UNIVERSITA’/ Test d’accesso, iscrizioni e laurea: “dare i numeri” è molto facile

Imperversa il dibattito sulle iscrizioni all’università. Tuttavia tra iscrizioni, dispersione, costi del sistema, le idee non sono chiare. A che punto è il nostro “modello”? LUISA RIBOLZI

04.09.2013 - Luisa Ribolzi
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Immagine di archivio

È largamente presente in questi ultimi giorni sulla stampa il dibattito sulle iscrizioni all’università: da un lato, si sottolinea il positivo spostamento verso i corsi di laurea tecnico-scientifici, su cui l’Italia è sempre stata carente, ed è ben lontana dall’aver raggiunto gli obiettivi di Lisbona, ma dall’altro si lamenta la contrazione delle matricole, che nel 2003 hanno raggiunto la punta massima (338.036) per scendere in otto anni di quasi cinquantamila unità, e i dati di quest’anno non sembrano promettenti.   

Ritengo anch’io che, in generale,  il calo delle iscrizioni all’università sia un sintomo abbastanza preoccupante di perdita di fiducia nella capacità dell’istruzione superiore di funzionare come ascensore sociale, o più semplicemente come facilitatore per il reperimento di un posto di lavoro, ma mi sembra che questa idea sia riduttiva.

La prima considerazione che vorrei fare è relativa alla tipologia degli iscritti. Se distinguiamo fra studenti “tradizionali”, che si iscrivono subito dopo il diploma, o comunque con pochi anni di attesa, vediamo che gli iscritti di età 18-21 anni sono diminuiti del 6,8% e nel 2011-12 sono risaliti, anche se di poco. Se invece consideriamo quelli che gli inglesi chiamano “studenti maturi”, di 22 anni e più, che si iscrivono dopo un’interruzione, e sono più spesso lavoratori studenti, assistiamo ad un vero crollo: nel 2003  erano più del 20 per cento delle matricole, nel 2011 erano uno su dieci,  meno di 30mila, con un calo del 60%. Sembrerebbe quindi, in controtendenza con un fenomeno in crescita quasi dovunque a partire dalla metà degli anni 90, che l’università stia tornando ad  essere riservata ai suoi utenti più tradizionali. Mi chiedo: le matricole diminuiscono perché l’università tradizionale costituisce un modello superato di istruzione superiore, o per ragioni esterne al modello, ad esempio la concorrenza internazionale o la crisi economica, che ha innegabilmente ridotto le possibilità di spesa delle famiglie?

Le ragioni per affermare che il modello di università nato alla metà dell’Ottocento e già indebolito della diffusione dell’università “di massa” degli anni 60 abbia ricevuto un colpo decisivo dalla diffusione delle nuove tecnologie non mancano: in Italia le università telematiche sono in espansione, negli Stati Uniti e un po’ dovunque nel mondo gli atenei più prestigiosi studiano modalità di utilizzo della Rete per raggiungere gli studenti con i Mooc (massive open online course) corsi tenuti a distanza da docenti qualificatissimi con l’aiuto di tutor. Uno sguardo alla situazione italiana mostra però che gli atenei telematici non sembrano aver sviluppato un modello didattico realmente innovativo, e la loro carta vincente è piuttosto l’estrema flessibilità e, in alcuni casi, un minor carico didattico per il superamento degli esami. 

Un’altra ipotesi è legata alla possibilità di studiare all’estero, anch’essa ambigua: per alcuni è la scelta, molto costosa, di frequentare atenei stranieri prestigiosi, che peraltro hanno criteri di selezione estremamente rigorosi, mentre per altri è il tentativo di scavalcare i risultati dei test iscrivendosi in altri paesi a facoltà a numero chiuso (niente di nuovo sotto il sole: quando insegnavo a Bari, all’inizio degli anni 90, si iscrivevano per questa ragione molti studenti greci), o perfino di conseguire la laurea con meno fatica. Dati reali non so se e quanti ce ne siano, ma mi sentirei di dire che gli studenti d’élite sono poche centinaia, mentre quelli che emigrano in Romania o in Portogallo sono probabilmente più numerosi, anche se la cifra proposta di 60mila mi sembra eccessiva. Mi pare difficile sostenere, come fanno alcuni, che questi ragazzi se ne vanno in cerca di un’università migliore: cercano piuttosto un’università più facile e più facilmente accessibile. 

Infine, la scelta di non continuare può essere letta  all’interno di una pesante e anomala caratteristica dell’università italiana, che è la bassa percentuale di iscritti che conseguono il titolo. Gli abbandoni, ridotti dall’introduzione della laurea triennale e con un “rimbalzo” dovuto al passaggio alla triennale di molti fuori corso, sono rapidamente ritornati a livelli vicini a quello iniziale, e al  momento attuale – considerando le lauree a ciclo unico e le lauree magistrali – si può stimare che degli iscritti di dieci anni fa se ne siano laureati circa  il 45%, mentre degli altri 55 circa quaranta hanno abbandonato e gli altri sono ancora iscritti come fuori corso, con un numero variabile di anni di ritardo. Una bassa probabilità di laurearsi ha un probabile effetto di scoraggiamento.

Il dato che più mi colpisce è quello relativo ai passaggi fra il primo e il secondo anno: più di uno studente su cinque non rinnova l’iscrizione, quasi sempre senza avere dato nemmeno un esame. Sono i cosiddetti studenti inattivi, che si so o mantenuti relativamente stabili nel tempo intorno al 20%, concentrati nei primi due anni, ma presenti in misura ridotta anche in anni successivi. Io definisco questa quota domanda impropria, di chi si iscrive tanto per vedere come va, o addirittura per fruire di modesti vantaggi (la riduzione dei prezzi dei trasporti, l’accesso alla mensa…). Se si adottasse il sistema di porre vincoli in entrata solo in alcuni corsi di laurea, la cui spendibilità è condizionata dalle caratteristiche del mercato del lavoro, spostando la selezione al termine del primo anno, gli iscritti scenderebbero del 20 per cento, ma la percentuale di laureati salirebbe di molto. 

Si potrebbero infine fare alcune considerazioni sui costi: a mio avviso, infatti, nel valutare la produttività del sistema di istruzione superiore, quel che conta non è il numero degli iscritti, ma il numero dei laureati.  L’Italia spende per il livello terziario lo 0,8 per cento del Pil (e l’1,7 per cento della spesa pubblica) contro una media dell’1,4 per cento dell’Europa a 21 paesi (dati Ocse 2013 relativi al 2010),  il valore più basso fra i paesi Ocse, e in dieci anni la spesa per l’istruzione superiore, a prezzi costanti, è passata da 100 a 103, mentre nei paesi Ue è passata da 100 a 138! Troppo poco: ma se in più questo misero investimento è “spalmato” su un numero di studenti di cui solo quattro su dieci si laureano, lo spreco raggiunge livelli intollerabili. In un lavoro del 1988 che, per quanto ne so, è rimasto unico, Mario Alì stimava che, alla Sapienza, in alcune facoltà si spendeva di più  per chi abbandonava che per i laureati! In un periodo in cui l’aumento dell’investimento in istruzione sembra impensabile, bisognerebbe quantomeno puntare su misure in grado di ridurre la dispersione, dall’orientamento al sostegno individuale per mezzo di tutor all’introduzione di limiti ai periodi di fuori corso.  

Il tema del “rifiuto dell’università” merita certamente considerazioni più articolate e complesse, ma mi auguro che questi primi sommari spunti di discussione contribuiscano ad avviare un dibattito che non si riduca semplicisticamente ad asserire che l’università italiana non figura nelle classifiche internazionali, ergo è pessima, ergo i ragazzi se ne vanno. Se è per quello, se ne vanno anche i ricercatori, evidentemente appetibili in un mercato del lavoro intellettuale sempre più globalizzato.  Sarebbe forse il caso di pensare ad una politica educativa organica, a  meno di non volere accettare quanto diceva Herbert Gintis alla fine degli anni 80, quando asseriva che i paesi del ricco Occidente sfruttavano gli investimenti dei paesi terzi, lasciando loro la spesa di qualificare i laureati, per poi assumerli senza costi di formazione…

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