SCUOLA/ Prove Invalsi e valutazione in classe, il conto che non torna

Uno scollamento tra realtà da verificare (alunni da valutare) e strumento predisposto (valutazione di classe e prove Invalsi). Un problema gravido di conseguenze. SERGIO BIANCHINI

22.04.2017 - Sergio Bianchini
scuola_studenti_1_lapresse_2015
LaPresse

Due sere fa ho partecipato ad un dibattito tra insegnanti sulla valutazione degli alunni dentro le scuole e sulla valutazione esterna delle scuole fatta tramite le prove Invalsi.

Partecipava al dibattito, svolto in forma molto colloquiale, un’esperta che da antica data opera sulla valutazione nazionale ai livelli più alti.

Ebbene, le varie facce della problematica della valutazione sono ancora tutte vive nella nostra scuola: la necessità di descrivere il processo di apprendimento del singolo alunno reale, quella di indicare un valore oggettivo del livello raggiunto, quella di dare voti diversi ai diversi livelli presenti nella classe e voti uguali ai livelli uguali. Rimane il problema della differenza tra scuola di base obbligatoria (elementare e media) e scuola secondaria, che rilascia una qualifica o un diploma certificando delle abilità da spendere a livello nazionale.

E allora cos’è cambiato rispetto a decenni fa?

Mi ha fatto piacere rilevare che la separazione sia concettuale che pratica tra valutazione del sapere, valutazione delle competenze e bocciatura è ormai un dato di fatto generalizzato. Nella scuola elementare e media la bocciatura è praticamente scomparsa. La cosa è quasi unanimemente accettata, ma la sufficienza “politica” — la sufficienza artificiosa che accompagna la scelta ben radicata della promozione universale — non accontenta nessuno.

Da anni propongo di passare alla promozione “politica” con il voto vero, anche insufficiente, in pagella. Ho visto che moltissimi la pensano allo stesso modo.

Sembrava nei mesi scorsi che fossimo vicini a questo traguardo ed invece il decreto legislativo ha perso potenza. La sufficienza in tutte le materie è ancora indispensabile per la promozione.

Nella scuola di base il concetto di sufficienza è diventato inutile e perfino portatore di confusione. Perché? Il concetto stesso di sufficienza è figlio dell’antica procedura di rimando a settembre o di ripetenza o di abbandono. L’allievo era considerato “sufficiente” al termine dell’anno scolastico se in grado di passare al livello successivo, cioè di essere promosso avendo acquisito il bagaglio culturale minimo necessario.

Ma non esiste e non può esistere nella scuola di base un livello minimo prescrittivo da acquisire, perché in quel caso, per alcuni, la ripetenza e cioè la separazione dal gruppo dei pari risulterebbe indispensabile ed inevitabile.

Diverso il discorso nei percorsi successivi alla scuola media, che si concludono con una qualifica professionale o un diploma. Ma restiamo per ora al livello base.

Al contrario di quanto ribadito dalla legge, la promozione anche in presenza dell’insufficienza sembra piacere ai docenti perché consente un discorso sincero e chiaro nel rapporto con l’alunno e la famiglia. Evidenzia l’insoddisfazione degli insegnanti rispetto al risultato raggiunto ed in teoria stimola ad un impegno maggiore dell’alunno e della famiglia stessi. Ma non sempre questo avviene. E di fronte a pressing senza risultato ci può essere perfino una caduta motivazionale.

E allora il voto vero deve esserci? E come deve essere stabilito? Cosa deve dire a chi lo legge? Deve parlare di quell’alunno, della sua vicenda in quella classe o fotografare il suo livello rispetto agli standard nazionali?

Ogni insegnante sa che il suo lavoro a pioggia a classe intera deve essere comprensibile dal 90 per cento degli alunni di quella specifica classe. Il 100 per cento deve poi in qualche modo essere raggiunto con attività mirate interne alla classe o aggiuntive. La risposta del singolo alunno e l’acquisizione delle conoscenze sarà comunque difforme e legata ai molti fattori ben noti.

Il voto vero può e deve quindi rapportarsi alla vicenda del singolo e della classe ma torna sempre la necessità di essere compreso nella realtà nazionale. Questa è la dicotomia insuperabile insita nel voto ed in tutto il dibattito sulla valutazione.

Le prove nazionali Invalsi (che fatica anche solo pronunciare il termine “prove nazionali”…) nella scuola di base non possono e non vogliono avere un carattere ostativo ma sono oggi semplicemente un mezzo per acquisire coscienza del livello cognitivo relativo di una determinata classe, di un determinato alunno, di una determinata scuola in alcune discipline. Relativo rispetto alle realtà territoriali circostanti sempre più vaste fino a comprendere il mondo intero.

Questa consapevolezza per alcuni è utile, per altri è dolorosa. Come spesso accade nelle consapevolezze nazionali.

E qui termina la discussione generale.

Durante la conversazione è emerso che gli addetti alla stesura delle prove le somministrano prima su un campione. Se una percentuale del campione superiore al 65 per cento supera positivamente una determinata prova questa viene depennata perché considerata inadatta a divaricare e rappresentare i diversi livelli di competenza dentro una classe. Su questo punto preciso si è aperto un dibattito dove la domanda era sul perché di questo 65 per cento. Allora si parte dal presupposto di una soglia da superare dove il 35 per cento abbia difficoltà a giungere? Se così fosse, il vecchio vizio della barriera gettato dalla porta (ossia le competenze minime) tornerebbe dalla finestra.

E allora ecco tornare la domanda iniziale: cosa devono dire le prove nazionali Invalsi?

Forse dovrebbero produrre un quadro con la percentuale di adesione a ciascuno dei 10 livelli di competenza presenti nella fascia dei coetanei che si stabilisce di esaminare a livello nazionale. Ciò potrebbe facilmente avvenire con prove dotate ciascuna di un peso specifico consistente nella percentuale di coloro che la superano positivamente nel campione di quella età. Ad esempio se ci fossero 10 prove, ciascuna capace di selezionare una percentuale crescente di esiti positivi, sempre nel campione, dal 10 al 100 per cento, il quadro del confronto tra la competenza nazionale e quella locale risulterebbe molto chiaro.

Dunque la forza rivelatrice di una prova sarebbe non tanto in una presunta rilevanza assoluta della prova stessa quanto nella percentuale degli studenti del campione che la superano positivamente. Questa forza rivelatrice, se esercitata ovunque tramite le prove nazionali, potrebbe essere molto utile (e anche dolorosa) sia per la definizione dei livelli di partenza di un alunno e di una classe sia per la verifica dei risultati del lavoro svolto.

I diversi livelli di competenza evidenziati potrebbero anche ridursi a 5 o 6 anziché 10. L’importante è il quadro complessivo. Importante anche per definire sia un concreto programma di lavoro a pioggia sulla classe intera, sia anche per individuare chiaramente la fascia degli alunni su cui svolgere le tanto nominate ma poco o per nulla attuate attività mirate di recupero.

Si è detto anche che il livello minimo desiderato però deve essere quello storico e tendere ad elevare il livello e non accettare un abbassamento. Ma in Italia la scuola unitaria di base e di massa esiste solo da cinque decenni e quindi un livello “storico” non si è ancora determinato. Inoltre l’elevazione del livello raggiunto dagli alunni può avvenire solo elevando la qualità degli insegnanti e delle procedure.

Alla fine si torna sempre allo stesso punto: alla capacità, che oggi ancora non si vede, di governare davvero il sistema.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori