SCUOLA/ Berlinguer al Meeting: voltiamo pagina e (ri)costruiamola sulle soft skills

- int. Luigi Berlinguer

Ieir al Meeting di Rimini ha preso la parola, pubblicamente, anche l’ex ministro LUIGI BERLINGUER, invitando a superare una scuola rigida e schematica a favore delle nuove soft skills

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Luigi Berlinguer ieri al Meeting (Foto Meeting di Rimini)

“Sarà l’arte quella che farà saltare la vecchia scuola fatta di discipline che non comunicano fra loro. La scuola logocentrica che insegna solo a fare un’equazione o un tema è la scuola del passato. Oggi c’è bisogno di sollecitare la creatività artistica presente in ogni essere umano: non solo imparare a far di conto ma imparare a far di canto”. Sono alcune delle entusiasmanti parole che ieri al Meeting, invitato sul palco a sorpresa da Giorgio Vittadini durante l’incontro sul tema “Una scuola da grandi”, l’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer ha pronunciato. Parole che combaciano con la sua battaglia decennale per una scuola davvero moderna, al passo con i tempi, che non sia più in mano a gestori burocratici organizzativi ma “manager ottimi in quanto colti”. Una battaglia che ha riconosciuto il ruolo della scuola paritaria non più intesa come “privata” e appannaggio di pochi, ma con la stessa valenza della scuola statale: “Chi è contro la scuola paritaria è contro la Costituzione” ha detto ancora.

Professore, lei nei suoi incontri a questo Meeting ha parlato in modo esaltante e appassionato della scuola del futuro, ma nei fatti siamo ancora in gran parte fermi. E’ un problema culturale o un problema ideologico, politico, quello che frena ogni cambiamento?

La risposta sta nel fatto che la legge “Buona Scuola” ha introdotto alcune novità, abilmente nascoste fra le righe al punto che chi la legge non ci capisce molto. Fra queste c’è anche il fatto di contenere ben otto decreti legislativi. Alcune delle cose introdotte dalla legge 107 sono oggi più ampiamente organizzate grazie a questi otto decreti delegati approvati definitivamente dal governo con parere favorevole del parlamento e che trattano materie molto diverse.

Entriamo nel dettaglio di queste novità e di cosa sta funzionando e di cosa no.

Se si guardano queste nuove norme è indubbio che siamo davanti a una novità nella scuola italiana e dunque è un fatto positivo. La parte ideologica estremista si ferma alla lettura della legge, la denigra, la irride. Dice che si tratta di una legge dittatoriale, antilibertaria perché prevede un ruolo più ampio del preside. Non condivido questa posizione. Nemmeno io sono entusiasta di questa legge, ma sono convinto dell’importanza dei decreti legislativi che ne sono derivati.

Ad esempio?

Una delle novità introdotte con una piccola riga e poi con quindici articoli del decreto legislativo disciplina l’ingresso dell’arte e della musica in particolare fra le materie che si devono obbligatoriamente inserire nel curriculum e riguardano tutti gli studenti italiani dalle materne in su. Mi limito all’esempio della musica, non è il solo, e dicendo questo non intendo dire ovviamente che tutti gli studenti devono diventare musicisti.

Intende che una materia come questa è necessaria per una educazione completa, che prenda sul serio quella che è la natura umana di tutti?

C’è una parte di materie indicate come materie base formative che rispondono al fabbisogno culturale di ogni essere umano e che vanno svolte. Questo decreto finalmente ha introdotto anche l’apprendimento della musica. Ma quanto scritto nella legge deve diventare pratica di ogni scuola.

Siamo ancora lontani da tutto questo? La scuola italiana sembra ancora una gigantesca macchina burocratica che assorbe le energie della scuola stessa.

Innanzitutto occorrono i docenti. Una parte è già stata assunta con le 150mila assunzioni fatte da Renzi e fra questi anche chi dovrà insegnare musica. Non sono pochissimi ma non coprono il fabbisogno di tutte le scuole. Il problema  non si risolve dunque compiutamente, ma è una vera rivoluzione della scuola, a cui occorreranno anni per compiersi del tutto.

Cosa manca ancora?

Occorreranno strumenti e aule diverse, dovranno cambiare gli edifici scolastici stessi. Oggi non si può insegnare anche musica perché non si può inserire un pianoforte nell’aula dove si insegna storia o matematica. Stiamo parlando del cambiamento di tutta l’organizzazione scolastica. E’ un’avventura grande quella a cui ci troviamo di fronte. Faremo la nostra parte con una battaglia di pressione sul ministero, che oggi è davanti a un compito più grande di lui. Se la legge resta così non avremo tutti i vantaggi che ne possono derivare.

Lei ha anche detto che chi attacca la scuola paritaria è anticostituzionale. In Italia siamo ancora fermi a concetti superati da decenni in tutto il mondo, quello della contrapposizione tra scuola paritaria e scuola pubblica. Anche qui ci vorranno tempi lunghi?

Tempi lunghi non so, ma devono maturare delle condizioni culturali. I genitori che scelgono per i propri figli una scuola paritaria devono essere in grado di spiegare perché lo fanno. Questa scelta non è diventata cultura comune, è anche compito dei genitori motivare la loro scelta.

Infine l’autonomia: lei dice che non è maturata abbastanza nelle coscienze di docenti e genitori.

L’autonomia bisogna sperimentarla in pratica, ci sono centinaia di scuole che hanno iniziato pratiche di autonomia ma le scuole in Italia sono circa diecimila. Questa concezione di autonomia deve diventare pane quotidiano dei docenti, per adesso è lontana dalla maggior parte di loro.

Che ne pensa della proposta del ministro Fedeli di accorciare i corsi di studio e di mettere l’obbligo fino ai 18 anni?

Il ministro ha fatto una proposta giusta, è ora di far uscire gli studenti da scuola in linea con gli studenti di tutta Europa. Ben venga l’accorciamento di un anno del corso di studio. Per quello che lei ha chiamato obbligo di studio fino ai 18 anni significa che sparisce l’idea di scuola obbligatoria e così è meglio: tutti devono andare a scuola fino a 18 anni. Personalmente invece che di obbligo avrei parlato di percorso scolastico per tutti i giovani italiani fino al 18esimo anno di età e fino alla conclusione del ciclo scolastico.

(Paolo Vites) 

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