SCUOLA/ In Italia i compiti a casa occupano “troppe” ore? Meno male…

Gli studenti italiani farebbero più ore di compiti a casa dei loro colleghi Ocse. Ma dietro ogni dato si nasconde una realtà complessa. Il commento di DANIELA NOTARARTOLO

04.01.2015 - Daniela Notarbartolo
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Immagini di repertorio (Infophoto)

L’articolo di Fabrizio Foschi sulla questione dei compiti a casa presenta molti argomenti che inducono a valutare con prudenza i risultati della ricerca Ocse-Pisa, dalla quale pare emergere che in Italia i compiti occupano troppe ore. Vorrei aggiungere una riflessione che può risultare di qualche interesse per evitare di svalutare ingiustamente, come spesso facciamo, la nostra scuola e magari buttare via il bambino con l’acqua calda e trovarci fra qualche anno con una scuola peggiore.

È noto che i risultati delle prove Ocse Pisa hanno avuto un impatto notevole sui decisori politici, non tanto perché hanno evidenziato il basso livello medio dell’Italia, bensì perché hanno segnalato senza ombra di dubbio l’esistenza di differenze profonde all’interno del nostro paese, con dislivelli molto pronunciati fra i punteggi del Nord e quelli del Sud. Tali differenze non emergevano affatto dai risultati scolastici, che dicevano anzi il contrario — i voti finali degli esami di Stato erano addirittura più alti al Sud che al Nord —; fu un’amara sorpresa che scoperchiò la pentola della scarsa affidabilità dei titoli di studio e per la prima volta provò a descrivere con dati e percentuali la disomogeneità del sistema scolastico nazionale.

Questo dato, ripresentatosi in varia misura nelle diverse rilevazioni che si sono succedute nel tempo, ha dato un impulso notevole al sorgere anche da noi di un Sistema nazionale di valutazione, che potesse dare maggiori dettagli sul problema emerso: la ricerca internazionale infatti sceglie un campione molto ristretto di studenti, selezionato sulla base dell’età e non della scuola o della classe frequentata, un campione quindi che non può essere la base per riflessioni più analitiche.

Quello che il dato dice in positivo, però, è che se la variabilità all’interno dei risultati nazionali è alta, ciò significa che a fronte di regioni che vanno molto male ne esistono altre che vanno molto bene. Non possiamo ignorare che gli studenti che in Friuli, Lombardia, Veneto hanno risultati pari e a volte superiori ai primi in classifica Ocse (per esempio la solita Finlandia), sono studenti che provengono dallo stesso sistema scolastico delle altre regioni. I professori sono formati con gli stessi percorsi e selezionati con le stesse procedure, le indicazioni per i percorsi scolastici sono le medesime, gli obblighi in termini di numero di interrogazioni e voti sono gli stessi, i libri di testo sono ampiamente transregionali, e i metodi abbastanza comuni. 

Come mai allora sono sotto accusa aspetti particolari, come le ore dedicate ai compiti, che nelle regioni virtuose probabilmente funzionano benissimo? Quali sono i fattori che portano l’Italia mediamente al di sotto dei paesi Ocse, se lo stesso sistema è capace di produrre anche esiti così diversi?

Mi pare difficile, quando la variabilità è così alta, che si possa incolpare dei risultati medi bassi uno solo dei processi, selezionandolo dall’insieme: a meno di scoprire che al Nord non si assegnano compiti e al Sud invece si assegnano, e che questo è la causa diretta del livello inferiore delle competenze di lettura e matematica. 

Gli elementi di processo delle rilevazioni Ocse-Pisa non hanno un’incidenza così deterministica, soprattutto presi singolarmente. Per anni si è cercato di dimostrare quale indicatore fosse responsabile del buono o del cattivo andamento di un sistema scolastico: in Germania si è discusso sulla canalizzazione precoce, altrove sulle bocciature, con ciò isolando un elemento che probabilmente funziona o non funziona all’interno di un sistema complesso di altri fattori. La presenza di un certo elemento in tutti i paesi che “vanno bene” non dimostra che esso sia la causa dei risultati. Mi pare che sia fin troppo facile prendersela nuovamente con la lezione frontale e la didattica tradizionale (in questo caso simbolicamente rappresentati dai compiti), soprattutto se non si indaga su che cosa produce disomogeneità, cioè scuole di livello tanto basso da trascinare verso il basso tutta la nazione. 

Applichiamo piuttosto all’intero sistema quello che il Snv appena entrato in vigore chiede alle singole scuole: mettere sotto osservazione tutto l’insieme di una scuola (nel nostro caso di un sistema), senza limitarsi ad alcuni risultati misurabili, che certamente sono fondamentali valori di riferimento da usare come parametro, ma che non esauriscono il vissuto positivo di una realtà scolastica e delle sue finalità complessive. Mi chiedo per esempio se esiste qualcuno che faccia una ricerca sul perché molti nostri studenti all’estero “danno i punti” ai loro colleghi (sono le nostre eccellenze: che cosa le produce?): c’è qualcuno interessato a dire in termini di seria ricerca che cosa fa grandi certe nostre università? Quali indicatori di qualità abbiamo in Italia che altri non hanno, che magari si trovano proprio nella capacità di studio dei nostri studenti? O dobbiamo sempre darci per forza la zappa sui piedi e sentirci i peggiori del mondo? Oppure non abbiamo l’onestà intellettuale di ammettere che scuole autonome (come certe scuole paritarie) sono un modello virtuoso?

Quindi non prendiamocela con l’indicatore di moda, che porterebbe qualità da sé solo: la realtà (grazie a Dio) è più complessa e deve essere maneggiata con cura. Teniamoci i nostri compiti a casa, anzi controlliamoli spesso per vedere che portino il frutto che devono portare: consolidamento, approfondimento, personalizzazione; per evitare che siano adempimenti necessari e routinari, ma inutili. Valorizziamo i nostri giovani che per quanto sgangherati hanno ancora il senso della storia (diversamente da altri studenti di altri paesi); i nostri se non altro a volte riescono a capire che c’è differenza fra sudare sui libri per capire la logica di un testo, le sfumature di un problema e la profondità di una questione, e applicare una qualunque procedura standard. 

A scuola sarebbe educativo che imparassero soprattutto che certe cose non si possono assimilare collettivamente, socializzando, in classe, ma richiedono applicazione personale, silenziosa, faticosa, e in questo senso costruttiva.

Non è nei compiti a casa che si annidano i nostri mali, ma semmai nell’eccesso di burocrazia, nel centralismo, nella rigidità del sistema, e pure nelle prevenzioni ideologizzate che allignano fra gli insegnanti o nella sostanziale tolleranza culturale delle copiature o nel “discredito” che colpisce chi aspira a un buon voto (all’estero non è così), eccetera: tutte cose ben note cui nessuno mette mano volentieri, e allora va bene anche un po’ di polemica contro i compiti a casa.

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