SCUOLA/ Bertagna: le 3 “sviste” del ministro Carrozza

- Giuseppe Bertagna

Secondo GIUSEPPE BERTAGNA la recente audizione programmatica del ministro Carrozza davanti alle commissioni di Camera e Senato è significativa sì, ma per ciò che non dice

scuola_carrozza_cameraR439 Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (Infophoto)

Le audizioni di ogni neo ministro in Parlamento per il discorso programmatico di insediamento sono ormai un consolidato genere retorico. Non è detto che tutto quanto ogni ministro dichiara lo pensi anche; che tutto ciò che pensa lo dica; e che tutto ciò che farà sia anche ciò che ha pensato e magari anche solennemente dichiarato. Al netto di questi dati strutturali, tuttavia, le circa 40 pagine lette dal ministro Carrozza in “Parlamento” (nome, del resto, eponimo: luogo del parlare, non è detto purtroppo del parlarsi, dell’ascoltarsi, senza rivendicare reciproci autismi) vanno considerate più importanti per ciò che tacciono che per quanto dicono. 

Il primo rumoroso silenzio da rilevare è sul sistema dell’apprendistato formativo, quello che, dai 15 ai 29 anni, permetterebbe anche ai giovani italiani che lo scelgono di ottenere qualifiche e diplomi professionali, diplomi professionali superiori, lauree, lauree magistrali, dottorati. Perfino la semplice parola «apprendistato» non c’è. Quasi facesse paura, o fosse sconveniente, in bocca ad un ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Roba semmai da ministro del Lavoro. 

È dal 2003 (leggi Biagi e Moratti) che quest’ipotesi formativa è sul campo. Sul campo come leva strategica per: a) combattere la dispersione scolastica; b) valorizzare l’intelligenza delle mani; c) difendere il principio epistemologico che vuole ogni lavoro, se ben inteso e ben fatto, straordinario deposito di teorie, cultura, riflessività critica, moralità personale e sociale, che va esplorato e formalizzato; d) affermare e diffondere la scoperta scientifica secondo la quale o l’impresa diventa formativa o sarà destinata a scomparire; e) dare finalmente gambe al principio costituzionale (art. 35, comma 2) che imporrebbe «l’elevazione professionale» dei lavoratori; f) far comprendere agli imprenditori che è loro stesso interesse investire su ciò che in economia si chiama «capitale umano» ma che nella normalità quotidiana si chiama e si deve chiamare semplicemente «formazione delle persone»: senza «persone ben formate», anzi «formate al meglio», infatti, la competitività aziendale va a spasso e non c’è delocalizzazione, sfruttamento in nero dei lavoratori o incentivo fiscale che tenga non nel lungo, ma nel breve periodo. 

È dal 2003, tuttavia, che questa ipotesi sull’apprendistato formativo è, nel nostro Paese, a volta a volta osteggiata, attenuata, sospettata di nascondere inconfessabili nefandezze, ritenuta velleitaria, filistea, inaffidabile, dimostrazione della «privatizzazione» di risorse pubbliche, impraticabile e così via aggettivando. Il ministro del Lavoro Sacconi, per la verità, ha tentato un suo importante rilancio, nel 2010, con il testo unico sull’apprendistato. Ma niente. Si vede che non passa. Impermeabile. Anche la cultura politica, sociale e pure pedagogica a cui appartiene il ministro Carrozza non la contempla. E si comporta di conseguenza.

Il secondo silenzio, in ordine di importanza, è quello relativo al sistema dell’istruzione e formazione professionale delle Regioni, introdotto dalla Costituzione del 2001 (maggioranza politica di centro sinistra) e istituito con la legge Moratti del 2003 (maggioranza politica di centro destra). Un sistema che avrebbe dovuto aborrire come massimo pericolo per la propria identità e la propria funzione ogni contaminazione con il tradizionale modello «scolasticistico». Quindi, centrarsi sulla sistematica alternanza formativa tra scuola e lavoro; valorizzare i procedimenti didattici induttivi; non ragionare più per ore, discipline e docenti separati, ma per unità di apprendimento, per compiti unitari in situazione, per capolavori professionali, per competenze, per tutor o mastri. 

Un sistema, inoltre, che, proprio perché sistema, è, doveva essere articolato in tutto il Paese in un ordinamento che rendesse possibile, e non una corsa ad ostacoli, la qualifica professionale a 17 anni, il diploma professionale a 18, i diplomi professionali superiori a 19, 20 o anche 21 anni. E che avrebbe dovuto integrarsi in maniera sistematica e qualitativa con il sistema dell’apprendistato formativo e con il tessuto economico-sociale dei territori. 

Come sappiamo bene, però, la politica ha scelto il contrario: «scolasticizzare» quanto più possibile anche questo sistema, inserirlo nell’istruzione professionale statale per poi, alla fine, diluirlo in essa. Al punto che, invece di irrobustirlo lo sta a poco a poco soffocando. Non solo diminuendo i finanziamenti necessari per farlo funzionare (quando, invece, un allievo dell’istruzione e formazione professionale regionale costa parecchio meno di quello dell’istruzione professionale statale e ha un tasso di occupazione di gran lunga maggiore dei diplomati statali), ma facendo anche di peggio. Cioè facendo passare il messaggio che la vera istruzione e formazione professionale superiore di cui il Paese ha bisogno sarebbe quella degli Its (istruzione tecnica superiore) a cui si può accedere a 19 anni, solo con il diploma, naturalmente, di Stato. Anche nel caso (almeno in Lombardia non raro) in cui un 18enne bravo, con il diploma regionale, avesse le competenze per superare le prove di accesso previste per gli Its. Non una sola riga, però, su questi temi nelle dichiarazioni programmatiche del ministro. Dimostrazione che non sono tematizzati come problema. 

Il terzo assordante silenzio riguarda la sussidiarietà. È proprio vero che questo principio costituzionale e questa innovativa strategia ordinamentale, organizzativa, sociale e pedagogico-didattica non godono di buona fama da quando la Costituzione del 2001 (forse per una svista?) le ha introdotte. Che c’è, infatti, di meglio dell’attuale Stato e dell’attuale modo ministeriale di ordinare, gestire e organizzare la scuola per assicurare ai cittadini italiani coesione, trasparenza, credibilità, equità, giustizia ecc. ecc.? Niente (salvo qualche soldo in più). 

Certo, servono manutenzioni. Ci sono elementi da mettere a posto. Un po’ di assunzioni, alcune parole stendardo come «governance del sistema» o «modello multilevel», qualche apertura delle scuole al pomeriggio, qualche «approfondimento concreto del rapporto tra qualità degli apprendimenti e sviluppo della qualità dell’insegnamento» (ma che vorrà dire?), ma, nel suo complesso, il sistema di istruzione statalista che abbiamo sarebbe il migliore dei sistemi possibili e immaginabili se solo potessimo allocarci altre risorse. Anzi, costituisce il trascendentale qualitativo insuperabile di ogni possibile intervento correttivo. Basta il pudicissimo accenno al «sistema pubblico di istruzione composto dalle scuole statali e dalle scuole paritarie» per rassicurare che niente sarà fatto senza la scuola di Stato che c’è, fuori dalla scuola di Stato che abbiamo e contro la scuola di Stato che ci potrà mai essere. Come recita il testo del ministro, d’altra parte, «la ulteriore devoluzione di funzioni, di strutture, di personale e di risorse in materia di istruzione non pare, pertanto, in questa fase, la corretta direzione da intraprendere per affrontare i problemi pressanti che investono la scuola italiana». Come nel gioco dell’oca, insomma, siamo tornati al punto di partenza. Abbiamo scherzato. La ricreazione della sussidiarietà è finita. Anche senza avere un’amministrazione almeno tecnicamente capace alla francese. 

Ci sarebbero, per la verità, altri silenzi molto eloquenti e anche preoccupanti su una formazione e un reclutamento dei docenti che dovrebbero essere degni del XXI secolo, e nondimeno sull’università e sulla ricerca. Ma, per non rompere l’incantesimo del consenso quasi taumaturgico che ha accompagnato le dichiarazioni programmatiche del ministro, sarà per un’altra volta.





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