SCUOLA/ Quando un prof è solo un numero

- Gianluca Zappa

Davanti a un sindacalista a compilare la domanda di mobilità obbligatoria. Altro che merito e qualità professionale: solo punti, solo numeri. E una grande incognita. GIANLUCA ZAPPA

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L’uomo del sindacato la guarda con stanco compatimento. Fuori del piccolo ufficio c’è la fila di tanti altri “fase C” che attendono per la compilazione della domanda di mobilità. L’ennesima domanda da compilare, con l’angoscia di sbagliare, con l’angoscia di non sapere come andrà a finire. Come l’estate scorsa, quando c’era la possibilità di essere sbattuti chissà dove in qualche parte d’Italia. Scongiurato il pericolo, la “fase C”, quella dei supplenti, di quelli che non si sa bene cosa faranno. Lei, per lo meno, quest’anno ha insegnato, è riuscita a fare l’unica cosa che le piace. E l’ha fatto alla grande: ha messo in movimento gli studenti di due scuole, ha organizzato due mostre di pittura, ha chiesto e ottenuto da due sindaci gli spazi espositivi. E tutto da docente con incarico annuale. Tutto solo per il gusto di insegnare, di dare un senso al suo quotidiano impegno con gli allievi.

L’uomo del sindacato commenta: “Certo che non stai messa bene”. Per forza, pensa lei: le sono stati tolti tredici anni di insegnamento in una scuola paritaria. Tredici anni di lavoro, di programmi, verifiche, giudizi, attività… Ci prova: “Ma non valgono proprio nulla?”. L’uomo del sindacato è laconico e definitivo: “Nulla”. E’ la Buona Scuola, baby, quella che metterà in cattedra buoni e bravi docenti, per definizione, a prescindere.

L’uomo del sindacato domanda: “Hai master, corsi di aggiornamento?”. No, non ne ha. Sono quei corsi a pagamento sul web che le sue colleghe hanno fatto ogni anno tanto per raggranellare un po’ di punti. Lei ha sempre snobbato questi carrozzoni mungi soldi, spesso targati sindacato, anche perché non ne aveva bisogno: la didattica si fa giorno per giorno, in aula, con gli studenti… sì, bei discorsi. Ma ora capisce che l’esperienza didattica non interessa alla Buona Scuola. Tredici anni non contano niente. Contano i punti degli attestati acquistati sul web, come su Amazon.

L’uomo del sindacato domanda: “Hai la 104?”. Non, non ce l’ha. E a questo punto le viene quasi da dire “sfortunatamente”. Veramente ha un padre molto malandato, che avrebbe tutto il diritto di chiedere l’invalidità. Ma, testone all’antica, per un senso di dignità non l’ha mai fatto. No, non ha parenti malati, invalidi. “Peccato”, fa l’uomo del sindacato, “ti avrebbe dato punti”. Le viene in mente la scena di Quo Vado, con il collega di Checco Zalone che si salva solo perché ha un parente sordomuto e ringrazia Dio per questo. Con la Buona Scuola non è cambiato proprio niente.

Figli? Tre. Ma purtroppo uno ha più di sei anni (“peccato, se ne avesse avuti cinque avresti avuto più punti”) e la maggiore ne ha 19 (“niente punti, solo fino a 18, peccato”).

Pensa, per consolarsi, che un vantaggio ce l’ha: non deve fare quello stupido concorso-quiz. Ma pensa anche che tanti giovani alle prime armi solo per aver risposto alle domande di un quiz e aver fatto tante e tante ore di formazione teorica le passeranno avanti, avranno il diritto di una cattedra molto più di lei, che è nella scuola da almeno vent’anni. Lei è “fase C”, è una di quelli immessi nella scuola per grazia ricevuta, o perché l’Europa lo pretendeva. E in tutti questi anni era sempre lì lì per essere immessa in ruolo, nei primissimi posti, ma sempre superata dai trasferiti, dalle passerelle e dagli scivoli, dalle 104, dagli strani magheggi che avvenivano nelle sacre stanze dei provveditorati (e dei sindacati). E ogni anno a guardare la classifica e a vedere il proprio nome che sale e che scende, dal secondo al terzo posto, dal terzo al secondo. Solo che per mancanza di posti e per mancanza di pensionamenti è rimasta sempre al palo. Poi la Buona Scuola e la “fase C”, la definitiva promozione-retrocessione in serie C.

“Ecco, questi sono i tuoi punti. No, non sei messa bene. Ma consolati c’è chi sta peggio di te”. Non c’è che da salutare l’uomo del sindacato ed uscire dall’ufficio. Le vengono in mente i volti sorridenti dei suoi studenti all’inaugurazione della mostra, solo una settimana prima. Ripensa al suo discorso davanti ai sindaci e alla dirigente scolastica e ai colleghi. Ai ringraziamenti dei genitori dei ragazzi. E dovrà ancora una volta lasciare tutti e tutto, tutto quello che di bello è stato costruito in un anno di intenso lavoro. Del doman non v’è certezza. Ancora una volta.

Le viene in mente, come in un improvviso flashback, tutto quello che fatto in tanti anni di insegnamento, mai banale, mai piatto, sempre col desiderio e la gioia di creare, di dare, con entusiasmo, sempre a ricominciare da capo, in una scuola nuova, con colleghi e allievi nuovi. E poi pensa al numero, al punteggio. Si rende conto che in tanti anni è stata solo un numero per la scuola italiana. Che avrebbe potuto fare molto meno, limitarsi al minimo sindacale, perché tanto il risultato sarebbe stato lo stesso. Anzi, fosse stata solo più furba e lungimirante, il risultato sarebbe stato migliore.

“Sono solo un numero”, pensa, e, sinceramente, le viene un po’ di rabbia, dopo aver compilato l’ennesima domanda della sua carriera che la costringerà all’ennesima peregrinazione della sua vita.

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