UNIVERSITA’/ Il fascino della mediana. L’Anvur risponde alle critiche

- Luisa Ribolzi, Massimo Castagnaro

“Come Anvur abbiamo da tempo deciso di non polemizzare con i nostri critici”, ma il Sussidiario vale uno strappo alla regola: LUISA RIBOLZI e MASSIMO CASTAGNARO rispondono alle critiche

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Caro direttore,

come Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) abbiamo da tempo deciso di non polemizzare con i nostri critici, utilizzando come canale di dialogo il sito dell’Anvur. Come lettori de IlSussidiario.net vorremmo però entrare nel merito di alcune pesanti imprecisioni di articoli da voi pubblicati negli ultimi giorni, in aperto contrasto con i documenti dell’Anvur (tutti reperibili sul nostro sito).

1. La confusione sulla mediana è pesante: la mediana dei settori non bibliometrici (storici, filosofici, letterari eccetera) non prende affatto in considerazione le citazioni, ma si limita ad indicare una soglia di pubblicazioni che si assume come indicatore di base per accedere all’abilitazione, come commissario o come candidato. La commissione è e rimane sovrana, e può decidere di abilitare candidati che non raggiungono la mediana, ma che hanno lavori di grande valore, oppure di escludere candidati la cui produzione è vasta ma di scarsa qualità. Naturalmente, per evitare arbitrii, queste decisioni di tipo prevalentemente qualitativo andranno adeguatamente motivate.

2. La mediana è il valore che taglia a metà un qualsiasi gruppo: se di cento ordinari venticinque hanno scritto meno di un libro, trenta hanno scritto un libro, e quarantacinque da due in su, la mediana è il valore che cade sulla cinquantesima unità e sarà appunto uno. Secondo il decreto, poiché la mediana deve essere superata, passano il criterio i quarantacinque che hanno almeno due libri. Non pare un concetto di difficile comprensione, e nemmeno particolarmente selettivo: tanto più che è possibile raggiungerla in uno su tre indicatori (il numero delle monografie, il numero degli articoli comparsi in riviste scientifiche o di saggi in volume, il numero di articoli comparsi in riviste prestigiose, definite “di classe A”). Il periodo preso in considerazione sono gli ultimi dieci anni, perché i colleghi “inattivi” anche se di grande prestigio, rischiano di aver perso di vista gli sviluppi recenti della loro disciplina, impegnati magari in altri incarichi.

3. Il fatto che le mediane siano disparate non è segno di inadeguatezza, ma anzi mostra che lo strumento “mediana” registra con buona approssimazione la diversità dei settori concorsuali, anzi dei settori scientifico disciplinari, che hanno percorsi e abitudini di pubblicazione diversi: restando nell’ambito di un solo settore, la psicologia, il numero e il tipo di pubblicazioni degli psicologi del lavoro è assai diverso da quello degli psicologi sperimentali. Se un settore ha mediana “zero” in uno degli indicatori, non significa necessariamente che vada chiuso: magari i ricercatori che vi operano tendono a scrivere non monografie ma articoli (o viceversa). Dei due scriventi, entrambi ordinari e sopra le mediane, Luisa Ribolzi ha scritto sette libri, Massimo Castagnaro nemmeno uno. 

4. L’indicatore contrastatissimo delle riviste di fascia A (sulla cui eccellenza  opinabile o incomprensibile si potrà eccepire quando saranno state pubblicate) è molto meno clientelare di quanto non si pensi. Anzitutto, le riviste straniere pubblicano sulla base del valore del testo e non dell’affiliazione accademica o politica dello scrivente; in secondo luogo, una stima molto approssimativa sui circa settemila ordinari delle aree non bibliometriche dice che meno dell’8% di loro accederebbe avendo superato solo la mediana di classe A. Quanto alla irrealistica possibilità che qualcuno sia diventato ordinario avendo scritto solo un articolo di fascia A, ammettendo che esistesse, questo testimonia della necessità di introdurre dei criteri meno soggettivi (come mai la commissione ignara del diabolico strumento della mediana ha fatto vincere un concorso a un professore con così poche pubblicazioni, e quale università lo ha immesso nei suoi ruoli?).

5. Le folle sterminate di ordinari che non potranno candidarsi, per definizione, se la mediana fosse una sola, non potrebbero essere più del 50%, cioè circa 8 mila, e in presenza di tre possibili mediane scenderanno ulteriormente e di molto. La preoccupazione che commissioni di incompetenti giudichino candidati  più preparati di loro è precisamente quello che ci ha indotto a fissare delle soglie per divenire commissari. Quanto agli elementi legati alla didattica, nessuno più di noi li considera importanti, ma si tratta di una abilitazione “scientifica”: saranno poi gli atenei a valutare i requisiti didattici  dei docenti che intenderanno chiamare. L’abilitazione sarà un requisito necessario, ma non sufficiente. Quanto al covo di inattivi, lungi da noi il pensarlo: il dato relativo alla valutazione della ricerca  mostra che mancano il 5,3% dei prodotti attesi, il che vuol dire che cinque docenti su cento non hanno scritto neppure un articolo tra il 2004 e il 2010. Oppure ne hanno scritto solo uno, o due, e in tal caso la percentuale cresce.  Non  sono molti, per carità, ma non dovrebbero proprio esistere. 

6. Sulla possibilità di passare dal dato quantitativo al dato qualitativo, mi limito a suggerire di chiedere agli insegnanti delle scuole come utilizzano i voti: non definiscono “chi è” il ragazzo, e nemmeno quale sia il suo valore come persona, ma costituiscono un indicatore di partenza della sua riuscita scolastica. Analogamente, è chiaro che il valore del contenuto non dipende dal contenitore, un articolo pubblicato in una di queste riviste è stato giudicato positivamente da almeno due colleghi di buon livello. 

7. Con buona pace di tutti, nessun criterio di valutazione ci garantisce di essere libero da errore: ai molti difetti della bibliometria si affiancano le distorsioni della peer review: i giochini in cui si fanno valutare articoli di premi Nobel spacciandoli per scritti da giovani sconosciuti, e rifiutati dai referee, sono facilmente reperibili in rete. La nostra proposta (una soglia misurabile su cui innestare una valutazione puntuale di tipo peer) cerca di individuare una strada percorribile  fra i due estremi. 

Fermiamoci qui. Siamo consapevoli di arare un campo incolto in cui si inciampa continuamente negli ostacoli e gli errori sono inevitabili: e proprio per questo apprezziamo particolarmente l’aiuto che ci è venuto da molti colleghi, la maggioranza. Restiamo in “urgente e umile” attesa di suggerimenti  su criteri che definiscano in termini operativi che cos’è un sistema di valutazione adeguato alle specificità disciplinari, e come si fa a trasformare i criteri di accesso all’abilitazione (che la legge ci impone di fissare) in criteri di indirizzo per l’autonoma valutazione delle commissioni, la cui sovranità è peraltro garantita dalla legge. L’Anvur non può permettersi di agire in un affascinante ambito di “amorevole, lenta ricerca della verità”, ma è costretta in tempi brevissimi a rimettere in moto una macchina ferma da cinque anni, durante i quali l’università ha perso più di cinquemila docenti.



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