SCUOLA/ Padre o maestro, il “testimone” non basta

- Mario Binasco

Venerdì scorso è uscita su queste pagine una intervista a Massimo Recalcati: il futuro dell’educazione non è di Edipo né di Narciso, ma di Telemaco. La “versione” di MARIO BINASCO

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Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)

L’ideale dominante oggi, a differenza di un tempo, è che il sapere è anonimo (la scienza). Ma nell’anonimato è ben difficile parlare di educazione, perché l’educazione coinvolge sempre il soggetto col suo nome. Quanto all’efficacia che ci si aspetta dal sapere, è la droga a fornirne il modello: qualcosa, non qualcuno, che faccia effetto, emozione: la droga incarna bene l’emotivismo etico condiviso oggi, che lascia smarriti i soggetti nella loro ricerca di soddisfazione o felicità, li lascia soltanto partner di un oggetto che pretende di condensarla, un oggetto a cui girano intorno.

Educazione è introduzione alla realtà. Dunque è opera di legame, non anonimo, del soggetto con un Altro, e del soggetto con se stesso, con la sua vita stessa, a partire dal corpo con le sue funzioni, comprese quelle intellettuali e mentali: nessuno di noi sta insieme con se stesso in modo automatico e scontato senza una funzione che glielo permetta.

Nei confronti del padre si è enfatizzato troppo per molto tempo l’aspetto di lotta, appoggiato sull’idea di rivalità, il cosiddetto conflitto delle generazioni – anche per l’insistenza di un Freud letto male su questo aspetto del complesso di Edipo: e le “rivolte” o le “contestazioni” studentesche dal 1964 (Berkeley) in poi, hanno rafforzato per via sociologico-politica l’illusione che fosse lotta per l’emancipazione (“liberazione”) da un’autorità paterna troppo piena, che invece di promuovere soffocava e impediva. E non ci si è accorti che si cadeva nella trappola ideologica dell’ultima modernità: non si vedeva che la rivolta era in realtà contro la debolezza paurosa di questa autorità dietro l’apparenza, contro dei padri accusati in fondo di non essere capaci di svolgere la loro funzione: era una lotta che cercava dei padri e che trovava o credeva di trovare solo gente che aveva un certo potere (peraltro risibile perché erano tutti proletarizzati), solo perché occupava già dei posti, come qualunque impiegato allo sportello: il potere di impedirti qualcosa e farti perdere tempo, non di appoggiare e permettere la tua costruzione vitale.

Fu in quegli anni che sorse l’espressione “padre-padrone”, dal titolo di un libro (e in Francia maestro-padrone, perché sono la stessa parola): espressione fortunata, ma deprecabile perché confonde le carte. Se c’è qualcosa che la psicoanalisi ha dimostrato sul padre è che non è un padrone, anzi, che comportarsi da padrone demolisce la funzione del padre, per la semplice ragione che c’è padre e paternità solo dove non c’è lotta di potere, nonostante le apparenze: perché il posto del padre non può di per sé essere contendibile, il padre è fuori serie, è senza rivali. Quindi appena il padre scende sul piano della lotta col figlio ipso facto smentisce la sua funzione paterna, precedente e sottratta ad ogni concorrenza e rivalità. 

La funzione del padre infatti è da sempre una funzione di eccezione, sia che si tratti del padre della famiglia o del Padre eterno della nostra plurimillenaria tradizione religiosa giudaico-cristiana: non sarebbe padre se non facesse eccezione almeno in un punto alle leggi che valgono per il figlio, non potrebbe significare, rappresentare, dare un nome a ciò che è fuori della portata del figlio, cioè la sua origine o ciò da cui il figlio dipende o a cui non ha accesso diretto, ciò che è appunto fuori della sua portata – anche come suo fine e destino. 

Il padre edipico freudiano svolgeva la sua funzione conservando un rapporto “fuori serie” con la madre dei suoi figli, rapporto a cui il figlio non aveva accesso allo stesso suo titolo – e questo era ciò che permetteva al figlio di strutturarsi e tenersi assieme vivendo il proprio personale tentativo di annodare la questione del sesso con quella dell’amore. Non senza rischio e conflitto, perché anche questo è “rischio educativo”, non è il risultato automatico di procedimenti, regole, ingiunzioni o istruzioni per l’uso, ma è l’esito di un dramma personale. 

In questo dramma il padre è sì un “modello”, ma non nel senso di immagine ideale che si possa copiare, perché non puoi copiare o imitare qualcuno quando ti è richiesto un atto assolutamente personale che solo tu puoi compiere al tuo posto, che nessun adeguamento ad un ruolo o mansionario può sostituire: un atto amoroso, la decisione per una vocazione, ecc. Il padre è un modello inimitabile della funzione umanizzante che ti permette di vivere questi atti, e lo è non per le sue qualità o doti ideali, ma perché è uno che ha affrontato, investendo e rischiando del suo, un aspetto reale della condizione umana, generando soddisfazione e frutto. Per il padre della famiglia questo reale è l’Altro sesso e la generazione dei figli dal legame con la donna che per il figlio è la madre. Per questo la psicoanalisi mostra che ogni difficoltà nei legami sessuati con gli altri e con se stessi è riconducibile a com’è vissuta la funzione paterna. Con tutto il rispetto per Elton John come popstar, che cosa permette di pensare che un uomo è padre di quel “suo” bambino, e non uno dei tanti adulti della serie materna? “Padre” non è un’etichetta verbale che basti dire, è il nome vero dell’istituzione di un legame umano fondata sulla effettiva messa in atto di uno speciale desiderio. In questo senso è vero che il padre è un testimone, nel senso che non comanda, ma testimonia con la sua vita la creatività e generatività del desiderio che gli permette di costruire quei legami: spero che vibri in questo almeno un’eco della parabola dei talenti. Per questo i genitori sono testimoni necessari e involontari, infatti essi sempre testimoniano anche dei difetti della loro posizione nella vita.

Sto parlando di processi soggettivi di cui tutti hanno esperienza, ma che non sono traducibili integralmente in racconti e in enunciati, perché in queste esperienze le parole rimandano sempre a un reale e ad una verità della vita umana per i quali le parole mancano o non bastano. Eppure questo reale e questa verità esistono, e sono le loro vicende a determinare la nostra storia! Perché mai devo ricordare e affermare questo livello della nostra esistenza di soggetti umani? Non è scontato? No, oggi non lo è più: viviamo in una società sempre più simile alla “democrazia” di Rorty, per il quale “chi crede in una verità oggettiva deve essere considerato come un pazzo”: il problema è che la prima verità oggettiva a cui conviene credere, prima ancora dell’esistenza di Dio, è quella della nostra esistenza di soggetti immersi nel reale. “Tu non esisti!” dice il “cattivo” O’Brien al protagonista in 1984 di George Orwell – libro sul quale dovremmo impostare seminari a tutto spiano. 

E non per nulla il progetto del potere orwelliano si realizza attraverso la neolingua, che usa e combina le parole proprio per non significare il reale, per non dirci nulla su di esso, per farcelo dimenticare. Non è quello che sta accadendo ora con l’alterazione del significato e della funzione della parola “matrimonio”? questo vale per tutte le parole legate al reale del sesso e della generazione, Zapatero docet, ma varrà per tutte le parole che cercheranno ancora di dire qualcosa sulla reale esistenza e verità profonda del soggetto umano. Un esempio clamoroso è quel manuale di “educazione sessuale” per adolescenti uscito pochi anni fa in Spagna, intitolato “La felicità nelle tue mani”: titolo che non è un modo di dire, ma che allude proprio al fatto che gli organi sessuali sono a portata di mano. Dunque millenni di riflessioni e tormenti morali religiosi e politici sulla felicità deriverebbero solo dal fatto di non essersi accorti che quello che si cercava lo si aveva a portata di mano? Non è un segno sufficiente della spaventosa idiozia che ci viene imposta da chi ha cancellato la posta in gioco reale nel significato delle parole?

Questo è l’esito di una storia. Si può capire quanto le società moderne rivoluzionarie, egualitarie e poi massificanti nel lavoro e nelle guerre, anonime, abbiano contribuito a disgregare la funzione del padre nella nostra civiltà, almeno quella appoggiata ai rapporti famigliari, nella misura in cui hanno rifiutato progressivamente di riconoscere all’ambito della famiglia qualche privilegio, qualche eccezione alla totale uguaglianza formale degli individui. Emblematico di questo è ultimamente il tabù anche giudiziario caduto sulla sberla data al figlio bambino, che criminalizza l’autorità e l’eccezione paterna mentre chiude gli occhi sul fenomeno, in crescita nella società, del “tiranno domestico” o del “genitore picchiato” (11% delle famiglie negli Usa). 

Con la fine di ogni simbolico condiviso, dunque, la società finisce per non riconoscere più nella famiglia il luogo in cui avvengono i primi fondamentali incontri col reale, proprio e altrui, e nel quale i rapporti famigliari, colla madre e col padre, permettono al figlio di dare nomi a questo reale e imparare a trattarlo orientandovisi. Il carattere fondamentale dell’esistenza umana, l’incontro-scontro col reale viene totalmente negato (e solo i clinici della soggettività, tra i quali gli analisti, continuano – per quanto tempo ancora? – a curarne le ferite sempre meno riconosciute come tali). Escluso il reale da affrontare, la famiglia resta concepita solo come un luogo in cui i rapporti procedono e si esauriscono in forme di seduzione reciproca, domande e ricatti amorosi: quanto di più lontano dall’idea di educazione come introduzione alla realtà. Di qui anche l’altro grande tabù odierno, quello sulla pedofilia: se diventano inconcepibili i rapporti di responsabilità paterna – che implicano l’interdetto dell’incesto – quali altri rapporti restano con i figli?

Che cosa c’entra tutto questo con quella forma di educazione che è la scuola e con la posizione e funzione degli insegnanti in essa? Sia il maestro che il genitore introducono – volenti o nolenti – alla realtà (di cui peraltro fanno parte).

Credo si possa intuire facilmente che alcuni aspetti di quello che ho detto del padre possono applicarsi al maestro e all’educatore in genere. Non ho parlato esplicitamente della madre, che ha anch’essa una funzione essenziale nell’umanizzazione primaria, perché l’ho sottintesa parlando del padre: infatti la funzione paterna non si esercita direttamente nei confronti del figlio (rapporto in cui il padre non è diversissimo dalla madre) ma si esercita nel rapporto con la madre, con la conseguenza di rettificare il rapporto tra madre e figlio e di sottrarre quest’ultimo a certe tentazioni inerenti al rapporto materno. Anche nella scuola è leggibile la compresenza di queste due funzioni, materna e paterna, ma io credo che ciò che specifica il compito dell’insegnante si colloca dal lato della funzione paterna, cioè dell’eccezione e della dissimmetria, mentre quella materna è più facilmente incarnata dal gruppo della classe, nel quale peraltro rientra anche l’insegnante.

Un altro aspetto importante è il rapporto col sapere: certo l’insegnante deve trasmettere un sapere simbolizzato, organizzato, teorizzato anche quando è un sapere pratico, mentre non sembra questa la funzione del padre. È vero, ma non dimentichiamo che il padre è tale e visto come tale nella misura in cui “sa” o si suppone che “sappia” fare legame con quell’Altro così fondamentale che è la madre, che “sappia” orientarsi in quel territorio, che “sappia” trarne effetti e come trarli. Il padre perciò è necessariamente supposto o considerato dal figlio come detentore di un sapere sulla sua vita, e supporre che l’altro detenga il sapere che vogliamo apprendere è fondamentale in ogni apprendimento, perché il sapere, come la lingua, è sempre dell’Altro, e non impareremo nulla da chi non consideriamo legato a un sapere. E questo vale per uno sport come per il più teorico dei saperi.

Padre e maestro trovano qui il punto di analogia: funzioni che danno una struttura, un ordine e orientamento al sapere, a ciò che apprendiamo fin dai primi passi e parole, ma anche che danno senso al rapporto di questo sapere con la vita, cioè con i desideri, le domande, le soddisfazioni. Qui non c’è anonimato, sia il padre che il maestro hanno un nome e danno un nome. Qui sta un punto chiave: ho detto che la funzione del padre si fonda tutta su un desiderio che viene messo in atto con perseveranza, desiderio di cui egli è testimone, e che gli dà il suo prestigio. Bene, questo è vero anche per l’insegnante: anche la sua funzione si appoggia su un desiderio, un desiderio di sapere che l’ha reso esperto del sapere che insegna, ma anche un desiderio che deve essere continuamente testimoniato come alla base del suo insegnamento. Sappiamo tutti per esperienza che gli insegnanti che più ci hanno coinvolto e che più hanno lasciato un segno umanizzante in noi, anche senza rinunciare alla loro distanza, sono quelli in cui abbiamo intravisto questo desiderio e questa passione anzitutto propria e personale per il sapere.

Entrambe le funzioni – padre e insegnante – implicano il guadagnarsi un certo rispetto per la funzione che svolgono, un rispetto che comporta una certa sottomissione, ancora una volta non nel senso padronale, immaginario, che può essere esistito in passato, ma nel senso di non voler cercare di essere più furbi dell’altro, del maestro o del padre, non cercare di non essere allocchi o di non  passare per gonzi. Questo ucciderebbe in culla il transfert, quella fiducia che nasce proprio da quella supposizione del sapere dell’altro necessaria per ogni apprendimento, per ogni passo compiuto al di là di se stessi. 

Il maestro o il padre devono cioè alla fine poco o tanto lasciare all’educando l’idea che è valsa la pena non credersi più furbi, che è valsa la pena accettare la parte di cecità che l’obbedienza comporta: ma non l’obbedienza al comando o ai suoi simulacri o finzioni, bensì l’obbediente accettazione della necessità di svanire in parte, di eclissarsi per potersi appoggiare all’Altro, perché l’Altro possa trarre da te qualcosa di nuovo. Accettare il fatto che se mi siedo su un ramo per segare o per cogliere rami o frutti, accettare che io non possa disporre della parte di ramo su cui sto seduto, e che determina anche da quale parte io debba segare il ramo se non voglio cadere giù con lui. Necessità di svanire e di eclissarsi che è testimoniata da molti racconti fondatori della nostra civiltà, Eva tratta da Adamo dormiente, Eros concepito da Penìa durante l’ubriachezza di Poros, Psiche che può incontrare Amore solo al buio altrimenti egli scompare, Achille che non è invulnerabile nel tallone perché è lì che Teti sua madre lo teneva, ecc.: ci vuole il sonno o una parte che sfugga alla nostra disponibilità, che sia offerta alla disponibilità dell’Altro perché questo operi.

Ma anche il maestro, come il padre, come Adamo, come Poros, deve farsi portare dal suo desiderio senza voler sapere tutto di quello che sta facendo, senza credere che sta applicando una tecnica, un protocollo che lo dispenserebbe dal rischio del desiderare, deve accettare e obbedire al fatto che più è veramente attivo come insegnante e meno in fondo “sa” quello che fa; sa solo che paga di persona per trasmettere un desiderio.



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