SCUOLA/ Paritarie, dalla laica Francia una lezione all’Italia

Come funziona la scuola privata in Francia? Esiste la possibilità di trarne ispirazione anche per l’Italia? Parla SILVIO GUERRA, vicedirettore della scuola Charles de Foucauld a Parigi

13.11.2014 - Marco Lepore, int. Silvio Guerra
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Eugène Delacroix, Libertà che guida il popolo (1830) (Immagine dal web)

Silvio Guerra è docente e vicedirettore della scuola Charles de Foucauld a Parigi. Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande sulla scuola e sulla libertà di educazione in Francia, aiutandoci così a conoscere meglio una realtà a noi tanto vicina, ma, nello stesso tempo, ancora molto lontana.
In Francia, infatti, contrariamente ai luoghi comuni, le scuole private restano al riparo dagli strali della laïcité, grazie al riconoscimento del diritto d’insegnamento privato come “principio fondamentale”. Gli insegnanti sono pagati dallo Stato, come nella scuola statale, mentre gli enti locali coprono una parte degli altri costi, permettendo così ai singoli istituti (perlopiù cattolici) di proporre rette accessibili per i genitori. Questo forte principio costituzionale garantisce ormai un largo consenso ed è contestato solo dall’estrema sinistra.
Secondo un principio di massima, la spesa dello Stato per ogni singolo studente dovrebbe essere tendenzialmente identica per gli istituti statali e per le scuole non statali “con contratto d’associazione”, l’inquadramento giuridico di gran lunga maggioritario nel privato. Nelle ultime finanziarie nazionali, secondo uno studio recente, la scolarizzazione di ogni studente nel privato è costata circa 3.400 euro l’anno, contro 4.600 euro per la scuola statale: una differenza legata soprattutto a certe condizioni più vantaggiose per gli insegnanti pubblici. Per i costi di struttura e il personale non docente, i comuni, le province e le regioni finanziano le scuole private per circa un terzo delle spese sostenute per la scuola statale. Il livello delle rette supera raramente un migliaio di euro l’anno. Senza contare che molti istituti calibrano le tariffe in funzione dei redditi.
Lo stato di buona salute delle scuole convenzionate francesi è stato testimoniato per molti anni dal continuo aumento delle richieste d’iscrizione, sempre superiori ai posti disponibili e dall’espansione di molte strutture.

Prof. Guerra, in Italia è stato presentato dal Governo un ampio documento sulla scuola, che ha lasciato gli istituti paritari un po’ ai margini e rischia di metterli in grande difficoltà attraverso una massiccia campagna di assunzione di insegnanti nelle scuole statali.  In Francia esiste una scuola gestita da privati ma riconosciuta a tutti gli effetti — anche economici —come servizio pubblico?
Sì, in Francia lo Stato riconosce una scuola privata di ispirazione religiosa (cattolica, protestante, ebrea, e ultimamente musulmana) e anche privata non religiosa. Sono circa 9mila le scuole con “contratto di associazione” e accolgono 2 milioni di studenti, ovvero oltre il 17% dei giovani in età scolastica. In quasi il 95 per cento dei casi, si tratta di istituti di ispirazione cristiana cattolica.

A quando risale questa apertura ai privati e quali sono i fondamenti giuridici e costituzionali di questo riconoscimento?
Formalmente risale al 1956, anno in cui è stata varata una legge che stabilisce il riconoscimento del diploma degli istituti privati anche confessionali, attraverso una convenzione con la quale tali istituti s’impegnano a seguire i programmi fissati dal ministero della Pubblica Istruzione francese. Ispettori del ministero vanno regolarmente nelle scuole per verificare il rispetto dei programmi e i contenuti pedagogici attuati dai docenti. 

In cambio, lo Stato finanzia le scuola attraverso tre tipi di finanziamento: stipendia i professori, eroga un indennizzo forfettario per ogni ragazzo iscritto, offre un sostegno economico per la ristrutturazione/costruzione d’immobili ad uso scolastico.

Sono agevolazioni enormi, che in Italia nemmeno ci sogniamo. Non ci sarà il trucco? Per esempio, i docenti li paga lo Stato ma poi li impone alle scuole, che non avendo libertà di assunzione non possono attuare il loro programma educativo.
Nessun trucco. In Francia i professori che decidono d’insegnare nella scuola non statale devono passare un concorso specifico organizzato dalla Stato. È un concorso annuale e le prove sono uguali a quelle del concorso pubblico. I candidati, se passano il concorso, entrano in una graduatoria. Da tale graduatoria, il preside sceglie i docenti, i quali possono accettare o rifiutare la proposta che gli viene fatta. In sintesi si può dire che c’è una forma di libertà di scelta, ma dentro graduatorie.

Come è possibile, nella “laicissima” Francia, che quasi il 95 per cento delle scuole private francesi siano istituti cattolici?  In Italia, per esempio, questo è uno dei motivi di maggiore opposizione alla scuola non statale, nonostante la percentuale sia nettamente inferiore.
Laicità non significa sempre e necessariamente ostilità. Anzi, dovrebbe essere garanzia di imparzialità e tutela di ogni opzione educativa, purché conforme al dettato costituzionale. La scuola di ispirazione cattolica in Francia accoglie quasi 2 milioni di ragazzi: 2/3 sono in scuole materne, primarie e medie, 1/3 nei licei. Circa metà delle scuole sono delle diocesi, l’altra metà appartiene alle congregazioni religiose.

E come si spiega?
Per ragioni storiche. Le cose sono andate così: nell’800, dopo il periodo rivoluzionario che cacciò tutte le congregazioni, molte si ripresentarono sotto una veste laicale e fondarono tantissime scuole o opere educative, il cui valore pubblico è sempre stato ampiamente riconosciuto. Tant’è vero che nel 1984, quando i comunisti entrarono nel governo del presidente socialista François Mitterrand,  non chiesero la chiusura della scuola non statale, bensì tentarono maldestramente di annettere medie e superiori paritarie in un sistema pubblico unico. Per l’esecutivo l’effetto fu devastante: 2 milioni di manifestanti in piazza, l’Eliseo accerchiato, il governo Mauroy costretto a dimettersi dopo il ritiro precipitoso della bozza. Da allora, in linea di massima, non ci sono stati più problemi particolari, anche perché gli scioperi del 1984 sono ancora vivi nella memoria dell’opinione pubblica.

Dunque, la “laicissima” Francia si rivela più aperta e liberale della “cattolica” Italia.
Certamente non esiste un’opposizione paragonabile alla situazione italiana. In Francia è ancora viva e vitale un’antica tradizione per la quale anche famiglie laiche mandano i propri figli in scuole di ispirazione cattolica. E questo perché la preparazione e i risultati scolastici sono migliori, oltre ad esserci più serietà all’interno della scuola.

Negli ultimi tempi però…

Occorre dire che da alcuni anni si assiste ad una campagna politica con cui si cerca di “contenere” l’espansione della scuola non statale, cercando di ridurne il finanziamento o aggravando il volume degli adempimenti burocratici. Ci sono anche tentativi di “destabilizzare” l’opinione pubblica con campagne mediatiche che mettono in dubbio il valore “repubblicano” dell’insegnamento impartito nelle scuole di ispirazione cattolica. Per il momento, però, sono marginali.

Ma in questo sistema così riconosciuto e sostenuto dallo Stato, quali sono gli spazi di manovra per le scuole, e come è strutturata la loro governance?
Ogni scuola ha un preside che viene assunto da un consiglio di amministrazione. Tale consiglio è presieduto da un presidente e da alcuni membri di diritto: un rappresentante della diocesi o della congregazione, un parroco, il presidente dell’associazione dei genitori e il preside, che ha una funzione amministrativa e giuridica. È il preside che — conformemente alle decisioni del Cda — dirige la scuola e ha pieni poteri sui dipendenti, mentre gli insegnanti sono considerati “in prestito” dallo Stato, pur essendo sotto la sua responsabilità. Ogni preside organizza la scuola come ritiene più opportuno; ha solo l’obbligo di rispettare i giorni di scuola, ma è libero di organizzare le ore di lezioni e perfino le vacanze come vuole.

Ci sono limitazioni o condizioni particolari per l’iscrizione alle scuole convenzionate, per esempio di natura economica?
Ogni famiglia può scegliere di iscrivere i propri figli in una scuola convenzionata, nel rispetto del progetto educativo specifico che viene da essa proposto. Le rette, grazie all’aiuto dello Stato, sono molto contenute: in media su Parigi vanno dai 1.000 ai 2mila euro l’anno, mentre nella altre regioni francesi sono decisamente più modeste. Proprio grazie all’aiuto dello Stato ogni cittadino francese ha la possibilità di scegliere il tipo di scuola che preferisce: statale o privata convenzionata (laica o di ispirazione religiosa). Le rette nelle scuole senza contratto sono più elevate: a Parigi si aggirano tra i 5mila e i 6mila euro.

Anche la Francia, come l’Italia, deve fare i conti con una gravissima crisi economica. Questo sta creando difficoltà alle scuole non statali, per esempio con un calo delle iscrizioni?

Sicuramente la crisi economica influisce e spesso è un criterio determinante nella scelta a favore della scuola statale, che è interamente gratuita. Il problema maggiore, però, è il calo demografico importante che si registra in alcune regioni in Francia. Nelle regioni centrali o per esempio in Bretagna, molte scuole di ispirazione cattolica sono in difficoltà perché ci sono pochi ragazzi che s’iscrivono. Al contrario, zone come Ile de France o le regioni al sud hanno problemi perché hanno troppi iscritti e quindi non possono accogliere tutte le domande d’iscrizione.

Quali sono, a suo giudizio, le prospettive future per le scuole convenzionate francesi?

Come accennavo prima, ci sono dei tentativi politici di rimettere in causa lo statuto dell’insegnamento non statale e specificamente di ispirazione cattolica, così come acquisito nel corso degli anni, perché con la crisi economica il budget destinato all’educazione non aumenta e, di fronte all’aumento dei bisogni, diventa alla lunga insufficiente. Seconda quella che è ormai una consuetudine, il ministero dell’Istruzione Pubblica francese destina ogni anno il 20 per cento del suo budget alla scuola convenzionata. Ma, come ho già detto, i bisogni e le domande sono aumentati e la scuola non statale non può svilupparsi se non c’è un aiuto e un sostegno dello Stato. Negli anni scorsi, per far fronte alle difficoltà e razionalizzare i costi, abbiamo assistito ad una ristrutturazione di molte di queste scuole, che ha comportato una fusione o quantomeno una condivisione delle risorse. Ma questo non potrà sempre realizzarsi, e credo che l'”arma” economica potrà rivelarsi uno strumento per influenzare le decisioni delle scuole private convenzionate e in particolare di quelle di ispirazione religiosa.

E’ questo il rischio più grande?
No, il rischio più grande che vedo è che l’insegnamento nelle scuole non statali (e di ispirazione cattolica in particolare) perda la sua “anima” e si focalizzi unicamente su problemi giuridici o amministrativi. In tal senso il discorso di Papa Francesco alla scuola italiana, nel maggio scorso, ha fornito indicazioni preziose anche per la scuola francese.

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