle università. Di riforme all’italiana ne abbiamo avuto abbastanza.

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