SCUOLA/ Quelle occupazioni nemiche della voglia di vivere (questa sconosciuta)

- Valerio Capasa

Oggi occupare una scuola è la scelta più omologante di tutte. I veri sovversivi sono quelli che stanno fuori, a fare lezione. E a risvegliare il loro io. VALERIO CAPASA

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Scuola (LaPresse)

Una mattina come le altre arrivi a scuola e la trovi okkupata. Qualche facinoroso avrà visto un tutorial su come si okkupa una scuola e ora deve far vedere che il Kollettivo ci sa fare. Con la puntualità del cinepanettone, sotto Natale diventano tutti preokkupati per la scuola pubblica. Da gennaio a novembre non gliene fotte più niente, ma pazienza. Sono esperienze. La più bella esperienza dell’adolescenza, soprattutto per le zozzerie notturne sulle cattedre e sui materassi della palestra, come sentenziò il sottosegretario all’Istruzione. E siccome nel mondo le cose che non vanno sono tante, se ne può sempre trovare qualcuna per giustificare la propria stupidaggine. Stavolta tocca all’alternanza scuola-lavoro. Al posto della quale, per qualche giorno, dovremo sorbirci l’alternanza scuola-nulla.

Gli eroi de’ noantri distribuiscono un foglio scritto maluccio in cui si lamentano per le attività che sottraggono tempo alla didattica scolastica (l’okkupazione invece è magika e non ne sottrae, come si sa) e che stressano gli alunni obbligandoli poi a verifiche ravvicinate (esattamente quello che succederà alla fine della sceneggiata). Ma loro sono eroi, e devono pur manifestare il loro dissenso. È giusto che blokkino una scuola e lascino fuori 1500 alunni e 100 insegnanti. È giusto che mandino all’aria i colloqui e i compiti. Se gli prude, gli prude. Certo, la mia anima non allineata con l’epoca nuova ritiene ancora erroneamente che si tratti di un reato, ed è abbastanza sicura insomma che se io salissi su un pullman e lo occupassi mi arresterebbero, e idem se dei medici occupassero il pronto soccorso e lasciassero fuori i malati. Ma loro sono loro, e io sono io.

Cosa potevo fare io, guardando in faccia i miei alunni alle 8 e mezza di mattina? Davvero andarmene a casa, con lo stipendio garantito? Davvero infischiarmene di loro, e lasciarli allo sbando? Sono miei alunni, sono miei figli. Non ce l’ho fatta. “Cosa facciamo, prof?”. “Troviamoci qualche panchina in piazza e andiamo a leggere l’Iliade e a tradurre latino”. Così una quarantina di studenti si è seduta su muretti, altalene e cavallucci, e abbiamo letto la morte di Patroclo fra i rumori dei tosaerba. Elisa ha gli occhi lucidi, ad Alberto pare di essere fuori dalle mura di Troia, Nicole sente bloccarsi lo stomaco, a Giulia vengono i brividi. Mi ha scritto che “non eravamo obbligati a seguirLa, ma lo abbiamo fatto”, che sta “ritrovando la voglia di vivere”, e “un motivo che mi spinge a venire a scuola con piacere”. Ecco, questa è la notizia: l’ennesima okkupazione non è una notizia, la voglia di vivere sì!

Noi andiamo a scuola per scoprire e suscitare la voglia di vivere, questa sconosciuta. E a rivelare se questa voglia sia presente sono i fatti che ci succedono. Senza il desiderio di esserci, di costruire, di essere felici, veri, pieni, si rimane in balia degli eventi. Una mamma mi scrive che il giorno dopo è disposta a ospitare tutti a casa sua per fare lezione, e a me si scioglie il cuore. Ma chi si accorgerà di questo puntino talmente piccolo — l’io che si risveglia — da sembrare impalpabile e che invece è l’unico punto irriducibile al mondo? Mentre tv e giornali intervistano gli okkupanti, e gli insegnanti se ne vanno in giro tranquilli (pagati senza lavorare: però non diciamolo) al bar o al supermercato, e tanti ragazzi rimangono “ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi”, chi si accorgerà di Elisa, di Alberto, di Nicole, di Giulia?

Il giorno dopo, quando una cinquantina di loro è entrata, bisognava accorgersene per forza. Ma è stato un evento talmente anomalo da urtare il sistema nervoso di troppi adulti, disturbati nel loro relax. Un ragazzo chiede, si fida, si muove, e non dico che dovremmo fargli una statua, ma almeno sostenerlo. Invece ogni dieci minuti, in un modo o nell’altro, il bombardamento si ripeteva atroce: “cosa siete entrati a fare?”. Erano un problema, di complicata gestione. Creavano disagio alla scuola. Loro. Gli okkupanti no. Volevi fare un’ora di latino, ma riesci a tradurre solo due frasette, perché per tutta la mattina e anche di pomeriggio per telefono devi spiegare come diavolo ti sia saltato in mente di portarteli dentro. E un ragazzo, disorientato, s’impaluda nei dubbi: “eh già, cosa sono entrato a fare?”. 

Quando si chiede di uscire a chi vuole fare lezione ma non a chi okkupa, allora il mondo si è rovesciato. E dovremmo imparare la lezione, e smetterla di creare disagio, e di pensare con la nostra testa, e di rischiare l’impopolarità, e di tenerci l’uno all’altro, e dovremmo insomma lasciar perdere i ragazzi e lasciarli a fare quello che tutti i ragazzi normali dovrebbero fare a quell’età, e insegnare a vedere cosa fa la maggioranza e ad adeguarsi, o al massimo a rimanere a dormire o andarsene al bar, e chattare tutto il giorno, e rilassarci un po’, e sentirci comunque con la coscienza a posto, anestetizzati quanto basta. E poi spararci un colpo in testa, e okkupare una bara. E invece ringrazio il cielo, che un giorno in cui tutto era occupato e non c’era più posto, si è messo a occupare la terra (quel che da un paio di millenni si chiama Natale).

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