SCUOLA/ Attenti al “piano” dell’Ue contro la cultura umanistica (e l’Italia)

- Patrizia Ciava

Dal processo di Copenaghen in poi, l'Ue ha fatto pressione sui governi perché cambiassero i sistemi di istruzione nazionali. PATRIZIA CIAVA fa seguito all'articolo di T. Pedrizzi

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Da quando è stato avviato, nel 2002, il processo di Copenaghen, con l’intento di “migliorare le prestazioni, la qualità e l’attrattiva dell’istruzione e della formazione professionale (Vet: vocational education and training)”, l’Unione Europea ha fatto pressione sui governi affinché fossero attuate riforme dei sistemi di istruzione nazionali che privilegiassero l’istruzione e la formazione professionale rispetto a quella più tradizionalmente “umanistica”. Le priorità condivise, stabilite dalla Dichiarazione di Copenaghen, sono riesaminate ogni due anni, con l’obiettivo di garantire una formazione adatta all’evoluzione del mercato del lavoro per “promuovere l’inclusione sociale, la coesione, la mobilità, l’occupabilità e la competitività”. Finalità indubbiamente lodevoli, perlomeno a parole, ma quali sono i rischi connessi con l’estremizzazione di tale scelta? 

Le direttive europee tendono a rafforzare il ruolo della “didattica delle competenze” a scapito della conoscenza e della cultura, dando a quest’ultima una connotazione antiquata ed obsoleta e dimenticando il ruolo innovativo che ha sempre avuto nel creare senso critico e capacità di ragionamento autonomo. E’ giusto rivalutare la formazione tecnica e professionale, iniquamente ridotta a ricettacolo degli studenti considerati inidonei a frequentare i licei, ma la buona istruzione è quella capace di integrare teoria e pratica, in una visione olistica dell’apprendimento. Invece in molti paesi europei si sta verificando la sostituzione di materie umanistiche con insegnamenti pratici. Le recenti riforme del collège francese e della scuola in Spagna si iscrivono in questa logica.

In Francia, l’introduzione degli Epi (“Enseignements Pratiques Indisciplinaires”), considerati come una panacea contro la disoccupazione e l’ineguaglianza sociale giacché dovrebbero preparare i ragazzi ad affrontare problemi “concreti e pratici” anziché concentrarsi su discipline definite pregiudizialmente “astratte” — quindi inutili — ha scatenato un coro di proteste da parte degli insegnanti. La motivazione addotta dal governo francese di voler combattere l’elitarismo attraverso questi provvedimenti non convince perché, a parere di molti, non farà che accentuare le divergenze creando una scuola a due marce: una elitaria, per chi potrà pagarsi gli studi in istituti privati e una di massa, gratuita e livellata verso il basso. Nicolas Sarkozy ha duramente criticato le modifiche apportate dalla riforma: «Per me la scuola della Repubblica è quella che porta il figlio di una famiglia modesta all’eccellenza, non la scuola che porta tutti a un appiattimento verso il basso».

La riforma educativa spagnola va nella stessa direzione e vede, ad esempio, una sensibile diminuzione delle ore di filosofia sostituite dall’insegnamento di educazione finanziaria; un provvedimento tenacemente difeso dal ministro José Ignacio Wert che lo ha definito “necessario poiché la crisi ha evidenziato una carenza di competenze, molte volte dannose per la singola economia familiare”. Desta tuttavia qualche perplessità la diretta partecipazione delle banche nell’insegnamento della disciplina, dato che il materiale didattico è stato redatto dalla Comisión Nacional del Mercado de Valores (Cnmv, la Consob spagnola) e dal Banco de España, la banca centrale spagnola. Inoltre, l’insegnamento della filosofia consente ai ragazzi quella riflessione critica che è essenziale per maturare e trasformarli in cittadini consapevoli e responsabili. 

In Italia, in base alla legge 107/2015, l’alternanza scuola-lavoro diventa obbligatoria per tutti e prevede che, entro la fine del percorso quinquennale, gli studenti del liceo dovranno aver fatto 200 ore totali e gli allievi degli istituti tecnici e professionali 400. L’iniziativa ha indubbiamente il vantaggio di preparare concretamente i giovani al mondo del lavoro, inserendoli nel tessuto produttivo locale, ma alcuni avanzano il dubbio che il rischio sia quello di ridurre il sistema pubblico dell’istruzione a mero luogo di formazione di forza-lavoro e utilizzazione di mano d’opera a basso costo da parte delle aziende. 

Gli assi fondamentali per la riorganizzazione dell’istruzione, ripresi anche in un documento di Confindustria, si basano sulla formazione professionale calibrata sulla domanda delle imprese. Ma un paese per progredire non può prescindere dalla teoria, dalla cultura e dalla scienza perché ha anche bisogno di formare scienziati, fisici, biologi, filosofi, scrittori, deve istituire percorsi umanistici per  formare esperti capaci di valorizzare l’immenso patrimonio artistico che abbiamo ereditato. 

L’Unione Europea avrebbe dovuto prefiggersi il compito di integrare le grandi tradizioni scientifiche e culturali nazionali, invece ha affrontato in maniera alquanto superficiale la tematica dell’istruzione limitandosi ad identificare una sorta di minimo comun denominatore imperniato unicamente sui requisiti per l’impiego e lo scambio della forza-lavoro e definendo competenze chiave che rappresentano quanto di più mediocre si possa immaginare per definire il profilo di un cittadino europeo istruito.

Tiziana Pedrizzi, nel suo articolo “Cultura per tutti. La lezione della Francia all’Italia“, si interroga sul pericolo della sparizione dal panorama italiano ed europeo del retaggio culturale che ci ha sempre contraddistinto. 

E’ davvero per mancanza di lungimiranza che l’Unione Europea ha deciso di correre compatta verso il semianalfabetismo di massa oppure esiste un disegno che mira a creare un’élite di pochi fortunati che potranno permettersi una formazione privata complessa, mentre il resto della popolazione sarà addestrato per una funzione strumentale?

E’ innegabile che “scegliere un tipo di educazione significa scegliere un tipo di società” (Rapporto all’Unesco della Commissione Internazionale sull’Educazione) e che un popolo che non è educato a pensare è più facilmente manipolabile.

Il sistema di istruzione generalmente elogiato e preso a modello è quello americano, molto settoriale e specializzante, che mira a formare lavoratori, anche ad alti livelli, in grado di inserirsi perfettamente nell’ingranaggio produttivo ma spesso incapaci di autonomia. Ne sanno qualcosa gli studenti di ingegneria dell’Università La Sapienza che hanno provato a studiare sulle dispense del mitico Mit (Massachusetts Institute of Technology) constatando che le formule matematiche erano semplicemente enunciate per essere imparate a memoria mentre a loro veniva richiesto il ragionamento per elaborarle. Non a caso i nostri cervelli sono i più richiesti all’estero per la loro capacità di problem solving, giacché hanno la visione d’insieme che manca agli altri. 

Anche i criteri di valutazione dei sistemi scolastici ed universitari sono basati su un metodo d’istruzione che privilegia il “fare” rispetto al “sapere” ed è per questo motivo che l’Italia e altri paesi con ottime tradizioni di insegnamento sono penalizzati nelle graduatorie internazionali. D’altronde, basterebbe chiedersi quali eccellenze, quali creazioni innovative ha prodotto un paese come la Finlandia, il cui sistema d’istruzione è tanto decantato perché nei test Ocse-Pisa gli studenti conquistano le prime posizioni nelle classifiche in particolare per la matematica. Ma proprio due matematici finlandesi, in un articolo intitolato “Gravi difetti nelle abilità matematiche finlandesi”, hanno sottolineato che “in Finlandia non avremmo avuto alcun successo in Pisa se i test avessero riguardato la comprensione dei concetti o delle relazioni matematiche”. Da più parti è stato osservato che le varie riforme introdotte in Finlandia hanno finito col generare un “oggetto didattico” che con la matematica propriamente detta ha in comune soltanto il nome e che serve a superare bene i test Ocse-Pisa ma ha avuto effetti disastrosi sulla cultura matematica diffusa, oltre che su un declino accertato della conoscenza superiore nelle università e nei politecnici.

Tuttavia, lo svilimento della cultura tradizionale non è operato solo a livello scolastico ma in tutti gli ambiti sociali; il concetto imperante ormai, veicolato attraverso programmi, trasmissioni e reality show è che non serve essere colti per arricchirsi ed avere successo nella vita, anzi, in alcuni casi chi “perde tempo” a studiare è penalizzato ed è spesso considerato un “perdente”. 

Senza voler essere complottisti, si delinea quindi una trama che appare tutt’altro che casuale, e il voler attribuire, in base ai testi Ocse, proprio all’Italia il primato di “analfabetismo funzionale” cioè l’incapacità  “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità” sembra l’ennesimo tentativo di distruggere una cultura che ha saputo produrre eccellenze in ogni campo, dalla scienza all’arte in tutte le sue forme, e uniformarla ai popoli che eccellono solo nei test come scimmiette ammaestrate.





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