UNIVERSITA’/ Cosa prendere (e cosa no) del modello Usa

Pregi e difetti di due sistemi di formazione: l’università italiana e quella americana. Ne parlano due giovani studiosi, LUCA COTTINI e MARIA ELENA MONZANI

18.11.2014 - Nicola Sabatini
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Favorire l’accesso di eccellenze che possano provenire dalle migliori università del mondo non dovrebbe essere un’opzione, ma la regola di una università che vuole essere aperta, innovativa, tesa all’eccellenza della sua offerta formativa e di ricerca. A casa nostra sembra invece che accada il contrario. Ha destato scalpore la recente vicenda dei concorsi dell’Università del Salento (ripresa da Gianantonio Stella sul Corriere della Sera). Sostanzialmente si assegnerebbero più punti a chi ha insegnato in Italia, al di là del livello di eccellenza della sua carriera, rispetto a qualche professore che abbia avuto esperienza didattica all’estero. Tradotto significa che a Lecce si pensa che insegnare per qualche anno a Harvard o a Stanford pesi meno dell’insegnamento presso l’Università dell’Insubria.
Il punto interessante della vicenda è però a nostro modo di vedere un altro: ci sono innumerevoli studenti italiani che vanno all’estero, anche nelle migliori università del mondo, e riescono a fare carriera. Come dice Stella, e come abbiamo già riportato su queste pagine, questo dovrebbe essere innanzitutto riconosciuto: l’università italiana riesce ancora a formare eccellenze. Ma ci sono punti di contatto fra esperienza italiana e altri sistemi universitari più quotati del nostro? Per non fermarci al puro dibattito, vale la pena approfondire questo punto parlandone con due ex alunni della Statale di Milano che hanno fatto carriera nel mondo accademico americano: Luca Cottini e Maria Elena Monzani. Luca ha una laurea in lettere e attualmente è coordinatore del programma di Italian Studies a Villanova University, ha un master a Notre Dame, un PhD a Harvard e un periodo da professore alla McGill University, mentre Maria Elena è laureata in fisica, ha un dottorato all’Università degli Studi di Milano e all’Université Paris 7, è stata Postdoc presso la Columbia University di New York, e attualmente è Engineering Physicist presso lo Slac National Accelerator Laboratory di Menlo Park, California, e Science Operations Lead per il Large Area Telescope dell’osservatorio spaziale Fermi.
A entrambi chiediamo un approfondimento che permetta di cogliere pregi e difetti dei due sistemi di formazione: quello americano e quello italiano.

Innanzitutto, cosa non scambiereste della vostra formazione italiana con quello che vedete nelle quotatissime università americane?
Cottini — Il sistema italiano mi ha offerto due qualità molto preziose nel mio lavoro. La prima è la sistematicità (a volte anche enciclopedica) nell’osservare un problema nella sua completezza. Sistematicità e completezza significano per me un “orizzonte culturale” o un “contesto ragionato”  dove poter collocare ogni opera d’arte. La seconda qualità è la memoria. L’enfasi sull’apprendimento mnemonico (di poesie, date, eventi, fatti, eccetera) è la condizione per inter-legere le cose, per leggerle tutte insieme. Solo la memoria è in grado di connettere punti che altrimenti rimarrebbero scollegati. Questa disponibilità immediata di dati nel magazzino della propria mente sostiene una ricerca non solo all’inizio ma anche nel lungo termine. Detto questo, sia la sistematicità che la memoria, se rimangono fini a stesse, come purtroppo molto spesso capita, non generano che sclerosi intellettuale e idolatria culturale.

Monzani — In generale penso che non si debba dimenticare il percorso di studi complessivo. Quello che già la scuola italiana offre è un’impostazione generale di più alto livello: si tende a essere molto esaustivi nei vari settori di conoscenza, dotando lo studente della capacità di contestualizzare le varie conoscenze, come diceva Luca. In America invece la cultura è più tecnica e settoriale. Un aspetto invece fondamentale che ho trovato nel percorso accademico italiano e che negli Stati Uniti manca completamente è la tesi di laurea: lunga, che permette di svolgere un vero lavoro di ricerca, consentendo di conoscere in profondità un argomento e di imparare cosa significhi fare ricerca. Infine sottolineerei l’idea di competizione più “sana” che si ha in Italia: anche da noi come in America c’è l’idea di competizione, ma è più facile lavorare insieme. In America c’è poco l’elemento sociale con i colleghi: quasi sempre chi ricerca passa la pausa pranzo da solo davanti allo schermo del pc. Questo è un modo inefficiente di lavorare. Gli americani sanno che i fisici italiani hanno un’ottima preparazione: quando ho fatto l’application per la posizione a Slac, il fatto di avere studiato in Italia è stato un grossissimo vantaggio, visto che alcuni dei colleghi venivano da una esperienza molto positiva di collaborazione con l’Infn durante l’esperimento BaBar.

Così come la formazione italiana può dare buoni “prodotti” per qualsiasi sistema universitario, cose ritenete utile importare dalle università americane nel sistema italiano?
Cottini — Del sistema americano importerei tre cose. La prima è la disponibilità a investire nelle infrastrutture del sapere — biblioteche virtuali online, biblioteche reali, sistema di prestito inter-bibliotecario, musei universitari — che rende possibile l’accesso immediato (e dunque il confronto diretto) a un numero illimitato di fonti. La seconda è la struttura competitiva dell’università: il suo confronto costante con il mercato, la costante ricerca di legami con altre istituzioni (attraverso premi, associazioni professionali, conferenze, collaborazioni, visiting professorships), la sua natura “arbitrata” che ti espone sempre al giudizio di qualcuno (nella pubblicazione di libri e articoli, nell’acquisizione di fondi, o nell’assunzione di nuovi colleghi, nell’assegnazione di posizioni a tempo indeterminato). La terza qualità dell’accademia americana è la sua dimensione interdisciplinare e la sua enfasi sulla formazione di un pensiero critico. In un mondo dove, attraverso il sistema bibliotecario, le informazioni sono facilmente reperibili, l’università punta tutto non sui dati in sé, ma sulla lettura critica e sulla flessibilità nello stabilire connessioni tra materie. In Italia ci si ferma purtroppo a uno studio enciclopedico e a un modello (hegeliano) di divisione iperdettagliata delle competenze e delle cattedre.

Monzani — Per me il fattore più stimolante nella ricerca scientifica negli Usa è la possibilità di cambiare linea di ricerca più volte nel corso della carriera: il movimento di scienziati fra campi limitrofi non è semplicemente tollerato, ma anzi incoraggiato, perché indispensabile alla circolazione di idee e competenze. 

L’immobilità e l’invariabilità dei gruppi di ricerca italiani è uno dei motivi per cui si fatica molto ad attirare talenti dall’estero e nella stessa Italia, vista la difficoltà ad inserirsi in un contesto di ricerca avviato. Per quanto riguarda l’esperienza del post-laurea, l’America ha molto da insegnarci: se il percorso undergaduate è una specie di maxi-liceo, il postgraduate è invece sostanzialmente un lungo lavoro molto personale — ai limiti dell’indipendenza e dell’isolamento — che ha come scopo che il dottorando ottenga risultati indipendenti validi per una pubblicazione scientifica. Il dottorato stesso infine è strutturato con corsi che nei primi due anni riprendono in profondità argomenti già affrontati nel percorso undergraduate. In questo modo si approfondisce la conoscenza delle materie e si migliora la preparazione generale. Per fare lo stesso da noi bisognerebbe strutturare il percorso didattico per gradi e “stratificazioni”, come già avviene nella scuola primaria e secondaria, ma questo significherebbe rimodulare il livello della nostra laurea di primo livello…

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