SCUOLA/ Genitori e prof, non trattate l’adolescenza come una patologia

- Raffaela Paggi

Un giovane non si sente più bambino e vorrebbe rendersi indipendente da tutto e da tutti. E’ l’adolescenza. Genitori e insegnanti sono attrezzati per affrontarla? RAFFAELA PAGGI

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(LaPresse)

“L’adolescenza non è una patologia e non possiamo affrontarla come se lo fosse”. Il discorso di papa Francesco al Convegno pastorale diocesano del 19 giugno offre spiegazioni e prospettive utilissime agli educatori e ai genitori di adolescenti. Un tempo difficile, quello dell’adolescenza, pieno di rischi, contraddistinto dal desiderio di autonomia e di protagonismo, dall’instabilità emotiva, dalla ricerca di risposte e, proprio per questa sua pericolosità, una sfida che va affrontata per crescere. Il Papa non parla di crescita riferendosi esclusivamente al ragazzo che esce dall’infanzia, ma anche all’adulto che viene coinvolto da siffatto cambiamento, tanto stravolgente quanto naturale. 

In che cosa consiste principalmente il rischio dell’adolescenza? L’osservatorio della scuola media, che ne vede l’abbrivo, suggerisce essere una rischiosa tendenza del giovane che non si sente più bambino e che dell’adulto vorrebbe imitare solo l’autonomia, l’indipendenza acriticamente ricercata, il recidere improvvisamente i legami che fino ad allora lo hanno sostenuto e alimentato. È infatti il rifiuto dell’appartenenza che espone il giovane a tutti i pericoli, ad assumere inconsapevolmente idee, modelli e valori provenienti da qualunque fonte riesca a presentarsi come attraente e trasgressiva, a cimentarsi in azioni e atteggiamenti fino a qualche giorno prima percepiti come proibiti e negativi. Eppure tale crisi è al contempo il passaggio necessario e naturale affinché quanto proposto dalla propria famiglia, dalla propria società, cultura, religione divenga consapevolmente accettato come costitutivo o rifiutato per approdare ad altro significato, ad altra proposta di vita sentita come più corrispondente alle proprie esigenze.

In che senso il rischio dell’adolescenza coinvolge anche l’adulto, genitore, insegnante o educatore? Occorre che l’adulto innanzitutto si accorga di tale cambiamento: accade in un soffio e costringe a ridisegnare il proprio ruolo educativo. Un docente non può far lezione in prima e in terza media con le stesse parole, gli stessi contenuti o le stesse strategie. A volte deve persino cambiare lo sguardo e la postura, altrimenti rischia di perdere definitivamente l’accesso alle segrete vie del cuore del ragazzo che non lo sente più all’altezza delle sue nuove, e a lui stesso incomprensibili, esigenze. Un genitore non può persistere nel sostituirsi al figlio nella nuova lotta quotidiana per far fronte allo studio, divenuto improvvisamente noioso e faticoso; alle amicizie, che si complicano e diventano selettive; all’accettazione di sé e alla scoperta dei propri limiti e delle proprie doti. L’adulto percepisce che deve fare un passo indietro e invece che appianare la strada, cavalcare la sfida. Per affrontare questo rischio l’esperienza insegna che il dialogo tra gli adulti — genitori, docenti, specialisti, educatori — ha bisogno di un nuovo spessore, di una maggior franchezza, solidarietà e creatività. 

Cavalcare la sfida vuol dire infatti, come il papa suggerisce: “stimolare attività che li mettano alla prova, che li facciano sentire protagonisti. Hanno bisogno di questo, aiutiamoli! Loro cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela! Stimoliamo tutto quello che li aiuta a trasformare i loro sogni in progetti, e che possano scoprire che tutto il potenziale che hanno è un ponte, un passaggio verso una vocazione (nel senso più ampio e bello della parola). Proponiamo loro mete ampie, grandi sfide e aiutiamoli a realizzarle, a raggiungere le loro mete. Non lasciamoli soli. Perciò, sfidiamoli più di quanto loro ci sfidano. Non lasciamo che la ‘vertigine’ la ricevano da altri, i quali non fanno che mettere a rischio la loro vita: diamogliela noi. Ma la vertigine giusta, che soddisfi questo desiderio di muoversi, di andare avanti”.

Alla fine di un anno scolastico tali parole offrono il criterio per giudicare se la nostra proposta educativa è stata all’altezza del compito, cioè è stata in grado di accompagnare la crescita della consapevolezza dei giovani, di aprire nuovi orizzonti, di permettere la verifica della tenuta dei nostri modelli e valori. E sovvengono alla memoria alcuni episodi in cui la “vertigine giusta” offerta dai docenti, in dialogo con i genitori, ha messo in moto la ragione, l’affetto e l’azione dei ragazzi: la seconda media più turbolenta della scuola che ha organizzato una merenda solidale con cui ha raccolto una somma cospicua per acquistare uniformi per gli studenti di una scuola ugandese nella quale è andato a insegnare un suo ex-professore; due studenti che si sono fatti carico della preparazione all’esame di un loro compagno, vittima di bullismo e a rischio di dispersione scolastica; alcuni studenti che per preparare l’approfondimento in vista dell’esame di terza media si sono mossi autonomamente per andare a intervistare studiosi e scienziati; le classi terze che hanno accettato la sfida di utilizzare il cellulare come macchina fotografica durante la gita per verificare che dietro a una bella foto ci deve essere un pensiero, realizzando in seguito una mostra fotografica per raccontare alle loro famiglie l’incontro con l’opera di Gaudì a Barcellona…  

Altro che trattare l’adolescenza come una patologia: è solo l’inizio della verifica di ciò per cui vale la pena vivere!

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