SCUOLA/ Un prof: “tra Renzi e la Cgil, preferisco Gaber”

- Valerio Capasa

E’ finito l’anno scolastico ma non finiscono i giorni caldi delle proteste. E a chiedersi il perché del “blocco” degli scrutini, si rischia di rimanere senza risposta. VALERIO CAPASA

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Giorgio Gaber (1939-2003) (Immagine dal web)

Finito l’anno scolastico, e ancora non finiscono i giorni caldi delle proteste. Io continuo ad ascoltare Giorgio Gaber.

Racconta il suo coautore Sandro Luporini che nel 1973, dopo il colpo di Stato in Cile, Gaber fu invitato a un festival della sinistra extraparlamentare e, «davanti a un pubblico che si aspettava da lui un intervento politico sul regime di Pinochet, cantò invece “Chiedo scusa se parlo di Maria”. Non c’era una situazione all’apparenza più inadatta per parlare di Maria, intesa come un fatto personale. “Ci son troppe cose che sembrano più importanti” diceva la canzone, e quella sera il fatto importante era proprio il golpe sanguinoso di Pinochet. Ma noi avevamo un’idea fissa: che non puoi conoscere gli altri e tutto ciò che ti circonda se non riesci a conoscere prima di tutto te stesso e chi ti sta vicino. Trovavamo gente che pretendeva di raccontarci del mondo, ma che non sapeva parlare della propria donna, solo perché non la conosceva. Perché non è vero che l’unico motivo per cambiare le cose sono appunto i fatti del Cile o il Vietnam. Il vero motivo sei tu».

In questo periodo, quando mi chiedono della scuola e degli scioperi, a me, sinceramente, viene da dire che la scuola è la tesina di Vanessa, l’inquietudine di Antonella, la mano stretta con Renato, gli occhi di Luisa, l’amarezza di Rosa, la resa di Damiano, le domande di Leo, e potrei continuare per venti pagine. Se non capisci un alunno non puoi capire una riforma. Un mese fa, il 12 maggio, anche una mia classe ha boicottato le prove Invalsi. Il giorno dopo, quando ho chiesto il perché, non ho ricevuto alcuna risposta. Arcangela, però, alla fine dell’ora, mi ha detto che davanti a quella domanda si era sentita una nullità, un po’ come quando il giorno prima gliel’aveva posta sua mamma: “Io non so perché non siamo entrati. E a dire il vero non saprei nemmeno perché saremmo dovuti entrare”. 

A quel punto è stato chiaro: possiamo essere pro o contro l’Invalsi, pro o contro la riforma, ma quello che dimentichiamo è il singolo ragazzo. Noi parliamo a prescindere. L’alunno concreto non fa parte dell'”orizzonte scuola”. Lui è l’Islandese, noi la Natura. Io «mi interesso di politica e sociologia per trovare gli strumenti e andare avanti, mi interesso di qualsiasi ideologia, ma mi è difficile parlare di Maria»: troppo sfuggente, la realtà effettiva. Invece soltanto «se sapessi parlare di Maria, se potessi davvero capire la sua esistenza, avrei capito esattamente la realtà, la paura, la tensione, la violenza, avrei capito il capitale e la borghesia: ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria!»

Abbiamo le nostre idee, noi. Noi sappiamo come dovrebbe andare la scuola. Purtroppo però siamo malati della visione telescopica dei dannati di Dante: stranamente vediamo alla grande il futuro, ma ci sfugge il presente. Sulle riforme siamo campioni, sulle nostre classi balbettiamo. Ma «un’idea: modificarla, cambiarla, elaborarla, non ci vuole mica tanto. È cambiarsi davvero, cambiarsi di dentro che è un’altra cosa». Possiamo manifestare il nostro dissenso, ma una manifestazione in noi non cambia niente, perché di idee non si vive: «Ho voluto andare ad una manifestazione: i compagni, la lotta di classe, tante cose belle, che ho nella testa ma non ancora nella pelle. Un’idea, un concetto, un’idea, finché resta un’idea è soltanto un’astrazione: se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione».

Sul piano astratto, dopo ogni protesta riuscita, «tutto che sembrava pronto per fare la rivoluzione, ma era una tua immagine o soltanto una bella intenzione», scrive Gaber nei Reduci. La rivoluzione non sta infatti nelle immagini di come dovrebbe essere la scuola, né in un miglioramento delle condizioni esterne (non s’è mai visto, per esempio, che un’immissione in ruolo abbia trasformato un insegnante acido in un insegnante contento). La rivoluzione succede quando 80 maturandi ti raccontano che i loro insegnanti di italiano si sono ricordati intorno al 10-15 maggio che rimanevano da fare Pascoli, d’Annunzio, Pirandello, Svevo, Ungaretti, Montale, Calvino eccetera eccetera; allora si mettono a studiare per tre giorni insieme a qualche insegnante e alla fine ti dicono che non hanno mai studiato così tanto e così bene, perché finalmente, oltre a conoscere quegli autori, hanno conosciuto di più se stessi. 

Che impressione, in questi giorni, vedere i miei colleghi mentre bloccavano gli scrutini (o meglio, per usare la lingua italiana: mentre rinviavano gli scrutini). Vederli lavorare ai registri, vederli seri in sala docenti, scrupolosi; e poi, a un certo punto, eccoli cambiare espressione, cambiare, appunto, registro: e ripetere il solito discorso sindacale, suonare il disco rotto. Due personalità scollate: «da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il volo si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo». Il solito lavoro quotidiano e l’illusione (retorica) di un mondo diverso. 

Ma l’ideologia sbanda sempre alla prova dei fatti. Giovedì ho lanciato su Facebook un sondaggio. Speravo che qualcuno riuscisse a spiegare a un insegnante che non arriva a comprendere i suoi colleghi che senso ha: 1. proclamare lo sciopero degli scrutini; 2. doversi fare 130 km per andare a mettere una firma su un verbale in cui c’è scritto che non abbiamo fatto lo scrutinio; 3. rinviare il medesimo scrutinio di due giorni, fissandolo per sabato sera alle 20. Ebbene sì, alle 20. Mi aspettavo che a presiederlo ci fosse Panariello (ma alle 21,30, quando abbiamo cominciato, non si è presentato). 

Né su Facebook né dal vivo ho trovato risposte. A me è sembrato un giochino: nessun blocco degli scrutini; il sospetto del blocco dello sviluppo, in qualcuno. Ma magari sbaglierò io. Aiutatemi, vi prego: se sul pianeta Terra esiste un essere umano che non sia un insegnante e capisce la logica di questa protesta autoreferenziale, mi illumini. Davvero: perché di solito gli insegnanti, quando chiedi il motivo dei loro gesti, anziché risponderti, si sentono offesi, attaccati come categoria.

Ed è questo — ultimo passaggio — che più di tutto mi è dispiaciuto: vedere in queste settimane, sotto magari una pasta buona, sgretolarsi l’io di tanti. Ne ho visti troppi non appena in disaccordo con la riforma, non appena infuriati contro la riforma, ma minati nell’anima dalla riforma, dalla scuola, dalla stanchezza, da tante cose. Mi è parso che fosse sparito l’io, che non ci fosse alcuna risorsa capace di reggere l’urto dei fatti. Leggevo Ungaretti che «si sente riavere» in trincea, pensavo a mio padre che tornava cantando dal turno di notte all’Ilva, scoprivo in me «l’illogica allegria» di chi sa «del mondo e anche del resto» ma sta bene, e mi trovavo davanti insegnanti — anche onesti, anche bravi, anche cristiani — frustrati, depressi, sull’orlo di una crisi di nervi perché a scuola manca la spina tripla o la carta igienica. 

Non so, forse in fondo è una questione di potere: serve il consenso, se non del mondo, se non del governo, almeno del proprio ambiente. Serve farsi sentire: quando l’io si spappola, ci vogliono un po’ di “mi piace” su Facebook o un po’ di daccordismo tra colleghi. Ma l’io — l’io! — è il problema. A scuola il problema è umano, perciò la risposta non verrà mai dalla politica: un io angosciato dalla realtà che non va soffoca, solo un io capace di stare di fronte a tutta la realtà respira. Il desiderio «è l’unico motore che muove il mondo», e anche la scuola. «Amore, non ha senso incolpare qualcuno o calcare la mano su questo o quel difetto o su altre cose che non contano affatto. Amore, non ti prendo sul serio: quello che ci manca si chiama desiderio»

Riascoltate Il desiderio di Gaber, è una grande canzone di politica scolastica: il desiderio manca, il desiderio, quando succede, fa ricominciare. Sembra la cosa più impalpabile — più impalpabile di Maria — e invece è l’unico punto di svolta. Il punto di svolta che avviene nell’io e poi, chissà, magari cambia qualcosa fuori. Oppure fuori non cambia niente, ma che cosa mi toglie il fatto che Renzi non sappia, che il preside non sappia, che i colleghi non sappiano, quello che di grande è successo quest’anno nelle mie classi e in tanti incontri? La mia voglia di esserci, la mia malinconia di fine anno, quegli incontri promettenti e in sospeso, hanno già cambiato tutto, stanno già costruendo. 

In questi giorni guardate in faccia i maturandi: quando ne vedrete una non schiacciata dall’ansia, dai collegamenti, dalle ripetizioni e dai luoghi comuni, una in cui si affaccia il desiderio, quando sentirete Alessandra che studia e agli amici che le mandano le foto del mare risponde che lei se la sta godendo molto più di loro, lì c’è scritto tutto il cambiamento dell’uomo e della scuola, quella rivoluzione che si può mangiare. Io, per fortuna, li ho incontrati.

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