SCUOLA/ C’è una violenza sui bambini che si “traveste” da tolleranza

È in atto il tentativo di coinvolgere la scuola nella diffusione dell’ideologia gender e di usarla come strumento per un’opera capillare di “ri-educazione”. La lettera di GIULIANO ROMOLI

24.11.2013 - Giuliano Romoli
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Caro direttore,
mascherandosi dietro la lotta ad una presunta discriminazione delle persone omosessuali, i fautori dell’ideologia gender, con l’appoggio dei maggiori governi occidentali (vedasi in particolare il presidente Obama), tentano di imporre una concezione dell’identità sessuale non come dato biologico, ma come prodotto culturale transitorio di una certa società. Il maschile e il femminile appaiono solo come convenzioni sociali, l’affettività umana è completamente ridotta alla sfera sessuale, la quale a sua volta è soggetta a una scelta continuamente rivedibile.

In Italia si sta tentando di realizzare questo progetto soprattutto con l’imposizione della legge in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia, già approvata dalla Camera e in discussione al Senato.

Questa legge punisce fino a un anno e sei mesi chi propaganda idee sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, o fondati sull’omofobia o transfobia, assimilando queste presunte fobie all’odio razziale. 

Se si considera che tali categorie vengono ad assumere la funzione di presupposto di una fattispecie penale, ben si comprende la pericolosità in ordine alla certezza del diritto ed al principio di oggettività del reato. Se non è la legge, chi può essere autorizzato a definire i concetti di omofobia e transfobia? Il rischio è quello di creare una sorta di ‘reato giurisprudenziale’, il cui contenuto precettivo verrà rimesso all’autorità giudiziaria chiamata a pronunciarsi nel singolo caso. La gravità di tutto ciò si amplifica laddove si consideri che in gioco vi sono diritti fondamentali dell’uomo, quali la libertà di opinione e di credo religioso, garantiti e tutelati dagli articoli 19 e 21 della nostra Costituzione” (Gianfranco Amato, La Bussola quotidiana)

Una persona che dichiarasse apertamente di riconoscere solo nella famiglia naturale l’unico vincolo moralmente lecito potrebbe essere tacciata di omofobia e condannata. Addirittura in Gran Bretagna si sta affermando la consuetudine per la quale “si ritiene riferibile ad omofobia e transfobia ogni caso in tal modo percepito dalla vittima o da ogni altro soggetto“.

La Chiesa cattolica si troverebbe fuori legge per il fatto di essere “un’organizzazione che incita alla discriminazione fondata sull’omofobia”, se continua a considerare documenti fondanti della sua azione pastorale la Bibbia (Gn 19, 1-29; Rm 1, 24-27; 1Cor 6,9-10; 1Tm 1, 10) e il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2357. Ma c’è di più.

Da alcuni mesi è in atto il tentativo dichiarato di coinvolgere la scuola nell’azione di diffusione dell’ideologia gender in varie forme e di usarla come strumento principale per un’opera capillare di “ri-educazione”. 

Il primo documento è la “Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” emanato dalla Fornero poco prima della caduta del governo Monti. In questo documento si rinviene nella scuola il canale più idoneo per “cambiare e modificare attitudini e comportamenti specifici, nell’educare al rispetto delle differenze“. “A tal fine − prosegue il documento − sarebbe auspicabile un’integrazione delle tematiche LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali Transessuali) nei programmi scolastici e una promozione dell’informazione e comunicazione non stereotipata, rispettosa delle identità di genere e degli orientamenti sessuali. Occorre altresì progettare percorsi innovativi di formazione in materia di educazione all’affettività che partano dai primi gradi dell’istruzione, proprio per cominciare dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia a costruire un modello educativo inclusivo, fondato sul rispetto delle differenze, che costituisca una risorsa non solo per chi fa parte della comunità LGBT, ma per tutti i bambini“. Recita inoltre il documento che “La formazione dovrà prevedere corsi di aggiornamento costanti e rientrare pel piano nazionale di aggiornamento” e dovrà “valorizzare l’expertise delle associazioni LGBT in merito alla formazione e sensibilizzazione dei docenti, degli studenti e delle famiglie, per potersi avvalere delle loro conoscenze per rafforzare il legame con le reti locali“.

La direttiva Fornero è stata recepita dall’attuale governo, che con la legge Carrozza n. 128/2013 stanzia 10 milioni di euro per la formazione obbligatoria dei docenti sui temi sopra citati. Caso unico nella storia della formazione docente, per questa formazione è previsto appunto il concorso di un non meglio precisato associazionismo (evidentemente LGBT). All’art. 16 lettera d) la legge finalizza la formazione dei docenti all’aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere…”. Ma cosa significa “superamento degli stereotipi di genere” se non che la scuola deve scardinare la concezione naturale della sessualità, definita come stereotipo, cioè modello convenzionale, opinione precostituita, semplicistica, che non ha fondamento razionale, ma che si ripete meccanicamente e acriticamente.

Se dovesse diventare realtà la legge sull’omofobia, nemmeno le scuole paritarie potrebbero esimersi dall’applicare simili direttive nello svolgimento dei propri programmi.

Non si tratta, come alcuni vorrebbero, di prender posizione “contro” qualcuno (tantomeno contro le persone omosessuali, che hanno diritto a rispetto e comprensione come chiunque altro). Si tratta invece di difendere i caratteri distintivi della persona umana, la libertà dei cittadini e in particolare la libertà di educazione da leggi che ne sconvolgono la natura.

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