SCUOLA/ Il senso di quelle tre ore? Capire che la vera “domanda” siamo noi

- Gianni Mereghetti

Un docente di filosofia di interroga sul senso della sua materia a partire dall’articolo di Maria Tosetto “I prof di filosofia servono ancora a qualcosa?”. GIANNI MEREGHETTI

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Tracce tema di Maturità 2016 (Infophoto)

Caro direttore,
l’articolo di Maria Teresa Tosetto “I prof di filosofia servono ancora a qualcosa?” mi ha sollecitato a ripensare al mio insegnamento. Sono ormai 25 anni che sono impegnato a svolgerlo, e l’ho fatto con generazioni diverse. 

La questione posta è molto interessante, perché giudica un uso strumentale che è stato fatto da sempre dell’insegnamento della filosofia come cinghia di trasmissione del potere dominante, e anche quando è stata assunta dalla contestazione la logica è stata la stessa: fare filosofia, studiarla e insegnarla, è per un’egemonia. Vi è uno spartiacque: la caduta del Muro di Berlino. Ma se lì cade la concezione della filosofia come palestra dell’ideologia, quello che accade poi e arriva fino a noi è la fine della filosofia, e con questa caduta la sua trasformazione in addestramento morale. Oggi è il potere del nulla e la relativa dittatura del relativismo a fare da riferimento a questo insegnamento, e gli insegnanti si dividono tra coloro che usano la filosofia per distruggere ogni certezza e quelli che invece se ne servono per dare legittimità al potere della buona educazione morale. 

La filosofia non si è liberata del vizio originario: di fatto rimane asservita al potere dominante e oggi questo è il materialismo. 

Io stesso sento questa pressione. Il mio lavoro di insegnamento è a continuo confronto con un potere che entra dentro la testa degli studenti e mi suggerisce di adattarmi, di stare alle regole che impongono alla filosofia una maschera rimasta ideologica. Così, insegnare filosofia è trasmettere delle idee morali oppure legittimare lo scetticismo, in modo che nulla rimanga in piedi. Una strada chiusa, è questa la situazione di molti insegnanti di filosofia finiti in un vicolo cieco. La domanda allora è forte e decisiva: come uscire da questa contraddizione in cui l’insegnamento della filosofia si è imbattuto, e che di fatto continua a mantenerla ideologica? 

Io non saprei rispondervi se non raccontando quello che faccio. Io insegno storia della filosofia, e lo faccio per tre ore la settimana svolgendo il percorso storico passo dopo passo. Non ho dubbi a dire che più della storia la filosofia affascina dall’inizio; per conquistare i ragazzi alla storia ci metto tre anni, e con risultati limitati. Avverto che fin dai primi passi della filosofia antica, quelli della scuola di Mileto, vi è un’attrattiva che permane, e infatti di fronte ai primi passi della filosofia la reazione delle classi degli anni novanta è la stessa di oggi: la filosofia piace! 

L’articolo di Maria Teresa Tosetto mi ha portato a chiedermi il perché di questa attrattiva verso la filosofia. Non avrei altra risposta se non la constatazione che la filosofia tocca la domanda dell’uomo, questo mi sembra il fattore decisivo; l’apertura della domanda con cui si affronta quotidianamente la vita, con cui ci si impatta con la realtà.

Oggi il potere vuole eliminare questo livello della domanda, e lo fa con un gioco sottile, dimostrando che, essendo le risposte inadeguate, bisogna ridurre il livello della domanda. Se essa è materialista può trovare risposta, altrimenti no. Per questo insegnare filosofia oggi è decisivo, non perché sia la cinghia di trasmissione dell’idea giusta, ma perché desta la domanda e la rende consapevole fino a che rispondervi diventi mossa personale. 

Io la insegno sfidando a capire l’origine di ogni pensiero, e prima di valutarlo, a cogliere il livello di domanda da cui esso origina, chiedendosi se corrisponde alla domanda della propria ragione. Questo è l’unico lavoro serio dell’insegnamento della filosofia, il recupero dei giovani all’uso della ragione in tutta la sua apertura. Lo si fa insegnando quello che i filosofi hanno elaborato, ed è importante che i giovani conoscano questi diversi modi di pensare, ma la questione decisiva è che si educhi a cogliere la mossa e il funzionamento della ragione. 

In questo senso insegnare filosofia non è né insegnare un’ideologia, né insegnare ad essere contro ogni ideologia; è un’altra cosa, è educare alla critica, è sfidare ogni studente a riconoscersi uomo, a prendere coscienza della sua libertà. Il suo insegnamento è una sfida vertiginosa a riconoscere che l’uomo è domanda e come domanda deve fare i conti con quello cui tende. Per questo è affascinante, perché insegnandola ogni anno vengo messo in discussione, sfidato a riconoscere, io per primo che so tante cose, che la mia natura è domanda. Accompagnare ed essere accompagnato a riconoscere la natura della domanda che mi caratterizza come persona, questo è ciò che fa dell’insegnamento della filosofia una cosa unica e originale. La sua natura sta nel fatto che non insegna nulla (nulla, non il nulla!) e che per questo a chi la prende sul serio fa prendere coscienza del suo essere domanda, apertura al reale che il reale stesso dilata. Questa, credo, è l’importanza della sua sfida educativa.

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