SCUOLA/ Mettiamo via l’inglese e ricominciamo dal francese e dal tedesco

- Robi Ronza

Il Tar della Lombardia ha recentemente bocciato la decisione di introdurre l’inglese come unica lingua nei corsi di laurea magistrale e Phd del Politecnico di Milano. ROBI RONZA

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Su ricorso di studenti e di docenti contrari a tale iniziativa, Il Tribunale amministrativo regionale ha recentemente bocciato la decisione, presa dall’attuale rettore, di introdurre l’inglese come unica lingua d’insegnamento nei corsi di laurea magistrale e di dottorato dal Politecnico di Milano. È una buona notizia per chi, come me, ritiene che una scelta del genere, lungi dall’essere d’avanguardia, sia anzi molto provinciale e perdente poiché apre la via a forme di integrazione subalterna e passiva del nostro Paese nel mondo globalizzato in cui viviamo: qualcosa di cui davvero non abbiamo bisogno. 

Rimandando chi volesse saperne di più sui motivi di tale giudizio a quanto già scrissi in precedenza, mi soffermo qui sulla questione della crisi dell’italiano nel suo insieme, e su che cosa la scuola potrebbe fare per offrire alle nuove generazioni una cultura linguistica davvero adeguata al mondo in cui viviamo. È evidente che siamo di fronte a una crisi dell’italiano in quanto lingua parlata  e parlabile cui corrisponde il dilagare di forme di inglese maccheronico e perciò paradossalmente nient’affatto “globale” perché per lo più incomprensibile al di là dei nostri confini. 

Sorprende che ciò non susciti l’attenzione necessaria e l’iniziativa adeguata delle istituzioni che per statuto, e tra l’altro con spesa di denaro pubblico, sono preposte alla tutela della lingua italiana, in primo luogo dell’Accademia della Crusca. Non è che questo autorevolissimo, plurisecolare organismo sia totalmente immoto. È però come un cavaliere che combatte le sue battaglie con lancia e spada all’epoca dei missili e dei carri armati. Manca così nella cultura corrente, e perciò nella vita pubblica in genere, tutta la consapevolezza che sarebbe necessaria per sostenere e per fare una politica della lingua e delle lingue. E il vuoto che ne consegue viene riempito con conseguenze nefaste dall’iniziativa di quei nuovi produttori del linguaggio – per lo più tecnici informatici, economisti, esperti di promozione commerciale, colleghi giornalisti, personaggi del mondo della tv e di Internet – i quali appartengono a generazioni e ad ambienti ove per lo più la velocità fa premio sull’intelligenza nel senso originale del termine; e quindi sulla capacità di concettualizzare, in assenza della quale si diventa poco o niente capaci di comprendere in modo approfondito e perciò anche di tradurre. 

In certi ambiti e in certi ambienti siamo ormai arrivati a un “creolo” nel quale tutti o quasi i vocaboli e le espressioni nuove sono inglesi, e per di più con significati spesso distorti rispetto all’originale. Non è un buon segno di vivacità intellettuale il non accorgersi, ad esempio, che touch screen potrebbe venire facilmente tradotto con “schermo tattile”. 

Un segno ancora peggiore tuttavia è la ritraduzione in inglese di termini di cui già esistono versioni italiane consolidate: ad esempio in campo sportivo play off al posto di “eliminatoria” o assist al posto di “passaggio”. Un segno pessimo è infine l’uso di una parola inglese con un significato che in inglese non ha; ad esempio customer, che significa semplicemente “cliente”, volendo intendere “assistenza ai clienti”. 

Una fragilità culturale di questo genere induce a un’integrazione non attiva bensì subalterna nel mondo globalizzato in cui viviamo. Esattamente il contrario di quanto s’immaginano i maldestri promotori di queste mode. Conoscere e praticare bene la propria lingua, e essere in grado di innovarla senza inquinarla introducendovi senza motivo parole straniere, è tra l’altro una conditio sine qua non per giungere a una conoscenza non confusa di lingue diverse dalla propria. 

Oggi la scuola, anche quella non statale che per natura sua dovrebbe essere più innovativa, subisce troppo la pressione di chi − credendo che basti parlare l’inglese e comunque ritenendo un’impresa titanica il parlare più lingue straniere − chiede insistentemente l’insegnamento unico e sempre più precoce di tale lingua, salvo poi… salvarsi l’anima aggiungendo lo spagnolo solo perché sembra molto facile. Dal momento invece che oggi di regola si va a scuola per tredici anni prima di giungere alla soglia dell’università, ci sono tutte le condizioni per puntare non al “monolinguismo” dell’inglese bensì al plurilinguismo; e quindi all’apprendimento effettivo in successione, entro il tredicesimo anno di studi, di varie lingue straniere tra cui l’inglese. 

È qualcosa che accade normalmente, tanto per fare un esempio vicino a noi, nelle scuole della Svizzera italiana; e nessuno né se ne sorprende, né lo considera un’impresa eroica. E a buona ragione: i pre-adolescenti e gli adolescenti hanno infatti di regola un’enorme capacità di apprendere e di memorizzare, che attualmente la scuola lascia in buona parte inutilizzata. In questa prospettiva, proprio perché la sua pratica necessità è comunque evidente, anche in Italia l’inglese dovrebbe arrivare sui banchi di scuola non per primo ma per ultimo, essendo preceduto dalle due principali “lingue del vicino” che per noi sono il francese e il tedesco; salvo altre scelte possibili nel Nordest, nell’Italia adriatica e nelle isole maggiori. Il venir meno della conoscenza diffusa del francese ci sta già causando grossi danni, anche perché ci sta facendo perdere i contatti con l’Africa francofona, un mercato che sarebbe per noi sempre più promettente. La troppo rara conoscenza del tedesco è un altro nostro limite in primo luogo perché si tratta della lingua materna di quasi metà degli abitanti dell’Unione europea. E poi perché, pur se i tedeschi molto spesso conoscono l’inglese, resta comunque molto importante sapere che cosa dicono i loro giornali e telegiornali, insomma che cosa dicono quando si parlano tra di loro. 

Si deve cominciare imparando la “lingua del vicino” perché ciò è comunque psicologicamente più facile grazie alla sua prossimità geografica e quindi all’utilità subito evidente della sua conoscenza.  Prima di essere oggettive, la difficoltà nell’apprendimento di una lingua straniera sono infatti psicologiche e motivazionali. A Mendrisio (Svizzera), dove tutti capiscono che senza parlare effettivamente tre lingue straniere domani non si andrà da nessuna parte, gli studenti se le imparano senza fiatare (e senza che le famiglie lo considerino una tortura). Dodici-quindici chilometri più o sud o a sudest, a Como e a Varese, dove non c’è ancora questa consapevolezza, con fatiche inenarrabili studenti della stessa età (e con la stessa scarsa capacità di concentrazione ahimè tipica del nostro tempo) ne imparano una sola; e di regola si tratta di un inglese minimo, pieno di espressioni incomprensibili per chi parli l’inglese autentico. 

Non è così che si preparano davvero i giovani a vivere nel mondo globalizzato che li attende. Ormai tra l’altro è stato calcolato che il multilinguismo sia una risorsa umana di grande rilievo non solo culturale ma anche economico. Dal Canada al Libano per non dire del caso della Svizzera, ove è una competenza di massa, si stima che esso valga diversi punti di prodotto interno lordo.

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