UNIVERSITA’/ La balla dei “cervelli in fuga” e il (vero) problema italiano

- Patrizia Ciava

La risposta polemica della ricercatrice Roberta D’Alessandro al ministro Giannini ha riproposto l’eterno problema della “fuga dei cervelli”. Il problema vero però è un altro. PATRIZIA CIAVA

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Da diversi anni i ricercatori italiani si posizionano ai primi posti nell’aggiudicarsi i finanziamenti dell’European Research Council (Erc). Quest’anno siamo terzi, dopo Germania e Francia, e il nostro è l’unico paese in cui le ricercatrici donne superano gli uomini: 16 contro 14. 

Molti vincitori italiani, tuttavia, scelgono di utilizzare le loro borse di studio per fare ricerca all’estero: quest’anno sono 17 su 30 (il 56,7%), due anni fa erano 26 su 46 (il 56,5%). Una percentuale più bassa della Germania, per esempio, dato che solo 41 dei 68 tedeschi vincitori del finanziamento hanno scelto di rimanere in Germania. Ma nessun ricercatore tedesco, che sceglie di spendere il suo “grant” all’estero perché ha trovato condizioni migliori, direbbe mai “la Germania non mi ha voluto”. Questo tipo di recriminazione è una caratteristica tutta italiana. 

In realtà, dovremmo esultare perché i nostri ricercatori sono bravi e il nostro sistema universitario li prepara bene. In Italia, invece, si preferisce descrivere un paese destinato al declino che investe nel laureare studenti che poi aprono laboratori di eccellenza in Norvegia o in Danimarca. 

Una polemica assurda perché questo fenomeno è comune a tutti i paesi, anzi l’Italia è indietro rispetto alle altre nazioni. Infatti, il movimento di una parte dei laureati e dei ricercatori all’estero è fisiologico in una società moderna e dinamica. Non si tratta di “fuga di cervelli” ma della normale mobilità senza confini della ricerca. Il bassissimo tasso di “emigrazione” che ha caratterizzato l’Italia di ieri non era segno di benessere, ma di poca integrazione con il resto del mondo avanzato. 

Spesso la stampa presenta la “fuga dei cervelli” come un fenomeno negativo, mentre la libera circolazione dei cervelli è estremamente positiva. La mobilità dei ricercatori è essenziale, diffonde la conoscenza e apre nuove frontiere alla collaborazione transnazionale, e per tale ragione la Commissione incoraggia la mobilità dentro e al di fuori dell’Europa. 

L’Unione Europea incentiva costantemente la firma di accordi e di programmi bilaterali e multilaterali che favoriscono la mobilità dei ricercatori, perché è questo il loro ruolo. Una recente relazione del gruppo di esperti di alto livello istituito con lo scopo di migliorare la mobilità dei ricercatori ha evidenziato la necessità di rimuovere le attuali barriere alla loro libera circolazione, affinché l’auspicato Spazio Europeo della Ricerca (Era) diventi realtà. Si è inoltre sollecitato le istituzioni pubbliche di ricerca a riconoscere il valore scientifico e professionale dei periodi di ricerca svolti all’estero.

La mobilità costituisce un problema unicamente se non c’è compensazione in termini di cervelli in arrivo. Quindi lo svantaggio dell’Italia non risiede nella “esportazione” di alcuni talenti all’estero, quanto nel non riuscire ad importarne altrettanti. Questo è l’aspetto critico, non la mobilità dei ricercatori, che è evidentemente un fattore non solo positivo ma anche auspicabile, ma la scarsa attrattività del nostro sistema per i ricercatori stranieri. 

I politici e i ministri si interrogano da anni sulle cause di questa carenza, cercando possibili soluzioni ed iniziative da adottare per invertire il trend negativo. 

La stampa e l’opinione pubblica accusano il governo di destinare poche risorse alla ricerca. In parte ciò è vero, ma occorre considerare che all’estero una rilevante quota dei finanziamenti per la ricerca proviene dalle imprese e dall’industria, soluzione contestata in Italia proprio dal mondo accademico che sostiene che la ricerca non sarebbe più libera e che la scienza verrebbe così asservita al potere economico.

In realtà, lo scarso richiamo che l’Italia esercita sui ricercatori stranieri — e italiani — è dovuto principalmente alla difficoltà di accesso al sistema universitario e di ricerca italiano. L’Italia è infatti l’unico paese in cui per accedere al dottorato di ricerca occorre superare un concorso molto arduo, con posti limitati, spesso non più di due o tre, mentre all’estero è sufficiente presentare un progetto di dottorato su qualsiasi argomento e trovare un professore disposto a sostenerlo e a procurare finanziamenti, anche privati. 

Questo problema riguarda tutto il settore pubblico, dove la complessità e la tortuosità delle procedure concorsuali scoraggiano e allontanano talenti anziché attrarli. L’inaccessibilità all’impiego in enti statali, negli ospedali e nelle università non è tanto legata al fenomeno del nepotismo e delle raccomandazioni (che sicuramente esiste, come esiste in tutte le altre nazioni) quanto al blocco delle assunzioni e del turnover, all’assenza di nuovi concorsi e all’eccesso di garanzia per chi è già titolare di un “posto fisso” e non può essere licenziato.  

Paradossalmente i concorsi, ideati per rendere più equa la selezione del personale, bloccano l’occupazione e creano immobilismo, disparità e ingiustizia sociale. 

Nella stragrande maggioranza dei paesi europei si può accedere all’incarico pubblico e all’insegnamento con un semplice colloquio, sulla base del curriculum, e tutti possono essere promossi su segnalazione del diretto superiore, in compenso tutti sono facilmente licenziabili anche senza “giusta causa”.

La ricercatrice Roberta d’Alessandro, che ha sollevato una polemica con il ministro Giannini affermando di essere stata “cacciata” dall’Italia ed è oggi direttrice di un dipartimento di lingua e cultura italiana in Olanda non ha probabilmente dovuto superare alcun concorso per accedere a quella posizione. E’ ovvio che un posto del genere in Italia avrebbe potuto essere messo a concorso solo in una delle due uniche università per stranieri di Perugia o Siena, e avrebbero partecipato numerosi candidati rendendo più difficile la selezione. 

Occorre inoltre precisare che la docenza, compresa quella universitaria, nei paesi del nord Europa non ha il prestigio di cui gode invece in Italia. Basta aprire una bacheca per la ricerca del lavoro online per trovare decine di annunci con offerte di insegnamento nelle scuole e università inglesi, norvegesi o olandesi. Il culto del posto pubblico fisso esiste solo in Italia, all’estero i laureati preferiscono impieghi nella finanza e nelle imprese private perché offrono retribuzioni superiori e maggiori possibilità di carriera. Ovvio poi che per insegnare l’italiano come lingua straniera in una università olandese il fatto di essere madrelingua presenta un vantaggio che non può essere considerato tale in Italia.

In conclusione, la leggenda metropolitana che vuole quasi tutti i docenti universitari italiani vincitori di concorso grazie alle raccomandazioni cade di fronte all’obiettiva bravura e preparazione che la stragrande maggioranza di loro dimostra nel proprio settore, ricevendo encomi e riconoscimenti internazionali ovunque nel mondo. Non dimentichiamo che sono questi stessi professori che preparano i giovani italiani che poi eccellono all’estero.

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