SCUOLA/ L’errore dei nostalgici e l’anno “jolly” che può salvare i giovani

L’uniformità rovina gli alunni, specialmente alle medie. Ci vorrebbe un anno scolastico, dopo la media, con solo una o due discipline obbligatorie e tante altre opzionali. SERGIO BIANCHINI

14.05.2017 - Sergio Bianchini
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La sede del ministero del'Istruzione (LaPresse)

Caro direttore,
sono convinto che un articolo come quello di Annamaria Indimeo sia tipico delle svolte di stato d’animo che fluiscono in maniera turbinosa nei protagonisti della nostra scuola senza mai però illuminare concettualmente la situazione.

In primo luogo non si distingue tra ripetenze nella scuola di base fino alla terza media e ripetenze nella scuola secondaria di secondo grado, cioè il percorso successivo alla media che può portare dopo 3 o 5 anni ad una qualifica o ad un diploma.

La distinzione è fondamentale perché la scelta di reintrodurre la bocciatura nella scuola di base è assolutamente impossibile. Ormai in tutta l’Europa la promozione è garantita (ribadisco, nella scuola di base!) e addirittura in Francia il genitore ha una specie di potere di veto contro eventuali decisioni ostative degli insegnanti.

Ho già spiegato in un precedente articolo che la frequenza scolastica unitaria e di massa fino a 15 anni è in Italia un fenomeno recente (1962) e sta ancora generando un’aspettativa “storica” sui risultati.

L’articolista poi ignora assolutamente il fatto che il curricolo annuale in Italia è il più pesante d’europa (1000 ore contro le 800 medie) e che il curricolo totale per il diploma vede 13 anni di fronte ai 12 europei.

Quindi la nostalgia per “l’antico rigore” è assolutamente incapace di segnalare una anche minima direttrice di sviluppo della situazione. Caso mai, sempre nella scuola di base, si deve porre il problema del recupero in alcune competenze fondamentali tramite massicce attività mirate di cui mai si parla, vista la vera e propria prigionia mentale instaurata dal tempo pieno che obbliga tutti ad un curricolo uniforme e gigantesco.

Concettualmente le cose si complicano dopo la terza media e particolarmente in Italia, dove l’obbligo è stato portato dal ministro Berlinguer, venti anni fa, fino a 16 anni ma contemporaneamente è stata eliminata la qualifica professionale tradizionale che prima richiedeva due anni di studi in istituti regionali. Pertanto un’interruzione tranquilla degli studi a 16 anni risulta impossibile e non qualificabile. Oggi il minimo per una qualifica professionale è di tre anni dopo la media.

Quindi l’offerta di percorsi formativi dopo la media e l’accompagnamento dei giovani e delle famiglie nella scelta del percorso più adatto sono ancora in alto mare.

In presenza di ciò le nostalgie conservative dei livelli storici del liceo e degli istituti tecnici sono assolutamente velleitarie e se applicate davvero sarebbero devastanti.

Forse il primo anno dopo la media dedicato all’orientamento sarebbe una scelta utile. E’ vero che in teoria già la scuola media dovrebbe avere un carattere orientativo, ma vediamo bene che questo compito non è svolto. E non per distrazione o ignoranza della sua importanza. Secondo me per la solita mania nostra dell’uniformità.

Proviamo ad immaginare un anno scolastico, dopo la media, dove ci siano solo una o due discipline obbligatorie e tante altre opzionali di svariata natura, dal massimo di astrazione al massimo di operatività, a scelta dell’alunno e della famiglia, magari anche con corsi semestrali e non annuali. Nel corso di un tale annualità che avrebbe per ciascun alunno e famiglia, ed anche per i docenti, un carattere esplorativo e orientativo, potrebbe maturare una consapevole scelta successiva verso i percorsi tradizionali di studio, da quelli più brevi a quello universitario, ed anche verso l’apprendistato in un rapporto di lavoro.

In teoria un anno fluido di questo genere potrebbe anche essere introdotto nell’attuale terza media, ma in pratica esso richiede strutture e competenze multiformi dei docenti che nell’attuale scuola media non sussistono. La cosa invece sarebbe possibile negli istituti superiori che già oggi vedono la compresenza di svariati indirizzi ed anche accordi operativi con gli istituti professionali.

Certo tutta la materia dovrebbe essere esaminata molto concretamente, e rapidamente, alla luce anche delle esperienze e del fallimento della riforma Moratti-Bertagna (2001-2005) che in qualche modo aveva cercato di intervenire, ma senza riuscirvi per mille motivi politici e non.

Non è certo la nostalgia per la “qualità perduta” che ci può dare indicazioni. Nostalgia peraltro tardiva, visto che il tracollo qualitativo della scuola superiore è ormai almeno trentennale. Ce le potrebbe dare un desiderio vero — e di massa — di realizzare le qualità richieste dal nostro mondo e dal nostro futuro. 

Ma nella scuola questo vento ancora non soffia. Un sorriso amaro mi è venuto spontaneo sentendo Emiliano il quale, dopo aver accusato Renzi per la rottura “gravissima” con gli insegnanti “alleati tradizionali della sinistra”, ha dichiarato che il suo progetto sarebbe “ridare l’unità… alle famiglie… degli insegnanti!”.

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