SCUOLA/ Referendum Bologna, i numeri che smentiscono i “pasdaran”

- Marco Lepore

Il referendum antiparitarie indetto a Bologna si sta avvicinando. Occorre chiedersi perché nelle personalità più avvedute del Pd sul rifiuto ideologico prevalga il pragmatismo. MARCO LEPORE

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Il 26 maggio – data della consultazione popolare – si avvicina, e la battaglia referendaria a Bologna si infiamma sempre di più. 

Molto è stato già detto e scritto su questo tema, pertanto il rischio di ripetere concetti ormai risaputi è elevato; può essere utile, dunque, soffermarsi su alcuni aspetti in apparenza marginali ma che si stanno rivelando estremamente interessanti.

Per introdurli, occorre partire ancora una volta dai dati di fatto. Sin dal 1994 il Comune di Bologna ha stipulato una serie di convenzioni con le scuole dell’infanzia a gestione non profit, per sostenere il servizio pubblico da esse svolto. Palazzo d’Accursio investe circa 38 milioni di euro all’anno per la scuola dell’infanzia, pari circa a: 6.900 euro per ogni alunno della scuola comunale, 600 euro per ogni alunno di scuola paritaria convenzionata e 700 euro per ogni alunno di scuola statale. Nel corrente anno scolastico gli 8.988 posti di scuola dell’infanzia (su 9.131 residenti di età 3/6 anni) sono così ripartiti: 5.327 posti, pari al 59,27%, nelle scuole comunali; 2.050 posti, pari al 22,80% nelle scuole gestite da enti non profit; 1.611 posti, pari al 17,93% nelle scuole statali. 

A conti fatti, il Comune di Bologna versa un milione alle paritarie e riceve un servizio pari a sei milioni: non ci vuole un economista per capire che il guadagno è pari a cinque milioni all’anno. La presenza di questo sistema integrato permette inoltre di limitare al minimo le liste d’attesa, e con le risorse destinate oggi alle scuole paritarie il Comune potrebbe istituire al massimo 145 “nuovi” posti di scuola comunale (contro i 1.736 posti che “sostiene” oggi). E gli altri 1.591 bambini?

È tanto evidente l’assurdità e la dannosità della richiesta di chi ha promosso il referendum, che si potrebbe confidare in una facile vittoria di chi vi si oppone; ma le cose non sono così facili. Il quesito, infatti, è scritto in modo fazioso (tu cittadino preferisci dare i tuoi soldi alle scuole comunali e statali o alle paritarie private?) ed è molto facile che la gente voterà “di pancia”, cioè a favore delle scuole comunali e statali.

Una situazione contraddittoria, che a ben vedere però sta generando alcuni risultati degni di attenzione.

Il primo è la possibilità di un coinvolgimento popolare sulla questione della libertà di educazione. Dopo anni di delega ai cosiddetti “esperti” e alla politica, il tema sta tornando nelle case e nelle strade, costringendo chi ha a cuore questo tema (per spiegare bene come stanno le cose) a incontrare le persone, a parlar loro faccia a faccia, cercando di far emergere cosa significa per le famiglie e quali ricadute educative ed economiche avrebbe per ognuno e per la società intera se questo valore fosse negato. E ciò è un bene, perché – al di là del possibile risultato – significa un di più di consapevolezza e di responsabilità personale per tutti.

− Il secondo aspetto è che, a dispetto delle intenzioni dei referendari (che battono sempre sul tasto delle scuole “confessionali”), il dibattito ha preso una piega assolutamente laica, coinvolgendo personaggi di spicco della cultura, della società civile e della politica (es. Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica nell’Università di Bologna, Alessandro Alberani, segretario generale Cisl Bologna, Gianluca Borghi, già assessore regionale alle politiche sociali ed educative, Giuliano Cazzola, esperto di temi sociali e del lavoro ed ex deputato Pdl, l’ex sindaco Pd Walter Vitali e tanti altri) a favore del sistema integrato. La libertà di educazione, insomma, non è una cosa per preti e suore, ma un valore irrinunciabile per qualsiasi persona e società civile.

− Il terzo aspetto è di natura squisitamente politica, che travalica però l’ambito strettamente locale. Dopo le prime incertezze, e nonostante gli esiti delle elezioni politiche nazionali che facevano temere una deriva “grillina” del Pd, il centrosinistra ha finalmente preso posizione chiara contro il voto del 26 maggio, impegnandosi apertamente e decisamente a favore del sistema scolastico integrato, facendo assemblee nei quartieri e riunioni nei circoli per sensibilizzare la gente. Il sindaco Merola ha addirittura affermato che confermerà le convenzioni indipendentemente dal risultato referendario. A cosa è dovuta questa posizione così perentoria? Probabilmente, in gran parte, a buon senso e sano pragmatismo: il sistema integrato funziona e permette di realizzare notevoli risparmi, cancellarlo è ideologico e controproducente; è necessario, anzi, sostenerlo e incrementarlo. È un messaggio per tutto il Paese, che ci auguriamo sia tenuto in considerazione anche dal nuovo ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, dato che il modello bolognese, nei costi e nei valori, non è affatto diverso da quanto accade nel resto d’Italia…

Come è precisato nel punto 10 del Manifesto a favore del sistema pubblico integrato bolognese della scuola dell’infanzia, “L’alleanza strategica … tra istituzioni pubbliche e società civile organizzata è una conquista di civiltà e un punto di forza cui non si può rinunciare”.

Questo vale per tutti e ovunque.

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