SCUOLA/ Lo chiamano “rito di passaggio”, ma è solo una farsa

- Gianluca Zappa

E’ solo una commedia pirandelliana, in festival della creatività, un rito costoso e inutile che prende in giro gli studenti. E’ l’esame di stato. Per quanto ancora sarà così? GIANLUCA ZAPPA

scuola_studenti_esame1R439
LaPresse

Finalmente è finita. Mi lascio alle spalle ancora una volta questa commedia pirandelliana che è l’esame di stato. Una pupazzata, il regno del relativismo, della soggettività, un rito costosissimo e inutile che non fa per niente onore alla nostra nazione e che o prende in giro gli studenti e tutto il mondo della scuola, o distrugge la loro speranza e la loro dignità. Una commediaccia, fatta male e indifendibile.
E non mi si venga a dire che non bisogna abolirlo perché è un importante rito di passaggio. Chi dice questo è un ignorante, uno dei tanti ignoranti contemporanei che non ha mai riflettuto abbastanza sulla nobiltà e la grandezza della parola rito. A parte che il concetto di “passaggio” indica un punto di partenza e un punto di arrivo (e nel nostro caso non si capisce verso cosa si “passa”), il rito come tale è una cosa molto seria e condivisa da un’intera collettività; il rito ha un senso ben definito, univoco. Ma come può essere serio questo “rito” dell’esame di stato che non ha regole precise e univoche (possiamo dirlo? E’ il festival della creatività), non ha un cerimoniale condiviso (che a volte varia da classe a classe sullo stesso piano della stessa scuola, dipende dalle commissioni), non ha né capo né coda ed ha officianti che non si sa nemmeno perchè stanno lì? Mi chiedo: con che criterio vengono scelti e nominati i presidenti di commissione? Qualcuno sa rispondere?
E i commissari interni (a parte il fatto di essere docenti dell’ultimo anno del quinquennio — si spera) sono estratti a caso o hanno particolari requisiti? Si richiede che abbiano, che so, almeno quindici anni di esperienza di insegnamento, oppure anche i giovincelli alle prime armi possono avere tra le mani il destino degli studenti? C’è una selezione, una classifica? Si tien conto dell’esperienza didattica? Non lo sappiamo, non lo sapremo mai! Capite? Non conosciamo nemmeno l’abc del rito in cui siamo coinvolti! Ma questo è grave e, soprattutto, questo non accade mai in un rito vero.
Ormai ne ho viste di tutti i colori. Studenti massacrati da insegnanti di primo pelo che devono dimostrare qualcosa a se stessi e al mondo intero e che vengono a dettare ai malcapitati studenti il loro modo di insegnare, il loro modo di interpretare la disciplina, i loro gusti e le loro idiosincrasie. Tutta gente a cui piace vincere facile. E il “colloquio” d’esame si trasforma in un’interrogazione da primo quadrimestre, in una verifica da unità didattica. Ma ho anche visto membri interni difendere l’indifendibile, sparare voti alti a caso, contro ogni evidenza, gonfiare le valutazioni, senza un minimo di ritegno, con un’ammirevole faccia tosta. Ma quando si guardano allo specchio cosa vedono? In questo caso il “colloquio” si trasforma nella chiacchierata di quattro amici al bar.

Ho visto studenti dall’ottima preparazione ringraziare Dio per essere stati valutati almeno sulla settantina, e studenti con una preparazione appena sufficiente volare sulle ali degli Ottanta come se nulla fosse. Ho visto esami dove si torturano gli studenti con l’analisi maniacale e puntigliosa dei testi ed esami dove il testo… questo sconosciuto (e nemmeno richiesto!). Ho visto studenti preparare con serietà ed impegno percorsi di ricerca originali, presentati nell’indifferenza generale, e altri studenti presentarsi con percorsi del tutto scaricati da Internet senza che nessuno abbia fatto un’osservazione al riguardo, senza che nessuno gli abbia spiegato il concetto di plagio.
Allora ti viene la voglia di dimenticare. Dimenticare in fretta questa pagliacciata a cui sei costretto ogni anno quando si ha la sfortuna di essere nominato commissario d’esame.
“Non pensare al voto — mi fa la collega, anche un po’ per giustificare se stessa —, tanto non serve a niente”. Lo so benissimo. L’esame di stato è un rito che non serve a niente (tolto l’esonero delle tasse universitarie per le eccellenze). Ma fare una cosa vana e far finta di prenderla sul serio, o magari prenderla sul serio davvero, è appunto pirandelliano.
Dimenticare. Ma quanto si potrà dimenticare ancora? E quanto si potrà reggere a recitare la farsa? E, soprattutto, come preparare seriamente gli studenti ad una farsa del genere?
Per i ragazzi che avevano gli esami è finita, si sono liberati. Per noi docenti il problema rimane tutto.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori