SCUOLA/ La battaglia con Wikipedia è persa in partenza (e dà ragione a Giovenale)

- Alberto De Simoni

Diversamente dagli Usa, l’Italia ha una grande tradizione di docenti che sono “esperti” delle materie che insegnano. In questo sta una tentazione e un’insidia. ALBERTO DE SIMONI

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GAINESVILLE, Florida — Le metafore per descrivere il ruolo riservato all’insegnante nella “nuova scuola digitale” (il primo aggettivo legittimo, il secondo, come già discusso, no) sono molteplici: regista, facilitatore, webmaster, motivatore. Il ragionamento è molto semplice e logicamente ineccepibile. Siccome l’insegnante non è più l’unica o la principale fonte di informazioni per lo studente, che ha ora accesso al mondo con un dito, pretendere di insistere con i vecchi metodi della lezione frontale (lecture, qui in America) sarebbe un tentativo donchisciottesco che non vuole arrendersi ai cambiamenti in corso. Di conseguenza, l’insegnante è colui che attiva, indirizza e, nel migliore dei casi, guida gli studenti ad “imparare a imparare”, operazione che, idealmente, dovrebbe avvenire in autonomia. Io contesto la premessa maggiore di questo sillogismo. 

Qui le cose, però, si fanno un po’ più complicate nel paragone tra Italia e America. Da quello che ho visto, infatti, l’idea che l’insegnante fosse un facilitatore, o un esperto di pedagogia, qui in America era in vigore ben prima dell’avanzata pervasiva della tecnologia a scuola. Ho avuto colleghi che insegnavano allo stesso tempo spagnolo, salute, religione ed educazione fisica. Oppure geometria, storia della Chiesa e American government. Se negli ultimi anni un po’ di cose sono cambiate e le scuole cominciano a richiedere che i loro insegnanti abbiano un titolo di studio almeno nell’area in cui insegnano il maggior numero di ore, questo dato può aiutare in parte a spiegare perché la tecnologia sia stata abbracciata così rapidamente e facilmente all’interno della scuola. Se l’insegnante, prima di essere un “cultore” della materia che insegna, è un esperto di “didattica”, ciò che prevale è la tecnica di trasmissione, che può essere più o meno replicata su ogni contenuto. 

L’Italia, per contro, ha una grande tradizione di insegnanti che sono, se non accademici, laureati ed “esperti” delle materie che insegnano. La mia contestazione sta nel fatto che il loro expertise risieda soltanto nelle informazioni accumulate. Giovenale, nel primo secolo dopo Cristo, si lamentava che i genitori pretendessero dagli insegnanti di conoscere tutti gli autori tamquam ungues digitosque suos (“come le loro stesse dita e unghie”, o come le sue tasche, diremmo noi), mentre gli antichi patres avevano voluto che gli insegnanti avessero il ruolo di un venerato genitore (sancti parentis loco). Chi accetterebbe di descrivere un padre o una madre come un semplice ricettacolo di informazioni? 

Credo che qui risieda il nocciolo del problema. E la risposta a quale sia il ruolo e l’importanza dell’insegnante permette di dare sostanza alla parola “scuola”, e quindi di uscire da una contrapposizione facile tra la scuola all’antica, dei nostri padri (mia nonna fece la maturità portando all’esame tutte le materie del triennio; quante volte mi sono sentito ripetere questa storia, segno di de-generazione della mia generazione, eccetera) e quella confusa e distratta, da intrattenimento, dei tempi moderni. 

Per uscire da questa contrapposizione voglio stabilire un punto di partenza che, credo, può essere un dato di fatto condiviso. Eliminare la tecnologia dalla nostra vita è impossibile, tenerla fuori dalla scuola è stupido. Neanche noi insegnanti riusciamo a resistere alla tentazione, che non è più neanche percepita come tale, di consultare Wikipedia quando stiamo preparando una lezione e proprio non ci ricordiamo in che anno Pirandello ha vinto il premio Nobel. Succede al lavoro e succede nella vita di tutti i giorni. L’altra sera ho avuto una gustosa conversazione con un amico a proposito delle grandi bandiere del calcio degli ultimi 20-30 anni, Baresi, Zanetti, Maldini, Del Piero e Totti sul piatto. A suon di smartphone, la discussione si accendeva e ci faceva scoprire dati che aggiungevano sapore ad una conversazione, altrimenti viziata da pure partigianerie da bar. D’altra parte, però, la conoscenza lasciata al web produce mostri. Non c’è bisogno di ricordare la mostruosità dell’affermazione: “L’ho letto su Google”, che apre il problema, interessantissimo e assai educativo, dell’autorialità delle informazioni del web. Basta osservare che le informazioni sono, in un certo senso, troppe. Non le può leggere tutte l’insegnante preventivamente, non le legge lo studente se deve copiarle e incollarle, per averle a disposizione in un qualsiasi device, computer, tablet o smartphone che sia. Io quando trovo un articolo che voglio leggere su Facebook, ma sto camminando, o facendo qualunque altra cosa on the go, lo salvo per leggerlo più tardi. Confesso, almeno un articolo su tre finisco per non leggerlo. 

Benefici e “malefici”, dunque. Cerchiamo la virtù nel mezzo? Secondo me c’è un’altra strada. L’anno scorso insegnavo storia europea al livello più alto possibile in un liceo americano (è una classe del college anticipata al liceo). Il materiale da studiare era moltissimo. Uno studente in particolare, il migliore, arrivava non solo avendo letto tutte le pagine assegnate del libro di testo, ma essendosi preso la briga di cercare altre informazioni sul web, aver visto documentari su youtube e via dicendo. Io scoprii di questa sua “passione extra” un giorno che mi corresse sul nome di una delle mogli di Enrico VIII (non pensavo, e non penso tutt’ora che sia importante ricordarsele tutte. D’altra parte si può sempre controllare su Wikipedia…). Preso dal panico dell’insegnante, guardavo a questo studente, Steven, come una minaccia alla mia autorevolezza. Ero nello stesso equivoco di quella premessa maggiore (per cui l’autorevolezza dell’insegnante risiede solo nelle sue conoscenze) che, ora, contesto. Dopo qualche giornata di sudori freddi passata, per fortuna, indenne, Steven torna all’attacco. Questa volta, però, mi pone una domanda su una cosa che aveva visto la sera prima. Gli chiedo cosa fosse, mi spiega, racconta e pone la sua domanda. Io non conoscevo né la fonte, né il suo contenuto. Lo scoprivo mentre me lo raccontava. 

Ciò di cui mi sono reso conto è che Steven stava cercando di capire come quello che aveva visto c’entrasse con il percorso che io stavo proponendo loro lungo il corso della storia europea. Al di là del dettaglio della questione, Steven mi ha fatto capire che i sudori freddi erano ingiustificati, perché ciò che lui stava cercando in me, nel rapporto con me, era una ipotesi di significato. Non con cui essere per forza d’accordo, ma come strumento necessario alla comprensione di quel mare di informazioni a cui ogni sera si esponeva.

La sera prima della mia prima lezione in un liceo lombardo, una mia ex-professoressa mi chiamò per rassicurarmi e mi disse: “Ricordati, qualunque cosa succeda, tu ne sai più di loro!”. Mi fece sorridere e mi tranquillizzò. Ora ammetto, nella mia ora decennale carriera da insegnante, che all’inizio ero terrorizzato dal “non sapere abbastanza” e, qualche volte, ho mentito. Meglio, mentire implica sapere di affermare il falso. Io inventavo. Lo potevo fare con certi studenti, che sapevo si sarebbero accontentati di una risposta qualunque. Ma lo potevo fare anche perché sapevo che non sarebbero mai andati a controllare. In qualche modo, la tecnologia è stata l’occasione per riguardare in faccia a quegli errori da principiante, e capire quale fosse, allora come ora, la posta in gioco. 

Forse tanto timore o ritrosia ad ammettere la tecnologia o il web nella dinamica educativa, e parlo per me stesso, sta proprio nel fatto che noi insegnanti vediamo minata la nostra autorevolezza. Ma non ci accorgiamo che la stiamo riponendo in un sapere, in fondo, da Wikipedia. E Wikipedia vincerà. Più che nel sapere, la nostra autorevolezza sta nel sapore. Sarà un caso che le due parole sono etimologicamente correlate? Abbasso l’acqua di cocco, allora!

(4 – continua)

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