SCUOLA/ “Qui riposa il liceo classico”. Firmato, i gentiliani di sinistra

Lo scontro tra Marchesi e Vittorini, ovvero come l’aver elevato il liceo classico a santuario della cultura classica ha prodotto la sua emarginazione. GIOVANNI COMINELLI

19.01.2014 - Giovanni Cominelli
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Elio Vittorini (1908-1966) (Foto dal web)

Secondo di due articoli, dedicati ad una poco nota pagina della nostra storia che ha condizionato tutti gli anni successivi. Fino ad oggi. Il primo articolo:

Ecco la tesi di fondo: “Dovranno compiere studi superiori solo coloro che hanno per lo studio una inclinazione naturale e saranno certamente sufficienti per ora ai bisogni della società”.

Lo schema di ragionamento è quello classico, da Napoleone in avanti fino a Giovanni Gentile: la società ha bisogno di un numero limitato di persone che accedano ai massimi livelli del sapere. Si tratta delle élites, la cui selezione deve essere severa. Il latino è il primo muro selettivo. Chi non lo scavalca, si distribuirà nelle mansioni inferiori. L’idea è quella di una società moderna proto-industriale, fortemente gerarchizzata, ai vertici della quale stanno le professioni liberali. Alle quali si accede o per eredità socio-culturale o per “inclinazione naturale allo studio”. 

Quanto poco ci fosse di marxiano in questa espressione e quanto ci fosse di pregiudizio ideologico idealistico, ciascuno lo può vedere. Concetto Marchesi, comunista, faceva faticare a percepire che “l’inclinazione naturale allo studio” non era affatto “naturale”; era il prodotto di ambienti sociali e familiari determinati. Questa contraddizione venne subito fatta notare dall’intervento successivo sullo stesso numero della Rivista di Elio Vittorini, lo scrittore siciliano che successivamente si distaccherà dal Pci, dopo aver preso posizione con il Manifesto dei 101 contro l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, per aderire al Psi e diventare presidente dei Radicali pre-pannelliani. 

“Quando Marchesi propone di portare subito a un complesso di otto anni l’istruzione (gratuita e obbligatoria) egli può anche avere la più generosa e progressiva concezione della scuola. Ma quando poi aggiunge che bisogna chiudere buona parte delle scuole medie e universitarie per ridurre a un minimo di “veramente capaci” i frequentatori di tali scuole e ottenere una “severa selezione” negli studi, egli mostra di condividere le preoccupazioni di chi ancora concepisce gli studi non altro che come un mezzo per formare i “quadri” della società. È un problema di formazione dei quadri sociali il problema fondamentale della scuola? Certo il problema di formare i quadri esiste, ma non è un problema che riguardi soltanto la scuola, riguarda tutta l’organizzazione della società. Riguarda la scuola, solo perché la scuola può insegnare “anche” quanto occorre alla specializzazione tecnica di un uomo nella medicina, nell’ingegneria, nella chimica o semplicemente nella coltura dei piselli, nell’allevamento delle pecore. Ma vi è molto di più che la scuola può insegnare: la scuola può insegnare tutto quanto occorre all’uomo per diventare soggetto di cultura e di coscienza, di libertà, di capacità creativa e di fede nel progresso civile” [sottolineatura nostra]. 

“E se è vero che la società ha per ora bisogno di limitare, selezionando, la formazione degli specializzati tecnici, cioè dei suoi quadri, non è meno vero ch’essa ha sempre più bisogno, se vuole essere sempre più civile, di togliere ostacoli e impedimenti nella possibilità per gli uomini di diventare soggetti di cultura e di coscienza. È nell’interesse della produzione, che non tutti siano ingegneri, medici, professori od operai specializzati, e che vi sia un gran numero di manovali dell’industria o di manovali dell’agricoltura. Ma è nell’interesse della civiltà che anche il più umile lavoratore manuale si trovi, di fronte ai libri, di fronte alle opere di arte, di fronte al pensiero scientifico e filosofico, di fronte alle ideologie politiche, di fronte ad ogni ricerca e ad ogni esperimento della cultura, nelle stesse condizioni di assimilabilità in cui funzionalmente si trova l’ingegnere, il medico o il professore. Che poi, trovandosi tutti nelle stesse condizioni di assimilabilità culturale, una gran parte rimanga disposta a non specializzarsi e a svolgere un lavoro puramente manuale, dipende solo dal grado effettivo di dignità che nell’organizzazione sociale si saprà riconoscere anche al più umile lavoro manuale, e dal fatto, pure sociale, di saper compensare il lavoro, tanto manuale che intellettuale, sulla base dell’energia impiegata a compierlo e non sulla base del suo valore finale. È sul terreno sociale che bisogna porre e risolvere il problema della formazione dei quadri tecnici. Sul terreno della scuola il problema fondamentale, anzi essenziale, non può essere altro che quello di fornire a tutti i mezzi della conoscenza, e rendere tutti armati, attrezzati, preparati nello stesso modo per accostarsi ai libri e alle opere d’arte, e partecipare alle ricerche della cultura”. 

La linea Vittorini rimarrà minoritaria nel Pci, nonostante l’apporto di personalità quale quella di Antonio Banfi − il filosofo di Gallarate, maestro di Rossana Rossanda e di Aldo Tortorella − e di Galvano della Volpe – maestro di Lucio Colletti − e nonostante la pressione esterna della Commissione alleata per l’educazione, creata dagli Alleati nell’immediato dopoguerra, diretta da Carleton Washburne, allievo di Dewey, che si proponeva di defascistizzare la scuola e aprirla alla centralità dei ragazzi nel lavoro didattico e educativo. 

Sarà don Lorenzo Milani con la sua deflagrante Lettera a una professoressa, pubblicata postuma nel 1967, a demistificare la cultura dominante del gentilianesimo di sinistra. Qui comincerà il ’68, non per caso contro l’egemonia togliattiano-gentiliana nella scuola e contro il Pci. Dalla “scoperta” delle nervature di classe della scuola italiana i movimenti del ’68 tireranno, tuttavia, conclusioni assai più larghe delle premesse e più contraddittorie. Per un verso, nel nome del diritto di tutti di accedere ai gradi più alti della cultura, alcuni arriveranno a invocare l’abbassamento dell’asticella e l’abolizione di ogni “selezione”, altri finiranno per teorizzare una sorta di “liceo per tutti” – perché più adatto a preparare i quadri rivoluzionari −, altri ancora vorranno separare radicalmente scuole e mercato del lavoro, altri arriveranno al “sei politico” e al “trenta politico”. Ma questa è già un’altra storia.

Per tornare al ’46, ci troviamo di fronte ad una curiosa inversione delle parti in commedia: il marxista ortodosso togliattiano Concetto Marchesi va a collocarsi sulle posizioni dell’idealismo gentiliano; Elio Vittorini, l’intellettuale laico, su posizioni marxiano-umaniste. Che consistevano nel ritenere l’educazione umanistica, fondata sui classici, un bisogno degli uomini come tali, a prescindere dal ruolo che occupano nella società e nella produzione. La corrispondenza biunivoca tra indirizzi scolastici e professioni apparteneva piuttosto alle società liberali ottocentesche, fondate su un’illusoria e immobile gerarchizzazione dei ruoli sociali e professionali. Anche l’operaio e il contadino avevano diritto di leggere Euripide, Cicerone o Shakespeare, senza perciò essere costretti a studiare il greco, il latino, l’inglese. Elio Vittorini riconosce a tutti il diritto di accedere ai gradi più alti della cultura, a prescindere dal lavoro e dalla professione che ciascuno eserciterà nella vita. 

E poiché non tutti sono “naturalmente inclini” al latino e al greco, poiché non tutti dispongono dell’intelligenza filologico-linguistica o di un ambiente socio-culturale favorevole allo sviluppo di tale intelligenza, ne consegue che l’accesso al lascito culturale dei classici non passa necessariamente attraverso la lettura dei testi direttamente in latino e greco. Ma la storia successiva del sistema di istruzione è andata in tutt’altra direzione. Avendo legato dogmaticamente e meccanicamente l’accesso ai classici alla conoscenza del latino e del greco, la caduta del greco (i licei classici sono oggi il 12% e non si può certo sostenere che chi ne esce sia ancora in grado di leggere/comprendere a prima vista il latino e greco o, almeno, di tradurlo con l’ausilio dei vocabolari) e del latino (stanno diminuendo rapidamente i licei scientifici con il latino, ormai al 20%) ha trascinato con sé la caduta del lascito culturale classico quale scuola di vita nel tempo presente. 

Insomma: una catastrofe culturale. L’aver elevato il liceo classico a santuario della cultura classica ha prodotto l’esatto opposto: l’emarginazione della stessa. Si tratta degli stessi conservatori che pronunciano sempre nuove catilinarie contro il degrado culturale della scuola, avendo ottusamente contribuito in modo determinante a provocarlo.

PS. È evidente che per garantire a tutti l’accesso ai classici, occorre anche che si continui a formare e a riprodurre un corpo di specialisti in lingue classiche, la preparazione dei quali può incominciare in un apposito indirizzo tecnico-professionale già nella scuola superiore per approdare poi ai corsi universitari. Il liceo classico deve essere trasformato in liceo professionale linguistico, dentro il quale ci siano corsi specialistici di latino, greco, ebraico ecc… Questo era, d’altronde, il core curriculum della Ratio studiorum del 1599, riservato alle classi dirigenti. Oggi la piattaforma deve essere cambiata: i classici per tutti. Ha scritto George Steiner, il grande critico americano: “leggere un classico vuol dire reagire, agire-di-nuovo”. Questa possibilità deve essere data a tutti. 

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