SCUOLA/ I due peggiori “nemici” del diploma in 4 anni

- Gianni Zen

Valore legale del titolo e gigantismo dei curricoli sono i due veri nemici che rischiano di affossare o di ostacolare l’ottima iniziativa di finire le superiori in 4 anni. GIANNI ZEN

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LaPresse

A seguito della firma del decreto sulla sperimentazione, in 100 classi, una per scuola, dei licei quadriennali, mi sono preso la briga di dare una veloce scorsa alla rassegna stampa degli ultimi giorni, curiosando qua e là nella rete.

Premetto che il mio liceo già due anni fa propose all’allora ministro Giannini, e nella scorsa primavera al ministro Fedeli, un progetto di sperimentazione quadriennale per una classe del classico e una dello scientifico. Soprattutto alla luce dell’aumento esponenziale di miei studenti che, dopo la maturità, si iscrivono da subito in una università straniera, europea o americana e che quindi si trovano a studiare accanto ad altri studenti con un anno in meno. Penso qui, ad esempio, alle scuole italiane all’estero che, per questo motivo, si sono già dovute adeguare alla maturità a 18 anni.

La risposta delle due ministre è stata la stessa: stiamo monitorando i 12 licei che lo stanno sperimentando, su decisione dell’allora ministro Profumo. Con i primi risultati — secondo loro — a prima vista non del tutto positivi, per cui meglio fare un’azione di sistema per capire se può essere una strada da intraprendere, sapendo che questi percorsi quadriennali devono garantire, per via del valore legale del titolo di studio, una preparazione analoga a quella dei percorsi quinquennali.

Questo benedetto “valore legale”, mi sono subito detto! Perché oggi, più del pezzo di carta, servirebbero certificazioni “terze”.

Allora Profumo decise il via libera sulla base dell’art. 11 del DPR 275/99. La mia richiesta si agganciava proprio a questo articolo. Ora la promessa di quest’azione di sistema trova riscontro nel decreto promesso e firmato dalla Fedeli.

Una decisione, lo ricordo bene, che riprende una discussione che ha segnato, in particolare, gli anni Novanta, con i ministri Lombardi e Berlinguer, con la famosa “riforma dei cicli”, che doveva connettersi con la riforma universitaria del 3+2 degli anni 1999-2001, oggi in gran parte superata.

Cosa ritrovo dunque nei commenti? Ha ragione Sergio Bianchini, nel suo intervento su queste pagine: il dibattito che è esploso è “vago e depistante”. Perché non si è dimostrato capace di andare ai nodi veri del tema. Basta rileggere il botta e risposta tra il tuttologo Pigi Battista e la Fedeli sul Corriere dei giorni scorsi.

La vera cruna dell’ago è il “gigantismo del curricolo scolastico italiano rispetto a quello europeo”. Mi pare, se non erro, che nessuno abbia centrato, come Bianchini, la vera posta in gioco, la stessa che dovrebbe aprire la riflessione su che cosa significa oggi “qualità della scuola”.

Quali le prese di posizione che si leggono da più parti? “Docenti espropriati, scuola che va verso il degrado, negata la cultura, istruzione al collasso”, eccetera eccetera.

Di fronte ad un tema che merita di essere studiato, approfondito, la reazione è sempre più di “pancia”. Il che significa, dal mio punto di vista di preside che cerca di partire dal principio di realtà (il quale mette sempre i giovani al primo posto), che abbiamo paura delle novità, ci spaventano, e ci rifugiamo nei vecchi stereotipi, magari legati ad un vecchio mondo del passato oppure al finto egualitarismo del ’68.

Perché finto egualitarismo? Perché i giovani e le famiglie, già al momento della scelta della scuola superiore, seguono comunque strade diverse. Di pari dignità, ma diverse. Il grande problema, oggi più di ieri, è rendere effettivamente di pari dignità queste diverse strade, non di azzerare le differenze, magari in nome di un vecchio e altrettanto mitizzato “biennio comune” delle superiori.

Perché, dunque, impedire di far nascere una nuova strada, per quegli studenti e famiglie che siano disposti a percorrerla?

L’ipotesi di un liceo quadriennale viene incontro, dicevo, ad una ulteriore domanda di formazione, sapendo che molti ragazzi e famiglie dopo la maturità già oggi scelgono una università straniera, e si ritrovano con ragazzi che la maturità l’hanno fatta a 18 anni. Com’è in molti altri Paesi. Invece di partire da questo dato di realtà, che senso ha dire che in questo modo si abbassa il livello di istruzione? E’ proprio il gigantismo dei curricoli il feticcio che va abbattuto, e che nessuna forza politica ha, ad oggi, avuto il coraggio di intaccare, oltre a quello del valore legale dei titoli di studio.

Chi parla di riduzione del livello di istruzione dimostra di non avere maturato, magari dopo aver insegnato quarant’anni nel quinquennio, alcun senso critico. Segno, questo sì, della crisi della scuola italiana. Quel senso critico che dovrebbe partire e concentrarsi sul ridisegno, come suggerisce Bianchini, della quantità e della qualità del tempo-scuola, oltre che degli spazi necessari per un diverso modo di fare scuola.

Allora non avrebbero più udienza e spazio pubblico quei docenti e sigle sindacali che parlano e si interessano sempre e solo dei “posti fissi”, ma non della qualità del servizio pubblico e delle reali pari opportunità per gli studenti italiani.

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